Epitome Volume 2 / Arc#ive

Urbino - 25/04/2022 : 26/06/2022

L'Accademia di Belle Arti di Urbino è lieta di annunciare le mostre EPITOME, VOLUME 2 ARC#IVE - omaggio a Franco Grignani e Nanda Vigo.

Informazioni

Comunicato stampa

Sempre più impegnata nella conservazione e promozione delle proprie collezioni d’arte e di design,
l’Accademia di Urbino prosegue la sua attività di divulgazione con un nuovo ciclo di esposizioni incentrate
su materiali d’archivio che sono stati riscoperti attraverso un progetto di catalogazione e di studio.
Aprendo i propri archivi, l’Accademia intende condividere sia con gli studenti sia con il grande pubblico
alcuni piccoli (e talvolta ameni) tesori che sono stati raccolti nel corso degli anni


Franco Grignani e Nanda Vigo inaugurano il ciclo A R C # I V E con una serie di materiali eterogenei: lettere,
cataloghi, libri d’artista, progetti grafici, inviti di mostre personali e collettive. All’origine di questo sodalizio
è il manifesto progettato da Grignani per la mostra
Time is on our side inaugurata da Vigo nel 1984. Alla
raccolta si aggiungono due piccoli multipli di Nanda Vigo,
Topologia cronotopica del 1969 e
Light Forever
del 2013, uno stampone della Alfieri & Lacroix e una litografia di Franco Grignani che sono stati
recentemente donati all’Accademia di Urbino.
La ricerca di Franco Grignani (Pieve Porto Morone, 1908 – Milano, 1999) è scandita da uno scambio
interdisciplinare e da un registro verbale-visivo che spazia dal Futurismo all’Op art. Le sue
sperimentazioni pittoriche, grafiche e fotografiche hanno saputo declinare le teorie della
Gestaltpsychologie in forze cinetiche, spazialità dinamiche e distorsioni ottiche, ma hanno saputo anche
reinventare la comunicazione grafica a livello internazionale. Con la stessa determinazione, Nanda Vigo
(Milano, 1936 – 2020) ha incentrato la propria ricerca sulla relazione tra luce e spazio; le sue opere
appartengono a un clima culturale che gravita attorno a una rinnovata sensibilità (al reale, alla vita, alla
percezione) affinché si avveri la tanto agognata integrazione tra arte-design-architettura, riuscendo così
a conciliare l’esistenza dell’uomo con la natura, la tecnica e la scienza.
EPITOME, VOLUME 2
25 aprile –26 giugno 2022
Il “secondo capitolo” della rassegna
Epitome – ciclo di esposizioni dedicate alle collezioni permanenti
dell’Accademia di Urbino – è incentrato su tre personalità che hanno contribuito al prestigio
dell’istituzione urbinate.
In apertura della Galleria Adele Cappelli trovano posto una quindicina di manifesti di Massimo Dolcini
(docente di Tecniche della Fotografia dal 1972 al 1984) che sono stati realizzati per promuovere le attività
dell’Accademia. L’esteso arco temporale cui appartengono i manifesti, che datano agli inizi degli anni
Sessanta fino alla fine degli anni Novanta, permettono di ripercorre l’excursus professionale di Dolcini,
dalla sua adesione al Supergurppo proseguendo poi con lo studio di progettazione Fuorischema e
l’agenzia Dolcini Associati. Oltre a uno stile inconfondibile, Dolcini promuoveva una cultura del progetto
che doveva avere un approccio etico oltre che estetico; da qui l’anelito a una comunicazione condivisa,
incentrata sulle relazioni e le reciproche contaminazioni. Particolarmente significativi sono i manifesti
delle Iscrizioni all’Accademia di Urbino in quanto rispecchiano il “fare comune” vaticinato da Dolcini, a
dimostrazione di come il Maestro collaborasse a stretto contatto con gli studenti.
Di Gianni Contessi (docente di Teoria della percezione e psicologia della forma negli anni 1975-78) viene
riproposta la cartella contenente le dodici eliocopie della mostra
Basta il progetto inaugurata a Trieste nel
dicembre del 1972. L’esposizione, ancor oggi di stingente attualità, sanciva un momento particolare e
privilegiato della ricerca razionalista. Individuando una similarità tra i sistemi operativi degli artisti e dei
designer, Contessi considerava la progettazione come un processo autonomo, e quindi come un’opera a
sé; per tali ragioni distingueva la progettazione in due modi: «uno, per così dire ideologico o culturale,
l’altro puramente materiale e strumentale», ammettendo – se non addirittura caldeggiando –
l’intrecciarsi dei due fattori. E non per caso viene scelta l’eliografia (un procedimento di stampa di cui si
avvalevano soprattutto gli studi di architettura) per riprodurre i progetti di Rodolfo Aricò, Renato Barisani,
Luciano Celli, Sandro De Alexandris, Marcolino Gandini, Paolo Legnaghi, Carlo Lorenzetti, Marcello
Morandini, Gianfranco Pardi, Pino Spagnulo e Giuseppe Uncini. Agostino Bonalumi recapitò invece una
lettera d’intenti in cui teneva a ribadire come il progetto non dovesse essere inteso come la stesura
codificata di un’idea ma fosse valutato secondo i parametri del suo stesso linguaggio.
Introdotto dall’eliocopia
Prospettiva Pondus, Rodolfo Aricò (docente di Scenografia dal 1970 al 1979) è al
centro di un piccolo ma sentito omaggio in cui sono presenti una serie di documenti d’archivio e un’opera
originale donata in memoria di Bruno Lorenzelli Sr. Il carattere analitico-riduttivo della pittura di Aricò si
precisa intorno alla metà degli anni Sessanta, allorquando la concitazione esistenziale si contrappone a un
impianto geometrico, razionale ma non meramente intellettuale. In quel volgere d’anni l’artista ammette
di avere un «atteggiamento che mira a far dimenticare la geometria, a non dichiararla come fattore
espressivo nella poetica, ma a farla dimenticare in uno spazio pluridimensionale di un campo
bidimensionale, dove i fuochi visivi siano molteplici, in una dinamica attiva di percezioni multiple». Nel
corso del tempo, metodo e disciplina permettono all’artista di sondare la morfologia pittorica, giungendo
così a un
fare primario che è da intendersi come originario, ossia come lavoro ontologico, di riscoperta
dell’archetipo, dell’identità, del gesto e del segno. Nel suo divenire e mutare, l’opera di Aricò diventa quindi
un “evento” costellato da incidenti, accadimenti e scoperte che caratterizzeranno il ventennio Ottanta-
Novanta, periodo in cui l’artista sembra voler assecondare la natura del dipinto anziché imporla, intuendo
come l’essenza dell’arte sia da perseguire nella sua stessa esecuzione.