Andrea Cefaly – Da Napoli all’Europa

Napoli - 09/02/2013 : 27/02/2013

Momento capitale della sua esperienza, la ‘folgorazione’ ricevuta nell’occasione dalla visione delle opere impressioniste francesi, presenti in quell’edizione all’interno di una mostra storica del variegato movimento, dalle origini ai più tardi sviluppi.

Informazioni

Comunicato stampa

Sabato 9 Febbraio 2013, alle ore 16,30, presentazione alla sala Carlo V di Castel Nuovo a Napoli della mostra dal titolo “ Andrea Cefaly. Da Napoli all’Europa”, che aprirà al pubblico mercoledì 6 febbraio 2013 e rimarrà aperta fino al 27 febbraio 2013


Nato il 2 aprile 1901 a Cortale, un paese di poche anime arroccato sulle colline alle spalle di Catanzaro, Andrea Cefaly dal nonno paterno – eroe garibaldino e celebrato pittore di storia – aveva ereditato il nome, che li rende omonimi, e quella vocazione all’arte che già nelle assai precoci sue prime prove pittoriche traspare con manifesta evidenza. A partire dal 1919 Cefaly è a Napoli, presso la scuola del pittore Giuseppe Aprea ove consegue la basilare formazione tecnica ed il primario approccio ai rudimenti della pittura già in un clima culturale di rinnovamento avviato a Napoli intorno al 1910, con la secessione dei Ventitre e l’arrivo del Futurismo. Il suo maestro Aprea faceva parte di quel gruppo di giovani tra cui si ricordano, Edgardo Curcio, Eugenio Viti, e altri i quali diedero inizio a un’azione antiaccademica.
Nel 1927 il Cefaly è condotto, dallo scultore Guerrisi, allo studio del già celebre Felice Casorati, ed introdotto nel fecondo ambiente gravitante attorno a quel luogo. Qui, il calabrese già dalle prime prove dimostra assimilare senza pregiudizio, dedicarsi allo studio con dedizione assoluta, sino a farsi pittore casoratiano, purissimo: si raggela il suo fare, si intellettualizza la sua pittura. Nelle austere e silenti atmosfere di quell’atelier, regnate dall’immota solitudine di pochi oggetti d’affezione, Cefaly è condotto, attraverso “il valore della forma, dei piani, dei volumi, ottenuto per mezzo di un colore tonale non realistico e insomma di quella che può dirsi architettura del quadro”, ad avvicinarsi ad una dimensione mentale e metafisica della rappresentazione.
L’esperienza Torinese si conclude con un brusco rientro in Calabria, a seguito della morte del padre, nel 1929, avviando un periodo di profonda solitudine artistica. Sarà il tempo della guerra a segnare un ancor più deciso e radicale allontanamento dalla pittura – malgrado alla Mostra Sindacale della Calabria del 1942 Cefaly ottenga quel Premio del Duce che lui, antifascista convinto, polemicamente e coraggiosamente non ritirerà – trovando soltanto una volta liberata la sua terra dall’occupazione nazifascista stimoli per riavvicinarsi con entusiasmo e costanza alla pratica artistica.
Una brevissima parentesi a Venezia, appena in tempo per visitare la XXIV Biennale d’Arte Internazionale (che aveva aperto i battenti in giugno), segna e sconvolge nel 1948 il linguaggio artistico di Cefaly che inizia un nuovo cammino.
Momento capitale della sua esperienza, la ‘folgorazione’ ricevuta nell’occasione dalla visione delle opere impressioniste francesi, presenti in quell’edizione all’interno di una mostra storica del variegato movimento, dalle origini ai più tardi sviluppi. Dopo questa esperienza l’artista sembra ripartire dopo aver fatto tabula rasa di tutto quanto stesse a monte nel suo operare; tardo impressionismo, Fauves e soprattutto l’opera di Oskar Kokoschka sembrano essere i plausibili nuovi riferimenti del nostro che stravolge la sua maniera, repentinamente, per ricostruire, poi, con una progressione che stupisce, fino a non essere più nella sua pittura legame alcuno con la formazione e la tradizione italiana.
Da allora in avanti Cefaly procederà nella direzione di una progressiva conquista di libertà ed unicità; rinnegato il passato e spezzato ogni altro ponte più o meno diretto con tradizione ed avanguardia, l’artista interromperà qualsivoglia misurazione con l’esterno.
Dopo il più diretto confronto col panorama artistico ed espositivo italiano, testimoniato dalle partecipazioni alla XXV Biennale d’Arte Internazionale di Venezia del 1950, alla VI Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma del 1951, e alla Mostra dell’Arte nel Mezzogiorno d’Italia del ‘53, a varie edizioni del Premio Michetti – dove l’artista ottiene Primo Premio e Tavolozza d’argento nel ’55 – ed alla VII Quadriennale romana dello stesso anno, ma anche dalle mostre personali del 1956 alla Galleria del Vantaggio di Roma e del 1960 alla Galleria Ghelfi di Verona e soprattutto nel raffinato spazio della Galleria Cairola di Milano, riscotendo sempre clamorosi successi di pubblico e di critica, il definitivo ritiro in una posizione irriducibilmente isolata nell’eremo cortalese dal principio degli anni 60.
Un percorso che sarà, da allora, definitivamente condotto per approfondimenti e ricerche operate ‘dall’interno’, come mosso da una energia endogena; mai snaturando quella maniera meditatamente conseguita e pur tuttavia riuscendo ad accrescere quel personale stile ormai autonomo ed indipendente, unico eppur foriero di soluzioni sempre nuove e coerenti; E’ al 1966 che Cefaly, come liberato da ogni precedente vincolo, sostenuto da una sicurezza rinnovata, agisce con una rapidità ancor più sorprendente, sembra non pensare il quadro, pare affidarsi completamente ed assolutamente all’istinto; ed al colore che va sciogliendosi da ogni servitù e relazione naturalistica, che si esalta al punto da svincolarsi da qualsiasi compito di significare, che grida e si libera, imperversando sciolto e clamante; che deflagra sulla tela ed irradia, sempre più francese, vivace e sgargiante, splendente, sfavillante, da gioiello; sempre più acido, violento, innaturale, sempre più nordico finalmente Europeo.