Brac’s Art on Table – Marzia Castelli

Firenze - 01/02/2013 : 28/02/2013

La mostra orizzontale della libreria Brac, che vede ogni mese protagonista un artista invitato a produrre le tovagliette per i tavoli del locale è affidata stavolta a Marzia Castelli, giovane architetto, fiorentina d’adozione che presenta un lavoro che ben si addice alla Brac, luogo in cui immagine, contemporaneità, arte e cibo si fondono.

Informazioni

Comunicato stampa

Ancora un appuntamento con la fotografia per Brac’s Art on Table di Febbraio 2013.
La mostra orizzontale della libreria Brac, che vede ogni mese protagonista un artista invitato a produrre le tovagliette per i tavoli del locale è affidata stavolta a Marzia Castelli, giovane architetto, fiorentina d’adozione che presenta un lavoro che ben si addice alla Brac, luogo in cui immagine, contemporaneità, arte e cibo si fondono


Nei suoi scatti Marzia reinterpreta gli alimenti attraverso gli stilemi della foto per la pubblicità, ottenendo un effetto di spaesamento che invita lo spettatore a una riflessione su un mélange globalizzato di cibi non più rappresentativi di un’area geografica.

Scrive Federica Mariani, nel testo critico che accompagna la mostra:
“L’essenzialità degli alimenti si fa città, nazione, continente: la bandiera Americana, la caotica Shangai, l’Africa, il Brasile, tutto viene reinterpretato secondo una geografia degli alimenti ormai globalizzata. Città lontane e città vicine, come San Benedetto del Tronto dove la riviera delle palme è identificata da un filare di ananas. La bravura di MRZ sta anche in questo: ogni cibo ha la sua particolare e puntuale identificazione con il mondo, come i segni zodiacali che diventano pervasi di sapori e di odori senza essere sconvolti nel loro essere, ma reinterpretati nel contorno e nella sostanza. (…)Noi non siamo più quello che mangiamo, ormai tutto è relativo e il cibo diventa soggetto privilegiato di una visione estetica del mondo secondo differenti aree, il GEOGRAFOOD appunto.”

Marzia Castelli nasce ad Ascoli Piceno il 06.03.1980.
Conseguita la laurea in Architettura a Firenze si trasferisce a Londra, dove studia montaggio e regia presso la London Academy of Film & TV e la London City University. Successivamente a Madrid collabora con uno studio grafico-pubblicitario, che le permette di approfondire il suo interesse per le arti visive. Tornata in Italia, ad Ancona, entra in contatto con la galleria Quattrocentometriquadri e qui espone per la prima volta la serie “Lost in Food”, fotografie che prendono ispirazione dalle forme e dai colori del cibo. Nel 2011 espone presso Marcheshire Gourmet (Senigallia, An); presso lo Spazio Novadea della Libreria Prosperi (Ascoli Piceno) e presso Palazzo Parissi (Monteprandone, Ap) all’interno di una collettiva di arte contemporanea con la serie di fotografie “Floating Shoes”, scatti di scarpe e camminate che traggono ispirazione dal film Bianca di Nanni Moretti.
Sin dal periodo universitario coltiva la sua passione per la fotografia frequentando corsi e partecipando a diversi workshop, tra cui uno a New York con i fotografi Shelby Lee Adams e Kristin Holcomb.
Attualmente lavora a Firenze presso uno studio di architettura.

LOST IN FOOD
TESTO CRITICO DI FEDERICA MARIANI


Ci si perde spesso nella logica del consumismo e ci si ritrova a non osservare nemmeno ciò
che mangiamo, non vediamo né le forme né i colori.
Eppure i cibi hanno una potenza scultorea inespressa che val di là del loro odore e del loro
sapore: la storia dell’arte, soprattutto con Cezanne, ce l’ha sempre dimostrato.
Ma in questo caso non ci sono tele né pennelli, perché le perfette “forme geometriche naturali” vengono congelate al momento dello scatto, diventando i soggetti principali del linguaggio fotografico di MRZ. Il suo lavoro è pervaso dall’ironia del messaggio che lascia presagire reminescenze geografiche, riportandoci con leggerezza un mélange globalizzato di cibi non più rappresentativi di un’area geografica, ma riferiti ad una miscellanea di culture lontane: così New York è rappresentata sia dalla grande mela rossa che si staglia prepotente sullo spazio, sia dagli spaghetti che ne denotano il suo skyline.
L’essenzialità degli alimenti si fa città, nazione, continente: la bandiera Americana, la caotica Shangai, l’Africa, il Brasile, tutto viene reinterpretato secondo una geografia degli alimenti ormai globalizzata. Città lontane e città vicine, come San Benedetto del Tronto dove la riviera delle palme è identificata da un filare di ananas. La bravura di MRZ sta anche in questo: ogni cibo ha la sua particolare e puntuale identificazione con il mondo, come i segni zodiacali che diventano pervasi di sapori e di odori senza essere sconvolti nel loro essere, ma reinterpretati nel contorno e nella sostanza.
Forme pure della nostra quotidianità si stagliano fiere nell’equilibrio perfetto di ogni singola fotografia, dove non c’è nessun appiglio visivo che ci possa ricondurre al luogo, ma il soggetto si intuisce al volo: bastano pochi elementi, anzi uno soltanto, non c’è bisogno di un affollamento di soggetti. MRZ gioca la carta del minimalismo alimentare, dove i cibi si riappropriano della loro potenza scultorea inespressa. Ciò che colpisce di questo linguaggio fotografico è il non-luogo effettivo della collocazione degli oggetti che sono puramente vivi, facendo diventare obsoleto il termine “natura morta”. Il punto di partenza della visione è totalmente stravolto: gli alimenti hanno una vita propria e sono funzionali alla rappresentazione del mondo nel quale viviamo. I confini della geografia del cibo globalizzata creano un parallelismo con le città. Noi non siamo più quello che mangiamo, ormai tutto è relativo e il cibo diventa soggetto privilegiato di una visione estetica del mondo secondo differenti aree, il GEOGRAFOOD appunto.
Una natura eccentrica, spregiudicata e volumetrica quanto basta per riempire il campo visivo, come un contrappunto poetico intriso di odori e sensazioni tattili, come una dicotomia tra geografia e cibo che ormai si è persa nel vortice scomposto della globalizzazione.
Il linguaggio fotografico di MRZ ha quindi un sotteso intento malizioso: niente landscape che
possano trarre in inganno, c'è soltanto la personificazione degli alimenti, componenti
essenziali del geografood, che trova un’escape e rivive nella fotografia.

Testo di Federica Mariani