Antonio Gibotta – Samsara

Napoli - 13/03/2015 : 13/04/2015

Samsara, la prima personale napoletana del pluripremiato fotoreporter Antonio Gibotta.

Informazioni

  • Luogo: SPAZIO KROMÌA
  • Indirizzo: Diodato Lioy 11 80134 - Napoli - Campania
  • Quando: dal 13/03/2015 - al 13/04/2015
  • Vernissage: 13/03/2015 ore 19
  • Autori: Antonio Gibotta
  • Generi: arte contemporanea, personale

Comunicato stampa

KROMÌA è lieta di presentare, in collaborazione con CONTROLUCE Napoli,
Samsara, la prima personale napoletana del pluripremiato fotoreporter
ANTONIO GIBOTTA.

Samsara è la ruota induista del ciclo di vita, morte e rinascita.
In mostra, dodici scatti realizzati in India, in occasione di una cerimonia di cremazione e dell'Holi Festival, il rito-celebrazione induista della primavera, inno ai colori e alla vita, presentati al pubblico proprio in prossimità dei giorni della tradizionale celebrazione.

La primavera e l'inverno del corpo
di Diana Gianquitto

Il corpo è una danza, è la foto è corpo


Sentito nel suo fiotto di vita, nel suo farsi arteria pulsante di gioia, trasmissione del prana universale. Oppure nel suo piombare in vuote voragini di dolore, assorbito e dissolto in scoscesi crepacci emorragici in cui smarrire emotività e forze, ma solo in attesa di ritrovarle, innalzate nella restituzione della propria energia e olos all'Universo tutto. Vita e morte, gioia e dolore, si tessono insieme, e a stringerle è il perdurante moto degli animi che li attraversano, avventurandovisi.
Il movimento, negli scatti rubati alla vita di Antonio Gibotta (Avellino, 1988), è corpo tanto quanto le membra che lo hanno prodotto, gesto e quasi danza - di sinuosa grazia ed elastica energia - che si solidifica in segno rotondo, plastico, di tale tornita pienezza e potenza visiva da sembrare persino potersi toccare.
E un attimo dopo, da scultoreo il movimento diviene segno, sintetizza tutta la superficie fotografica - che nel caso di Gibotta, data la sua consapevolezza di atemporali elementi della strutturazione architettonica, spaziale e percettiva della visione, è più che spesso possibile assimilare quasi a una superficie pittorica.
Holi Festival è la liberazione della vita, dell'energia, della prepotente e proterva, salvificamente irreducibile, pretesa della felicità. Durante Holi, tra danze e musiche per le strade le persone si cospargono di polveri coloratissime miste ad acqua, volutamente dimenticando, nell'abbandono della dimensione ludica, ogni discriminazione di casta o sesso. La cerimonia di cremazione induista è solenne immersione nel dolore, precipitazione ardita nelle viscere della mancanza, tuffo senza reti. Accessibile solo al coraggio di chi sa che mai assenza è più presente di quella che si stringe al proprio cuore ogni giorno, e di chi vede nel fuoco dissolversi gli elementi di cui è composto ogni essere, affinché siano restituiti liberati all'abbraccio dell'Universo, e quindi anche di chi resta. Antipodi apparenti, Holi e cremazione, in realtà congiunti dalla libertà di sentire. Mai tavolozza umana sarebbe stata più adatta a farsi pigmento nella vibratile espressione fotografica dell'artista, locuzione essa stessa dell'insopprimibile movimento e respiro dell'esistere, in ogni suo vitale o sofferto fiato. Di questa pulsante materia umana, prima ancora che antropologica, il giovanissimo - ma sorprendentemente consapevole - artista trae dal reportage una forma d'arte, dimostrando ancora una volta la sua "particolare sensibilità per il ritratto e per l'indagine di fenomeni striscianti o palesi dell'attualità, oltre che per l'intercettazione di atmosfere epidermiche e profondità strutturali di culture e paesi, che riesce incredibilmente a catturare con eguale consapevolezza tanto in un monocromo dai profondi e misterici chiaroscuri, incastonati di vellutati riflessi e velature, così come in una policromia ricca, preziosa, sensuale e cangiante come seta" .
Se il gesto fluisce in segno - un segno autonomo e strutturante come quello di Franz Kline o Hans Hartung - il colore, così come nei monocromi la luce e l'ombra, diviene spazio e materia, rendendo l'esito visivo di Antonio Gibotta molto più informale di quanto a prima vista esso non appaia: la cromia, i bianchi e i neri assumono solido valore semantico in sé e per sé, giungendo a strutturare poderosamente la gestione dello spazio e ad assurgere ad autonoma valenza espressiva, nonostante il permanere saldamente radicato e riconoscibile del loro punto d'origine nel dato reale. La cangiante policromia, così come il contrastato vissuto di bagliori e tenebre, si fa materica, ma di una materia serica, dalla sensualità trascinante, ipnotica e inebriante.
Caravaggeschi per intensità emotiva e simbolismi luministici degli improvvisi chiassosi lampi, i chiaroscuri sono però indagati non solo nelle determinate nettezze, ma anche in ogni minima variazione soffusa e vellutata dei grigi, rendendo quasi pigmentato l'uso del monocromo da parte dell'artista, e facendo emergere come un ricordo, un ancor persistente sapore di vita e colore anche nella buia stagione della sofferenza.
Eppure, il gusto per la ricchezza e la preziosità dei broccati visivi policromi o monocromi di Gibotta non scivola mai in vacua decorazione. Come per i patterns dai mille riflessi di Klimt, nella gloriosa stagione della Secessione viennese, o per quelli monocromatici e di elegante sinteticità analitica del Nabi Félix Vallotton, a entrambi dei quali la formalizzazione del giovane artista è paragonabile anche per quel peculiare fenomeno di appiattimento, in forza di colore o di chiaroscuro, su un unico piano sbalzato in avanti di foreground e background, assimilati dalla prevalente potenza comunicativa della cromia o dei contrasti o sfumati di luce e ombra. Un unico piano unificato ma dinamico e non statico, nutrito e arricchito da slittamenti lenti e apparentemente impercettibili - dischiusi solo a una fruizione attenta - dei livelli, paragonabili agli illusionismi spaziali e percettivi di Rothko, in un continuo gioco ballerino, e continuamente sfidante per la percezione, delle prossimità.
La padronanza dello spazio è violentemente sicura, la superficie, di cui l'arte di Gibotta si è impadronita, è agita, domata fino a docilmente trasformare i vuoti in pieni e i pieni in vuoti, plasmando l'elemento spaziale - così come la componente luministica e cromatica - come fosse materia, nuovamente avvicinandosi più di quanto a un primo sguardo ipotizzabile all'Informale, stavolta nella sua declinazione spazialista, con euritmia e padronanza rinascimentali.
Astrazione - scaturita dall'assolutizzazione dei valori di segno, spazio, luce e colore - e figurazione sono del resto in equilibrio perfetto nell'artista, facendo tesoro della lezione proprio di sommi esempi rinascimentali come Piero della Francesca o Antonello da Messina.
Suggestioni cinestetiche, luministiche e cromatiche fluiscono ininterrotte, innalzandosi in nube e pulviscolo continuo energetico di fluidità organica, inarrestabile e insopprimibile come la vita celebrata in Holi, nel suo sbocciare esplosiva, e onorata nella cremazione, nel suo invernale smarrirsi per poi ritrovarsi: non vi è Vita più accesa di quella consapevole della fine, né alcuna Morte può mai essere nobilmente tale se dimentica del suo essere passato, e futura trasformazione, di Vita.