Effetto-Marey

Firenze - 18/11/2011 : 20/12/2011

Mostra collettiva

Informazioni

Comunicato stampa

effetto-marey
Emanuele Becheri, Ruben Bellinkx, Daniela De Lorenzo,
Carlo Guaita, Davide Rivalta, Oleg Tcherny, Erwin Michelberger

a cura di Alessandro Sarri
18.11. – 20.12.2011

Siamo lieti di invitare Lei e i suoi amici all’inaugurazione della mostra
che si terrà venerdì 18 novembre, alle ore 18.30



Lecture: Rinaldo Censi "Derive della mimesi: Marey e il movimento"

Finissage, 20 dicembre: presentazione del catalogo e performances di
Emanuele Becheri, Daniela De Lorenzo e Ramona Caia, Davide Rivalta

Orari di apertura: dal martedì al venerdì dalle 14 alle 18 e su appuntamento
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Etienne-Jules Marey (1830-1904), celebre medico e fisiologo francese è considerato una delle personalità più spiccate nello studio del movimento umano e non. Attraverso un’inesausta messa a punto di strumentazioni sempre più perfezionate, egli ha cercato d’intercettare quella sorta di motricità aberrante che sta fra il movimento e la stasi, fra il riposo e la tensione, fra il tempo e lo spazio. Dal volo degli uccelli all’andatura dei cavalli, dalla mappatura delle diverse fasi di scorrimento del sangue allo studio del movimento dell’aria e delle maree sino alla scomposizione della locomozione umana. Una continua messa in scena di ciò che l’occhio non sarà mai in grado di percepire, la motricità subliminale, a priori, che la ritenzione retinica non può captare se non come epifenomeno, sintomatologia, messa in situazione di una conseguenza. Pensiamo solamente alle cosiddetta cronofotografia, né semplici fotografie né semplici messe in movimento: si tratta di un’immagine registrata su un’unica lastra di diverse posture simultanee del soggetto in moto. Qui il presunto movimento pare sperimentare ciò che non saprà mai di sé e precisamente il momento di un atto che, in virtù della propria incoercibile flagranza, nessun apparecchio riuscirà mai a rendere visibile. Risiede qui, a nostro avviso, il carattere compulsivo del parossismo enarrativo di Marey, il tentativo cioè, di dare manifestazione proprio all’impossibilità di manifestare un qualcosa, un atto puro dicevamo, che scompare nel momento esatto in cui sembra incarnarsi in qualcosa che inevitabilmente lo dissimula, lo rimuove, collocandolo in una qualsiasi presentabilità.
Esattamente ciò che proponiamo qui come effetto-marey, un qualcosa che resiste annidato nell’effetto come immagine, infettandola dall’interno. Qualcosa di costitutivamente infilmabile da non equivocare certamente con un qualsivoglia presupposto immanentistico che presiederebbe e preesisterebbe alla messa in immagine. Se parliamo d’infilmabilità ci riferiamo senz’altro a quella quota di presenza irriducibile sia alla presenza che all’assenza, l’atto appunto, che la compulsione dello scienziato francese cerca proprio di enucleare nonostante e attraverso la ‘trappola’ dell’immagine che non fa che sopraggiungere per arginarne e aggirarne il suo voler essere niente, il suo voler dire niente, il suo voler mostrare niente, in altre parole, il divieto assoluto di presentare e rappresentare alcunché. L’agguato che Marey prova a tendere all’atto – trascinando in questo modo, più o meno inconsciamente, il cosiddetto positivismo alle sue più che estreme conseguenze - si risolve così in una mise en abyme dello scacco che, seppur difettivamente, tenta di rendere visibile ciò che non può far vedere attraverso ciò che non può non far vedere: l’immagine infestata da un qualcosa di cui non può rendere conto, limitandosi perciò a far opera di scontornamento nell’impossibilità di affrontarlo direttamente.
Di questa presentazione dell’impossibilità di presentazione cerca di appropriarsi il lavoro di sei artisti che, attraverso video, film e installazioni, tenteranno di mettere in luce ciò che dell’atto sopravvive nel suo essere chiuso nel divieto dispiegato della propria apertura. L’atto finito che nulla accetta o trasgredisce, l’effetto-marey appunto, muto e impenetrabile, attraverso il quale non si può esperire alcuna alterazione e che (non) si dimostra, (non) si verifica se non nell’oscenità presentificata del proprio nulla impresentabile.