Ditte Gantriis – Sexual Feeling

Roma - 17/11/2016 : 23/12/2016

Percorrere il lavoro della Gantriis è una sorta di immersione nell’idea del cliché e dell’archetipo.

Informazioni

  • Luogo: FRUTTA GALLERY
  • Indirizzo: Via dei Salumi 53 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 17/11/2016 - al 23/12/2016
  • Vernissage: 17/11/2016 ore 19
  • Autori: Ditte Gantriis
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: su appuntamento

Comunicato stampa

Sexual Feeling

Immaginate un quadro che raffigura il mare. Una luna piena parzialmente nascosta da nuvole sottili. Il cielo come inchiostro si riflette nel vasto oceano. Su entrambi i lati una fessura rocciosa completa l’immagine incorniciandola, portando l’occhio a spostarsi da ciò che è in primo piano a ciò che c’è dietro. Questa scena crepuscolare – come simbolo di una via di fuga particolare – dà l’idea del mondo campestre sintetizzato in un’immagine. É panorama che si fa cartello stradale, per essere velocemente letto e riconosciuto anche a distanza

Questa è una strategia comune nel lavoro dell’artista danese Ditte Gantriis. Pensate al candeliere. Che forma ha un cesto di vimini? E ora immaginatelo ingigantito. Come sarebbero questi oggetti se fossero in un cartone animato? L’archetipo diventa astronomico e assurdo.

Pensate al film Honey I Shrunk the Kids e ai protagonisti rimpiccioliti che devono affrontare un contesto sconosciuto fatto di elettrodomestici di dimensioni superiori alla norma. La casa diventa d’un tratto un campo minato. Cosa accade quando viene alterato ciò che è familiare e a portata di mano? Nello stesso modo il lavoro della Gantriis offre uno scenario ritoccato del quotidiano, spingendoci a guardarlo daccapo. Osservare il lavoro di quest’artista è come indossare un paio di occhiali e mettere tutto a fuoco per la prima volta. Alcuni ortaggi sono poggiati sulla sommità dei tavoli: si tratta di melanzane, zucchine, finocchi e insaccati in vetro soffiato colorato, sono realizzati in collaborazione con un mastro vetraio. Mentre le forme suggeriscono l’assaggio, le loro apparenze sempre-mature restano non commestibili.
L’artista rinvia la soddisfazione del consumo, presentando una sorta di miraggio – a vista ma costantemente irraggiungibile. Cibo da masticarsi nella mente piuttosto che nella bocca.

Percorrere il lavoro della Gantriis è una sorta di immersione nell’idea del cliché e dell’archetipo. Come può una zucchina emergere in rappresentanza di tutte le altre? Originariamente l’artista ha studiato incisione, e lo si può notare da questi oggetti che appaiono come calchi. Come una serigrafia, l’ortaggio è allo stesso tempo unico e riproducibile e, con alcune minime variazioni, si scopre di cosa sa una patata. Il termine cliché va ricercato indietro nel tempo fino ai laboratori di serigrafia del 19° Secolo, dove veniva usato per indicare un blocco di lettere da stampa (la parte metallica del carattere da cui si stampava). Un cliché è una ripetizione la cui variabile è solo relativa all’incremento. Se pensiamo al paesaggio su tela di Gantriis, possiamo dire che accorpa delle idee complesse e nebulose dell’ambito campestre e le livella. Immaginate tutte le foto del mare che siano mai state scattate e ora sovrapponetele una sull’altra – le linee nebbiose cominciano a consolidarsi, fino a formare un’unica immagine. Questa immagine potrebbe cominciare ad assomigliare alla tela della Gantriis. Stereotipi, archetipi, cliches e caricature – ognuna delle quali articola uno sforzo di semplificazione – è l’immagine, non una immagine. Uno può pensare a un cliché come a una canzone pop suonata fino all’esagerazione, e il suo essere canticchiabile reso fastidioso ogni volta che la si ascolta. Gantriis ne modifica la frequenza, mettendo in primo piano la melodia rispetto alla staticità della singola nota, e ricordandoci l’originaria potenzialità della canzone.
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Analogamente, possiamo molto chiaramente osservare l’effetto di omologazione dato dalla produzione di massa nel piatto pacchetto di Modernismo IKEA. Da Malmo a Newcastle, Berlino e Mumbai, un mobile comincia ad assomigliare a qualsiasi altro pezzo di mobilio. Nonostante nel lavoro della Gantriis resistano le tematiche della personalizzazione flat-pack, il suo lavoro è squisitamente artigianale. Lavorando spesso con degli artigiani specializzati, la sua pratica elude i diversi registri estetici. La solida autenticità dei processi artigianali incontra spesso sgargianti e fiorite decorazioni. L’eleganza sconfina nell’eccesso. Il suo lavoro, come il mondo che ci circonda, è fatto di finzioni e di ibridi. Mi viene in mente come il Chow Mein sia un’approssimazione americana del cibo cinese, il risultato dell’immigrazione e traduzione tra geografie e comunità. Penso alle mele dei supermarket che sono geneticamente modificate e lucidate per sembrare più luccicanti e desiderabili. Al punto tale che persino il nostro cibo si converte in design, l’autenticità e il sintetico diventano sempre di più una cosa sola.

Gantriis mette in luce quei lessici visivi che vengono sovvertiti e ne rifocalizza gli obbiettivi. C’è qualcosa di sfuggente del nostro mondo visivo che l’artista ha colto. Basti pensare alla facciate finte tudor delle case dei giocatori di calcio milionari e le false facciate classiche dell’architettura Regency (la maggior parte del centro di Londra è realizzato così). In entrambi i casi, uno stile storico viene saccheggiato per fare un nuovo business. E’ la stessa storia dell’East Cost americana. Washington è un karaoke architettonico, che scimmiotta motivi greci e romani per romanzare una legittimità storica. Tutto il mondo del design ha una genealogia, e in quanto tale, viene spesso strumentalizzato per agende sociali e politiche. La superficie degli oggetti e delle immagini è il veicolo di un messaggio, di un significato.

Le tematiche relative al gusto sono in senso più ampio legate a questioni di accessibilità. Pensate ai termini dispregiativi usati per quelle opulenze contraffatte e quei diritti che sono percepiti come immeritati. L’ostentazione, l’abbellimento, la stravaganza e il luccichio – i nuovi soldi tendono a sfoggiare il proprio benessere, mentre i vecchi soldi mantengono una dignitosa modestia. É un luogo comune che le accuse di cattivo gusto siano spesso rivolte a un sesso, una classe sociale o una razza. Le persone che bramano il potere, o che si sentono sotto-rappresentate, hanno la tendenza a fare la voce grossa perché il silenzio è molte volte un privilegio per chi lo possiede. Naturalmente se non si è d’accordo con una storia già scritta si può sempre rigettarla – per formare un linguaggio autonomo. Ciò che è decorativo e ciò che è quotidiano risultano di interesse proprio per il loro essere storicamente emarginati. Proviamo a ricordare che la bellezza è un valore soggettivo e non un privilegio di pochi. Le strategie di seduzione visiva, di godimento (e humour), spesso etichettate come kitsch nell’era Moderna, sono soluzioni di ampio spettro nella pratica contemporanea. Gantriis stessa ha nominato la sua nuova mostra Sexual Feeling, dipanando questa rincorsa ad una certa sensualità. Da un punto di vista più ampio, la mostra si pone la domanda, perché il piacere dovrebbe essere negato?

George Vasey

Sexual Feeling

Imagine a painting of the sea. A full moon partially hidden by thin clouds. The inky sky reflected in the expansive ocean. The image is completed on both sides by a rocky crevice that frames the image leading the eye from foreground to background. This crepuscular scene — a symbol of a certain type of escape — is an idea of the rural reduced to a signal. It is landscape as road sign, to be read quickly and recognised at distance. This is a common strategy within the work of Danish artist Ditte Gantriis. Think of a candlestick. What does a whicker basket look like? Now imagine them scaled up. What would these objects look like in a cartoon? The archetypal becomes astronomical and absurd.

Think about the film Honey I Shrunk the Kids and the shrunken protagonists negotiating an unfamiliar landscape of over-sized domestic appliances. The home suddenly becoming weaponised. What happens when the familiar and at hand are suddenly estranged? Gantriis’ work similarly offers an adjusted sense of the everyday, forcing us to look afresh. Looking at the artist’s work is like being prescribed glasses for the first time with the world brought into sharper focus. Groceries lie on glass table tops. Aubergines, courgettes, fennel and salami made with coloured and blown glass, made in collaboration with a master glass maker. While their forms signal sustenance, their ever-ripe surfaces remain inedible. The artist defers the satisfaction of consumption, instead presenting a type of mirage — in sight but perpetually out of reach. This is food to be chewed in the mind rather than the mouth.

Running through Gantriis’ work is an investment in the idea of cliches and archetypes. How can one courgette stand in for all the others? The artist originally studied printmaking, and one can see these objects as a type of cast. Similarly to a screen print, a vegetable is both singular and repeatable and, with only minor variations, you know what a potato is going to taste like. The term cliche dates back to the printmaking studios of the 19th century where it was used to denote a printer’s stereotype block (the metal typeface used to print from). A cliche is repetition with only incremental change. If we think about Gantriis’ landscape painting we can say that it aggregates complex and nebulous ideas of the rural and flattens them. Imagine every picture of the sea ever taken and now superimpose them over the top of each other — the hazy lines start to consolidate, forming a composite. This image may start to look a bit like Gantriis’ painting. Stereotypes, archetypes, cliches and caricatures — they each articulate an attempt to simplify — it is the image, rather than an image. One can think of a cliche as a form of overplayed pop song, its obvious charms rendered numb through over play. Gantriis’ adjusts the frequency, foregrounding the melody over the din of the static, and reminding us of the song’s original potency.

Similarly, we can see the homogenising effect of mass production very clearly in the flat pack Modernism of IKEA. From Malmo to Newcastle, Berlin and Mumbai, one piece of furniture starts to look much like any another. Yet Gantriis’ work resists the thematics of flat-pack personalisation, her work is too lovingly crafted. Often working with specialised fabricators, her practice elides various aesthetic registers. The rugged authenticity of artisanal processes often meet gaudy decorative flourishes. Elegance abuts the garish. Her work, like the world around us, is formed of fictions and hybrids. I’m reminded of how Chow Mein is an American approximation of Chinese food, a result of migration and translation between geographies and communities. I think about super market apples that are genetically modified and waxed to make them shinier and more desirable. At a point where even our food is designed, the authentic and synthetic are increasingly conjoined.

Gantriis focuses on how visual lexicons are upended and repurposed. There is a slipperiness to our visual world that the artist embraces. One can think of the mock tudor facades of millionaire footballers and the faux-Classical facia of Regency architecture (most of the centre of London is designed like this). In both instances, a historical style is commandeered to validate new money. It’s the same story on the East Coast of America. Washington is architectural karaoke, aping Roman and Greek motifs to fictionalise a historical legitimacy. All design has genealogies and, as such, is often instrumentalized towards social and political agendas. It can be camouflage and signal, be a tool of oppression as much as emancipation. The surface of objects and images are containers for messages and meaning, and to read them means developing a visual literacy in the broadest terms. Gantriis’ work reminds us that making is a form of rereading, sentizising us to the signs around us.

Issues of taste are more broadly about questions of access. Think about the pejorative terms for falsified luxury and privileges that are perceived to be unearned. Ostentation, adornment, extravagance and bling — new money tends to flaunt its wealth, while older money maintains a dignified modesty. It’s a common narrative and accusations of bad taste are often gendered, class bound and racial. People that want power, or feel underrepresented, tend to speak the loudest because silence is often a privilege of access. Of course, if you don’t agree with a prescribed narrative you can reject it — you can form your own language. The decorative and domestic are of interest precisely because of their historical marginalisation. Lets remember that beauty is a contested value and not the privilege of a few. Strategies of visual seduction, enjoyment (and humour), so often labelled as kitsch within Modernity, are common strategies within so much contemporary practice. Gantriis even names her new exhibition Sexual Feeling, explicating this desire for a certain sensuality. Taken collectively, the exhibition asks the question, why should pleasure be denied?

George Vasey