Can Altay – VFI Virgolo Future Institute

Bolzano - 13/05/2016 : 30/07/2016

VFI - Virgolo Future Institute (Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition) è il titolo della fase conclusiva della residenza di un anno e mezzo dell’artista Can Altay a Bolzano, un progetto di collaborazione tra ar/ge kunst e Lungomare.

Informazioni

  • Luogo: AR/GE - KUNST GALLERIA MUSEO
  • Indirizzo: Via Museo 29 - Bolzano - Trentino-Alto Adige
  • Quando: dal 13/05/2016 - al 30/07/2016
  • Vernissage: 13/05/2016 ore 19
  • Autori: Can Altay
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: Ma-Ve 10-13, 15-19 Sa 10-13
  • Biglietti: ingresso libero

Comunicato stampa

VFI - VIRGOLO FUTURE INSTITUTE
(Such Claims on Territory Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition)

CAN ALTAY
INAUGURAZIONE
13 Maggio 2016, ore 19


UN PROGETTO DI AR/GE KUNST E LUNGOMARE


VFI - Virgolo Future Institute (Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition) è il titolo della fase conclusiva della residenza di un anno e mezzo dell’artista Can Altay a Bolzano, un progetto di collaborazione tra ar/ge kunst e Lungomare (Ottobre 2014 – Luglio 2016)



Sin dall’inizio della residenza, Altay si è concentrato sulla complessa relazione che esiste tra Bolzano e il Virgolo, una montagna che domina la città ed è attualmente al centro di un acceso dibattito intorno ai suoi potenziali utilizzi e sviluppi.

In quest’occasione, Can Altay interviene negli gli spazi di ar/ge kunst con una mostra di tre mesi che porta avanti la ricerca sviluppatasi fino ad oggi attraverso una serie d’interventi pubblici di durate differenti. Si tratta di interventi intesi come osservazioni e contributi al dibattito stesso che includono: una mostra di due settimane e una tavola rotonda aperta al pubblico negli spazi di Lungomare (Such Territorial Claims), una campagna di affissione di manifesti della durata di un mese nello spazio pubblico della città (Trasform Spatial Imagination into), due ore di raduno sul Virgolo e un intervento itinerante in spazi pubblici e privati tra Dicembre 2015 e Maggio 2016 (Obscure). Insieme queste iniziative hanno prodotto una serie di domande intorno all’aspettativa sull’uso del territorio (territorial claim), all’idea di immaginazione urbana e di esperienza dei confini; nozioni che oggi riemergono con forza a Bolzano così come in molte altre città.

Per la mostra Altay produce un setting articolato in due momenti principali che agiscono al contempo come display, scultura e strumento editoriale. Il primo, che richiama le forme di un tunnel e di un tetto, costituisce il corpo centrale del VFI. Con un chiaro riferimento a un aneddoto poco noto, su abitanti che vissero nel tunnel del Virgolo ancora incompleto durante e immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’installazione raccoglie “frammenti” di varia natura, collezionati durante la residenza, così da andare a comporre una linea principale di inchiesta intorno al significato che l’“abitare un infrastruttura può suggerire;” (“a chi è consentito appropriarsi dello spazio pubblico, chi è costretto ad abitare lo spazio delle infrastrutture?” si legge, per esempio, in uno dei manifesti della campagna di affissione) una narrazione centrale da cui si sviluppano diverse linee di ricerca. Il secondo momento si sviluppa intorno ad Ahali: a journal for setting a setting, giornale che Altay pubblica dal 2007. Ahali è una raccolta crescente di opere, statements e voci da diverse pratiche artistiche, che nella mostra vengono usate come strumento per ampliare i numerosi temi che emergono dal Virgolo e porli in un più ampio contesto di riferimenti culturali e casi internazionali. Nuove tematiche, come “Inhabiting Infrastructures”, “Landscape of Desire”, “Alliance of the Radically Different”, “Tremors from Here and Elsewhere” e “Instituting Uncertain Publics” saranno introdotte, nel corso della mostra, attraverso Ahali, così da produrre un legame tra le strette relazioni del progetto con il contesto locale e il respiro ampio della pubblicazione stessa.
La mostra di Can Altay opera quindi come strumento e come “finzione”. Dando vita a un istituto immaginario (VFI) sulla base di usi non ufficiali, celati, e non pianificati, l’artista compone un archeologia del desiderio capace di suggerire modalità di osservazione e affrontare il futuro della montagna e, conseguentemente, della città prese come esempio tra molti possibili per occuparsi, come dice Altay stesso di “politiche neo-liberali” e delle loro “contro-egemonie”.
DEU
AUSSTELUNG
14. Mai –
30. Juli 2016
VFI - VIRGOLO FUTURE INSTITUTE
(Such Claims on Territory Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition)

CAN ALTAY
ERÖFFNUNG
13. Mai 2016, 19 Uhr
EINE KOOPERATION VON AR/GE KUNST UND LUNGOMARE
VFI – Virgolo Future Institute (Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition) ist der aktuelle und letzte Teil von Can Altays anderthalbjähriger Residency in Bozen, ein Projekt von ar/ge kunst und Lungomare (Oktober 2014 – Juli 2016).

Für die Dauer des Projekts führte Altay eine Untersuchung der komplexen Beziehung der Stadt Bozen mit ihrem Hausberg Virgl durch, der über der Stadt thront und heute Gegenstand lebhafter Debatten hinsichtlich seiner zukünftigen Verwendung und Erschließung ist.

Altay bespielt die Räumlichkeiten von ar/ge kunst mit einer dreimonatigen Ausstellung, als Weiterführung seiner Recherche, die sich in einer Serie unterschiedlich langer öffentlicher Interventionen artikuliert hat. Die bisherigen Beiträge haben die gegenwärtige Debatte beobachtet und sich daran beteiligt: eine zweiwöchige Ausstellung und eine öffentliche Diskussion bei Lungomare (Such Territorial Claims), eine vierwöchige Plakatkampagne im öffentlichen Raum der Stadt (Transform Spatial Imagination into), eine zweistündige performative Zusammenkunft auf dem Virgl, sowie eine wandernde Intervention zwischen Dezember 2015 und Mai 2016 in öffentlichen und privaten Räumen (Obscure). Diese öffentlichen Momente haben eine Reihe von Fragen zu Gebietsansprüchen (territorial claims), der Idee urbaner Imagination und der Erfahrung von Grenzen aufgeworfen – Begriffe, die in Bozen aber auch in vielen anderen Städten heute wieder sehr aktuell sind.

Für die Ausstellung hat Altay nun ein Setting in zwei Hauptmomenten entwickelt, die gleichzeitig als Display, Skulptur und redaktionelles Instrument agieren. Das erste ähnelt in der Form einem Tunnel und einem Dach und bildet den Zentralkörper von VFI. Mit deutlichem Hinweis auf jene kaum bekannte Anekdote, der zufolge Anwohner den unfertigen Virgltunnel während und nach dem zweiten Weltkrieg bewohnten, ordnet die Installation diverse Arten von ‚Fragmenten’ an, die Altay während der Residency gesammelt hat. Sie orientiert dabei ihre Hauptfragestellung an das ‚Bewohnen von Infrastrukturen’ (‚inhabiting infrastructures’) als der zentralen Narrative, von der verschiedene andere Forschungslinien ihren Ausgang nehmen (‚wer darf den öffentlichen Raum beanspruchen, wer muss die Räume der Infrastruktur bewohnen?’, heißt es auf einem der Poster der Kampagne).
Das zweite Moment dreht sich um Ahali: a journal for setting a setting, einer Zeitschrift, die Altay seit 2007 herausgibt. Diese besteht aus einer wachsenden Sammlung von Arbeiten, Stellungnahmen (‚statements’) und Stimmen aus künstlerischen und raumbezogenen Praxen. Im Kontext der Ausstellung wird Ahali als ein Instrument genutzt, um die verschiedenen, sich am Virgl entzündenden Thematiken zu erweitern und sie in einem erweiterten Rahmen von kulturellen Referenzen und internationalen Vergleichsfällen zu verorten. Themen wie ‚Bewohnen von Infrastrukturen’, ‚Landschaften des Begehrens’, ‚Allianz des radikal Anderen’, ‚Erschütterungen von hier und anderswo’ sowie ‚Errichten Unsicherer Öffentlichkeiten‘ werden über Ahali im Laufe des Ausstellungsprojektes eingeführt, um eine Brücke zwischen dem lokalen Bezug des Projektes und dem weiten Horizont der Publikation zu schlagen.

Can Altays Ausstellung verfährt sowohl als Werkzeug, wie auch als Fiktion: Indem der Künstler ein fiktives Institut (VFI) auf Basis inoffizieller, versteckter und ungeplanter Gebrauchsweisen gründet, entwirft er eine Archäologie des Begehrens, als Anregung unterschiedlicher Betrachtungsweisen und Gestaltungsmöglichkeiten des Virgl-Hügels und –im weiteren Sinne -auch der Stadt. Diese dienen als Beispiele für die vielfältigen Möglichkeiten der Auseinandersetzung mit der –wie es Altay selbst formuliert– ‚neoliberalen Politik und ihren Gegen-Hegemonien‘.
‚Solche territorialen Ansprüche transformieren räumliche Imagination in obskure Antizipation der Rückführung‘
ENG
EXHIBITION
14 May –
30 July 2016
VFI - VIRGOLO FUTURE INSTITUTE
(Such Claims on Territory Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition)

CAN ALTAY
OPENING
13 May 2016, 7 pm
A COLLABORATIVE PROJECT BY AR/GE KUNST AND LUNGOMARE
VFI – Virgolo Future Institute (Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition) is the latest and final iteration of Can Altay’s one-and-half year residency in Bolzano, a collaborative project by ar/ge kunst and Lungomare (October 2014 – July 2016).

For the duration of the project Altay has been conducting a study focussed on Bolzano’s complex relationship with the Virgolo, a nearby mountain that overlooks the city and has recently been the subject of a vigorous debate concerning its potential uses and developments.

Altay is now using the premises of ar/ge kunst for a three-month exhibition that continues the development of a prior series of public interventions that have employed different temporalities, acting as both observations on and contributions to the current debate. The works so far have included a two-week exhibition and a public debate at Lungomare (Such Territorial Claims), a four-week poster campaign in the city (Transform Spatial Imagination into), a two-hour performative gathering on the Virgolo and an itinerant, ongoing eight-month intervention in public space (Obscure), with the titles and contents of these works all leading up to the current exhibition. These public moments have posed a set of questions about territorial claims, the urban imagination and the experience of boundaries, notions that re-surface in Bolzano and many places today.

For the current exhibition Altay has set one ‘setting’ articulated in two moments, both of which act as display, sculpture and editorial device. The first, resembling the shapes of a tunnel and a roof, forms the central body of the VFI. Making clear reference to the little-known anecdote of dwellers inhabiting the unfinished Virgolo tunnel during and after the Second World War, the installation gathers various types of ‘fragment’ collected during the residency, composing a principle line of inquiry around the issue of ‘inhabiting infrastructures’ – a central narrative from which different lines of research depart (‘who is allowed to claim public space, who is forced to inhabit infrastructure space?’ reads one of the posters of the campaign).

The second moment unfolds around Ahali, a journal that Altay has been publishing since 2007. This journal ‘for setting a setting’ is a growing collection of works, statements and voices from artistic and spatial practices. In the context of this exhibition Ahali is used as a tool for expanding the different subject matters that emerge from the Virgolo and placing them within a wider framework of cultural references and international cases. Rather than being seen as periodical markers, new issues of the journal are treated as hovering frames for matters of concern, with those introduced in this exhibition – ‘Inhabiting Infrastructures’, ‘Landscape of Desire’, ‘Alliance of the Radically Different’, ‘Tremors from Here and Elsewhere’ and ‘Instituting Uncertain Publics’ – effectively forging a link between the project and the publication.

Can Altay’s exhibition operates both as a tool and as a fiction; by founding an imaginary institute (VFI) on the basis of unofficial, hidden, unplanned uses, he composes an archaeology of desire that is able to suggest modes of looking at and addressing the future of the mountain and, by extension, the city. These can be taken as instances of a multitude of possible ways to tackle, as Altay himself says, ‘neo-liberal politics and its counter-hegemonies’.