Barovero | Mondazzi | Preverino – Dalla materia all’opera

Torino - 28/09/2020 : 29/11/2020

Ermanno Barovero, Raffaele Mondazzi, Francesco Preverino sono i tre artisti qui esposti.

Informazioni

Comunicato stampa

Ermanno Barovero, Raffaele Mondazzi, Francesco Preverino sono i tre artisti qui
esposti. Più che il dato cronistico che sono andati in pensione di recente, quasi
contemporaneamente (pretesto della mostra all’Albertina, nel rinnovato spazio
della cosiddetta Rotonda), mi importa sottolineare i punti di contatto e
discussione su comuni nodi problematici, quindi riconoscerne l’appartenenza alla
stessa generazione, di nati a cavallo del 1950. A cominciare dall’impegno convinto
dedicato all’insegnamento, che è stato per loro, oltre che attività (mal) retribuita,
una chance di approfondimento e verifica sul piano tecnico culturale umano

Non
a caso, giovanissimi individuano la propria vocazione e scelgono studi mirati –
Liceo Artistico e Accademia – dove almeno due incontrano i maestri giusti:
Mondazzi il burbero benefico Sandro Cherchi che lo sceglie come assistente,
Barovero il solare Francesco Casorati e lo scuro a modo suo generoso Sergio
Saroni, quanto a Francesco Preverino egli elabora la sua idea di magistero come
condivisione di conoscenze e curiosità proprio a partire dalle sfortunate prove di
allievo a Brera e all’Albertina. Quella dei tre, in primo luogo, è vocazione al fare,
ad usare l’intelligenza e la sensibilità delle mani, l’energia e il desiderio che in esse
s’acumina, per confrontarsi con il corpo vivo della materia. Un confronto che
assume il carattere dell’amore e dello scontro, in diversa misura equilibrati. Ciò
che sarebbe stato ovvio in altri tempi, quando capacità a abilità al servizio della
creatività avrebbero raccolto interesse e apprezzamento, sembra essere fuori fase
proprio nella stagione toccata ai nostri autori. Francesco, Raffaele, Ermanno
sono, infatti, assediati da molteplici divaricate proposte: resistono, con qualche
simpatia, ai cosiddetti “poveristi”, rispondono ai “concettuali”, affermando la
centralità dell’autografia, si oppongono agli “analitici”, esponendosi con
generosità di atteggiamento e di metodo; e soprattutto resistono ai ritorni alla
pittura e alla scultura ma di tutt’altro segno, fino al rovesciamento di senso
proprio quando la proposta è apparentemente ortodossa. Una scelta
imperdonabile, in quanto anacronistica quella dei nostri eroi? Non direi, la
responsabilità che si assumono è storica e critica, misurata su una natura e una
cultura irrinunciabili. Per loro la tecnica, i soggetti, i titoli esprimono una certa
idea di arte – pittura o scultura che sia - la sua immediata fisicità, goduta e
sofferta nel suo specifico, mai disgiunta da una responsabilità evocativa espressiva
comunicativa. Ciò che è tipico delle stagioni “manieristiche”, colte e riflessive
almeno quando non si contentino della ripetizione e del ricalco di modelli, e
puntino invece responsabilmente sull’avventurosa ricerca dell’attraverso e
dell’oltre.
Pino Mantovani