Andrea Bruno – Unesco’s activities in Afghanistan

Torino - 07/09/2012 : 07/10/2012

Nella sala polifunzionale del museo sarà allestita una selezione di immagini fotografiche scattate dall’architetto torinese Andrea Bruno, fin dai primi anni ‘70 consulente UNESCO per l’Afghanistan, che testimoniano cinquant’anni di salvaguardia del patrimonio afgano tra continue distruzioni e ricostruzioni.

Informazioni

  • Luogo: MAO - MUSEO D'ARTE ORIENTALE
  • Indirizzo: Via San Domenico 9/11 - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 07/09/2012 - al 07/10/2012
  • Vernissage: 07/09/2012
  • Autori: Andrea Bruno
  • Generi: fotografia, personale
  • Orari: da martedì a domenica, ore 10-18. Chiuso il lunedì
  • Biglietti: Ingresso libero alla mostra Ingresso alle collezioni secondo tariffa ordinaria
  • Email: mao@fondazionetorinomusei.it

Comunicato stampa

Il MAO Museo d’Arte Orientale ha l’onore di ospitare dal 5 al 6 settembre 2012 il 3dr UNESCO Expert Working Group, una piattaforma di lavoro e programmazione delle azioni intraprese e da intraprendere a tutela dei monumenti dell’antica città di Herat e dei resti archeologici del sito del Minareto di Jam in Afghanistan

La collaborazione tra l’UNESCO World Heritage Centre e il Museo di Arte Orientale in occasione di questo incontro internazionale - che prevede la partecipazione di esperti e consulenti UNESCO provenienti da tutta Europa e di numerosi esponenti dell’attuale governo afghano - ha permesso di realizzare la mostra fotografica UNESCO'S ACTIVITIES IN AFGHANISTAN - Jam and Herat in the pictures of Andrea Bruno visitabile al MAO dal 7 al 30 settembre 2012.



Nella sala polifunzionale del museo sarà allestita una selezione di immagini fotografiche scattate dall’architetto torinese Andrea Bruno, fin dai primi anni ‘70 consulente UNESCO per l’Afghanistan, che testimoniano cinquant’anni di salvaguardia del patrimonio afgano tra continue distruzioni e ricostruzioni.

Un racconto illustrato delle azioni intraprese con dedizione e caparbietà a favore dei monumenti della città di Herat e del minareto di Jam, non solo da parte degli esperti internazionali ma anche dalle maestranze locali e dalla popolazione afgana, sempre più consapevole della necessità di proteggere le testimonianze materiali delle propria storia.


I cantieri di restauro dei monumenti di Herat e del Minareto di Jam: tappe per una cronologia dell’attività dell’UNESCO in Afghanistan

a cura di Andrea Bruno



Una proposta di collaborazione giunta dall’ISMEO (Istituto Studio Medio ed Estremo Oriente, attuale ISIAO) e dal Ministero degli Esteri italiano mi ha proiettato, ormai cinquant’anni fa, nello spazio dell’Afghanistan per avviare l’inventario dei suoi monumenti: un immenso museo a cielo aperto, sparso su un territorio vastissimo, allora tutto da conoscere, proteggere e ordinare.
Gli interventi di emergenza, la protezione degli scavi archeologici, i primi esperimenti per la conservazione dei manufatti in terra cruda, i progetti per la musealizzazione dei reperti rinvenuti durante le missioni di scavo all’interno di edifici antichi, simboli di una coerente continuità d’uso tra un passato significativo e un presente che dimostrava di riconoscerne il significato e i valori.
Le testimonianze architettoniche e archeologiche afghane mi hanno permesso di conoscere ed indagare in modo approfondito un patrimonio in perenne bilico tra problemi di conservazione e rischi di distruzione, composto da innumerevoli tasselli di una memoria ritrovata, protetta e messa in valore che, però, ancora oggi continua ad essere gravemente distrutta e vilipesa dalle moderne tecnologie belliche.
Decenni di guerra hanno lasciato una pesante eredità, sebbene sopravvivano ancora alcune delle preziose testimonianze della ricchezza e della varietà culturale che caratterizzano questa terra: una sorta di memoria condivisa che dovrebbe servire a coagulare l’identità nazionale e ad agglomerare il consenso attorno ad essa, al pari di quanto fanno le tradizioni politiche e sociali del Paese.
Per questo il fulcro e il motore della mia attività di consulente per l’UNESCO, a tutela del patrimonio afghano, è sempre stato caratterizzato da un fermo intento di salvaguardia delle più diverse testimonianze del suo passato, nel pieno rispetto della cultura locale.
In cinquant’anni di progetti e di interventi realizzati nel paese, ho cercato di non imporre sul territorio precostituiti modelli di architettura occidentale, ma di ricercare costantemente una feconda integrazione con la cultura autoctona, nell’ottica di valorizzare le autenticità stratificatesi nel tempo, rapportandole senza pregiudizi all’uso odierno.
Tra i principali progetti che ho potuto coordinare in Afghanistan, vorrei citare: il restauro della cittadella fortificata e dei minareti del complesso di Gawhar Shad Musalla presso Herat (1974-1980), i progetti di salvaguardia e di valorizzazione della Valle di Bamiyan e della parete dei Buddha (1960- 2011), il restauro del Mausoleo di Abdur-Razzaq e la sua trasformazione in museo di arte islamica (1961-1965), il restauro del minareto di Jam ( progetto iniziato nel 1961 e non ancora conclusosi), e la progettazione dell’Ambasciata d’Italia a Kabul (1969-1973).
La possibilità di occuparmi della conservazione di un patrimonio così sterminato e rilevante è stata per me ancor più preziosa ed arricchente non solo per l’opportunità di coadiuvare al recupero del “supporto materiale” della memoria culturale del paese, ma anche per poter contribuire alla formazione delle maestranze locali, attraverso la loro continua e diretta partecipazione ai cantieri che, anno dopo anno, prendevano avvio.
A partire dagli anni’60 l’Afghanistan diede inizio ad una prima fase di sviluppo e di adeguamento delle sue fragili infrastrutture di base, impostando l’ampliamento della propria rete viaria nazionale, la realizzazione di impianti di generazione dell’elettricità nelle città, la costruzione di nuovi aeroporti, scuole ed infrastrutture ospedaliere fino a giungere alla stesura di un primo programma di promozione turistica del paese.
Questo vasto programma avrebbe potuto porre le premesse per uno sviluppo economico e sociale finalizzato ad un miglioramento della qualità della vita sia per gli abitanti delle città che per coloro che occupavano i diversi insediamenti sparsi sul vasto e non sempre ospitale territorio.
In quello stesso decennio, denso di attività e ricco di stimoli promettenti, la presenza di importanti missioni archeologiche straniere che già operavano da decenni sul territorio afgano, come la D.A.F.A. (Délégation Archéologique Française en Afghanistan), era pressoché costante. Quest’ultima aveva portato l’archeologia afgana ad alti livelli di conoscenza e l’arrivo dell’ISMEO – che ha esteso l’ambito di interesse della ricerca archeologica anche alla conservazione delle aree di scavo e al restauro dei monumenti architettonici – aveva favorito il sorgere di una neonata cultura della salvaguardia del patrimonio storico artistico del paese.
La messa in valore delle memorie storiche e artistiche e la rivalutazione di un patrimonio, sommerso e dimenticato da secoli, avrebbe potuto traghettare l’Afghanistan verso i circuiti turistico-culturali più importanti dell’Asia.
Mentre le imprese europee realizzavano differenti tipologie di opere sul territorio afgano: silos, scuole, ospedali, nuove ambasciate, piccole industrie, infrastrutture tecnologiche, il paese si apriva a nuovi visitatori e il magico termine “turismo” conquistava l’immaginazione degli operatori afgani e stranieri. C’erano quindi i presupposti per sperare in un rapido e duraturo sviluppo delle iniziative di salvaguardia del patrimonio storico-artistico.
A questo decennio fervente di iniziative, proiettato verso un futuro promettente, seguì un decennio in cui si iniziavano ad intravedere preoccupanti segnali di squilibrio socio-politico ed economico che, in seguito, pesarono gravemente sui programmi culturali.

Uno dei progetti di salvaguardia che ha maggiormente puntato su questa componente formativa è stato quello del restauro dei monumenti della città di Herat: la cittadella fortificata e i sei minareti del complesso monumentale di Gawhar Shad.
Inserito nel quadro del programma UNESCO e l’UNDP “Strengthening Governament’s capability for the Preservation of Historical Monuments” questo progetto ha visto la mia partecipazione, dal 1974 fino al 1980, nel ruolo di coordinatore dell’equipe multidisciplinare coinvolta nel progetto e composta da architetti, archeologi e restauratori.
Questo articolato programma di interventi prevedeva il raggiungimento di una serie di obiettivi dall’alto potenziale interculturale: l’interazione proficua con le istituzioni locali potenziandone i campi di azione, la formazione di maestranze locali da impiegare negli ambiti della museografia, del restauro dei monumenti e dei reperti archeologici attraverso la creazione di specifiche scuole e laboratori didattici, la redazione di un inventario del patrimonio culturale nazionale avvalendosi di moderni criteri scientifici e sollecitando l’applicazione delle leggi previste a tutela del patrimonio storico-artistico. Rientrava tra le priorità del programma anche la valorizzazione turistica dei siti oggetto di intervento e il potenziamento delle connesse attività economiche, promuovendo analoghe iniziative in altre parti del paese.
La cittadella fortificata di Herat, primo sito di intervento di questo programma, sorge al centro della vecchia città sulla collina che la domina ed è in gran parte costruita in terra cruda: un materiale, quindi, piuttosto povero e deperibile, nonostante le considerevoli dimensioni del complesso. Innumerevoli furono le distruzioni che subì nel corso dei secoli, tra cui quelle di Gengis Khan e di Tamerlano, alla fine del XIII secolo. A queste seguirono alterne fasi di ricostruzione quasi sempre realizzate impiegando gli stessi materiali ritrovati sul posto. Prima dell’avvio del programma UNESCO-UNDP, l’ultima consistente distruzione risaliva al 1953, anno in cui la guarnigione militare iniziò lo smantellamento della fortezza per poterne riutilizzare il materiale costitutivo in una nuova costruzione militare da erigere alla periferia della città. I lavori procedettero per alcuni mesi, finchè il governo afghano ne ordinò la sospensione e diede avvio, insieme all’UNESCO al piano di recupero e di valorizzazione.
Lunga circa 250 metri e larga 70, la fortezza è composta da una parte superiore, la più antica, di forma rettangolare e da una parte inferiore di forma irregolare. I lavori di consolidamento e di restauro, iniziati nel 1976, sono stati preceduti da ricerche archeologiche che hanno, inoltre, messo in luce, lungo il lato nord della fortificazione, un basamento inclinato fino ad allora sconosciuto, rivestito con mattoni e pietre squadrate, sul quale si appoggia l’intero complesso. Il progetto di intervento è stato diviso in due parti: per la porzione alta della cittadella si è operato con un restauro di tipo archeologico, riportando in luce gli ambienti esistenti. Gli edifici della porzione inferiore, ricostruiti con l’impiego di materiali e tecniche locali, dovevano invece essere rifunzionalizzati destinandoli ad ambienti a vocazione culturale: museo archeologico e militare, di arte e tradizioni locali, biblioteca con annessa scuola di calligrafia e di mosaico.
Nonostante il cantiere di restauro della cittadella di Herat fosse completamente privo di qualsiasi mezzo d’opera moderno fu possibile, grazie alla motivata e preziosa presenza di 250 operai afgani, raggiungere appaganti risultati di esecuzione. Scelsi così, come unica scelta onesta e praticabile per contribuire ad arricchire il loro bagaglio culturale, di assecondare le loro conoscenze, evitando di sovrappormi con l’apporto di forme stravaganti o di tecnologie prive di contatto con il loro mondo. Durante questi interventi, ad esempio, non sono mai stati costruiti archi in cemento armato o con strutture prefabbricate: gli abili muratori locali erano in grado di realizzarli in mattoni crudi e senza l’aiuto di centine.
Sebbene i lavori da me inaugurati si siano interrotti con l’inizio dell’occupazione sovietica, molti degli interventi sono poi stati portati a termine dalle maestranze afgane, adeguatamente preparate per condurre in autonomia molte delle fasi di lavorazione.

Lo stesso progetto, come accennato in precedenza, riguardava anche un altro rilevante complesso, quello di Gawhar Shad, un gruppo di sei minareti del XV secolo, localizzati in un’area a due chilometri da Herat. Costituto da moschee, scuole coraniche ed altri edifici di culto, il complesso era stato eretto per volere di alcuni esponenti della dinastia Timuride. Il progetto, preceduto da campagne di scavo archeologico e da verifiche strutturali, comprendeva la sistemazione archeologica ed ambientale dell’area, il consolidamento dei minareti, in precarie condizioni statiche e il restauro delle decorazioni in cotto e ceramiche.
Molti anni dopo la conclusione di questa prima parte del progetto, ho potuto constatare come molte delle maestranze che avevano lavorato nei suddetti cantieri - capimastri, muratori, carpentieri - fossero ancora presenti e attivi ad Herat. Essi avevano acquisito in quegli anni di formazione una forma mentis ed una capacità di operare sulla base di programmi finalizzati che aveva permesso loro di collaborare all’interno di piccoli progetti, organizzati dalle varie ONG presenti sul territorio. Queste piccole ma rilevanti iniziative consentivano infatti un minimo di operatività anche in assenza di una completa stabilità politica. Un esempio, quindi, di finalità e di obiettivi raggiunti.
Il tormentato e complesso restauro del minareto di Jam, monumento tra i più straordinari della prima arte islamica, ha accompagnato - dal 1960 fino al 2006- tutta la mia attività di consulente in Afghanistan.
Il minareto di Jam è una grandiosa e slanciata struttura posta nella regione montuosa al centro dell’Afghanistan. Questo imponente ed enigmatico monumento è tra i più straordinari esempi della prima architettura islamica, nonché uno dei più alti minareti al mondo. Edificato tra il 1163 e il 1207, rappresenta un tesoro di inestimabile valore se si considera che è la sola opera architettonica in condizioni conservative discrete, rimasta a testimonianza della finezza e della ricchezza della civiltà Ghuride, che dominò la regione tra il XII e il XIII secolo.
Unico monumento sopravvissuto alla distruzione operata da Gengis Khan, rimase sconosciuto per oltre sette secoli. Riscoperto nel 1944, se ne persero nuovamente le tracce fino al 1957 quando la sua esistenza fu confermata dall’archeologo francese André Maricq.
A base ottagonale in mattoni cotti legati con malta, alto circa 70 metri, presenta al suo interno due notevoli scale elicoidali. La superficie esterna è interamente rivestita da una complessa decorazione monocroma in altorilievo di terracotta, con porzioni in ceramica smaltata di colore blu a comporre versi coranici in caratteri Kufici.
Nel 1961 fui incaricato dall’ISMEO e dal governo afgano di effettuare una campagna di rilevamento sul minareto che ne mise in luce la grave compromissione conservativa con conseguente inclinazione dell’asse, a causa dell’erosione provocata dai due fiumi che ne lambiscono la base.
I primi interventi realizzati hanno riguardato una provvisoria arginatura in pietre e legname locali (1963) .
Su richiesta del governo afgano, lo SPACH (Society for the Preservation of Afghanistan’s Cultural Heritage) con il coordinamento dall’UNESCO, diede l’incarico nel 1974 di approfondire lo studio per il progetto di restauro e, in prima istanza, fu finanziato dal governo italiano un intervento di messa in sicurezza che avrebbe dovuto portare alla costruzione di un’arginatura in gabbioni metallici zavorrati da pietrame, premessa per futuri interventi sulle fondazioni. Nel settembre 1979, mentre si stava concludendo l’approvvigionamento delle pietre necessarie al riempimento dei gabbioni metallici, iniziò l’occupazione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche, atto che compromise qualsiasi possibile sviluppo del progetto.
Nel 1999, anno della missione UNESCO alla quale partecipai nuovamente in veste di consulente, poterono riprendere le indagini e gli interventi a tutela di questo monumento. L’obiettivo della missione era quello di raggiungere il minareto di Jam per verificarne le condizioni di stabilità, paragonandole, per quanto possibile, a quelle degli ultimi sopralluoghi ufficiali del 1979.
La possibilità di raggiungere il minareto (con il divieto di soffermarmi oltre il calar della sera) fu il risultato di una lunga e delicata trattativa fra il comando delle forze talebane presenti nel villaggio di Jam e le forze dell’opposizione attestate sul lato opposto dell’Harirud e che quindi si fronteggiano a 40 metri di distanza, giorno e notte, in uno stato di continua allerta.
Nel 1999, in questa valle scelta dagli imperatori ghoridi per costruirvi la postazione più avanzata e prestigiosa del loro impero, dominata dalla grande torre-minareto di Jam, continuavano a svilupparsi avvenimenti determinanti per l’equilibrio politico dell’Afghanistan. Infatti le opposte forze che oggi si continuavano a confrontare per il dominio del paese si erano collocate sulle antiche linee difensive costruite dai Ghoridi per la difesa del loro territorio.
Il fiume Harirud che divideva le due fazioni costituiva anche linea di scambio e di patteggiamento, non soltanto frontiera invalicabile.
Scavi clandestini condotti nella zona del minareto poco prima di questa missione(date e località precise non sono rintracciabili) avrebbero portato alla luce “tesori” di grande valore, quali oggetti d’oro e monete che, secondo quanto mi fu riferito dai notabili del villaggio di Jam, sarebbero stati trasferiti al di là del fiume. È forse grazie a questo spirito di connivenza tra le opposte fazioni che ho avuto la possibilità di vedere in modo fugace il minareto nel primo pomeriggio del 2 agosto 1999.
Ancora una volta, nel corso della lunga storia, il minareto si presentava come unico superstite e testimone delle distruzioni compiute dall’uomo che riportarono il sito nelle condizioni in cui si trovava all’inizio degli anni ’60.
Ai vent’anni nel corso dei quali molte furono le iniziative intraprese per procedere alla protezione e al restauro del minareto, nonché alla ricerca archeologica scientificamente condotta nell’intera area, sono seguiti vent’anni (1979-1999) di dissennate distruzioni di quanto si era riuscito a salvaguardare.
Gli interventi portati a compimento nei primi vent’anni, a difesa del monumento, erano stati resi possibili grazie all’abnegazione dei governatori della regione, negli anni fra il 1963 e il 1979. La costruzione di un edificio, che doveva ospitare tecnici e maestranze per l’esecuzione dei lavori, alla base del minareto, e destinati a proteggerlo dall’azione erosiva dei corsi d’acqua, rappresentava un’opera necessaria e preliminare all’esecuzione di qualsiasi intervento.
Questo edificio fu poi completamente distrutto, insieme alle infrastrutture di servizio rappresentate da una riserva di acqua potabile e da un gruppo elettrogeno. Il ponte carrozzabile, costruito in quegli stessi anni, con struttura in legno e contrafforti in muratura di pietrame per consentire l’attraversamento dell’Harirud in ogni stagione, era all’epoca di questa mia missione, completamente scomparso.
Risultavano ugualmente scomparsi i gabbioni metallici offerti dall’UNESCO per i lavori urgenti di arginatura e che erano accatastati alla base del minareto pronti per essere posti in opera. All’epoca rimaneva incombente la minaccia di nuovi scavi clandestini che, se condotti in prossimità o peggio all’interno della base del minareto ne avrebbero potuto compromettere definitivamente la sopravvivenza.
In altri termini, nel 1999 la situazione era simile a quella del 1960, in un totale isolamento dal mondo civile. Dopo trent’anni di attenzione al sito e al monumento occorreva ripartire da zero, in una situazione di conflitto armato.
Dal 1999 a oggi, nonostante la tremenda realtà bellica che sta vivendo questo paese, molto è stato fatto.
In seguito all’esecuzione di dettagliate indagini idrogeologiche, supportate da approfondite misurazioni topografiche durante le missioni UNESCO nel 2002 e nel 2003, sono stati condotti interventi per la ricostruzione e il rafforzamento della base del Minareto mediante lavori di muratura, sotto la supervisione del Ministero afgano della Cultura e dell’Informazione. Questi lavori, completati nel 2006, sono stati realizzati utilizzando le tradizionali tecniche in un uso da millenni nel paese per la fabbricazione del mattone, provvedendo inoltre alla formazione continua degli esperti e dei lavoratori afgani coinvolti.
Il progetto non ha solo assicurato l’uso delle tecniche tradizionali laddove possibile, ma anche l’impiego e la formazione degli operai ed esperti locali, fornendo in questo modo un concreto, pratico e visibile contributo allo sviluppo dell’Afghanistan presente e futuro.
Attualmente la struttura del minareto è sottoposta ad un continuo monitoraggio, in attesa che si possano, un giorno, realizzare interventi di consolidamento definitivi.
Purtroppo, nell’ambito della tutela del patrimonio storico artistico di questo paese, nuovi e devastanti fenomeni di degrado e di distruzione continuano a sommarsi e quando, al termine dell’attuale conflitto, si potranno riprendere ampi programmi di intervento, occorrerà inaugurare una lunga stagione di restauri dei restauri, in precedenza impostati o terminati: operazione, questa, frustrante, ma necessaria.
È però, a mio avviso, perentorio assumere un atteggiamento ottimista per poter contrastare in modo efficace la brutalità che ha condotto, ad esempio, all’eclatante distruzione dei Buddha giganti di Bamiyan.
In un paese dilaniato da continui conflitti, il senso della parola “restauro”, alla luce di quanto ho personalmente vissuto in Afghanistan, si arricchisce di nuovi significati: non solo operazione di recupero di monumenti danneggiati, ma piuttosto occasione per il ristabilimento delle condizioni minime di pace economica e sociale necessarie per poter rendere comprensibile e giustificabile gli interventi di salvaguardia sui beni culturali. Tali interventi, infatti, non potranno mai risultare urgenti e prioritari in un paese dove tutto manca, a partire dal diritto all’esistenza pacifica.