Alessandra Maio – Orizzonti

Castiglione dei Pepoli - 29/04/2017 : 10/06/2017

Offcina 15 per questa volta propone la serie di lavori “Orizzonti” dell’artista bolognese Alessandra Maio.

Informazioni

  • Luogo: OFFICINA 15
  • Indirizzo: Via Aldo Moro, 31 40035 - Castiglione dei Pepoli - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 29/04/2017 - al 10/06/2017
  • Vernissage: 29/04/2017 ore 18
  • Autori: Alessandra Maio
  • Curatori: Federica Fiumelli
  • Generi: arte contemporanea, personale

Comunicato stampa

Offcina 15 per questa volta propone la serie di lavori “Orizzonti” dell’artista bolognese Alessandra Maio.
La mostra inaugura il 29 aprile alle ore 18:00 e sarà possibile visitarla fino al 10 giugno 2017.
Officina>15 è un’associazione culturale nata a Castiglione dei Pepoli in provincia di Bologna senza scopo di lucro volta alla diffusione della cultura e dell’arte senza nessun confine di carattere e di gusto


Gli obiettivi dell’Associazione sono quelli di promuovere e rivalutare il territorio dell’Alto Appennino Bolognese, facendo da punto di riferimento e di aggregazione per chi voglia sviluppare le proprie idee artistiche e creative, con un interesse particolare ai nuovi media e alle forme di espressione contemporanee.
“Sono affascinata dalle parole, dalle loro sfaccettature, dai significati che possono assumere a seconda dei contesti in cui sono inserite. Lego parole a immagini semplici esaltando la loro potenza attraverso la ripetizione ossessiva: scelgo frasi fatte o famose, cantilene, proverbi e le scrivo migliaia di volte componendo le trame fitte da cui scaturisce, come un ricamo, il disegno finale. La ripetizione non è una pratica sedativa, è un modo per riflettere: quando si riscrive una frase questa assume un significato più intenso portando ad uno stato meditativo.”
“Orizzonti” è il titolo della serie di lavori ad acquarello e matita su carta dell’artista Alessandra Maio di un grigio che man mano da campitura di colore, si fa leggera ed inconsistente sfumatura, per sciogliersi in corpo esile di scrittura. O ancora leggendo il movimento contrario: una scrittura che si condensa in fumose porzioni di colore etereo, fino a scomparire. A dissolversi. E’ proprio lo spazio della scrittura ad essere posto sotto una lente di ingrandimento temporale, l’artista è interessata ad una questione nella quale tutti noi intimamente ci siamo imbattuti, fin da quando siamo bambini, dove nella fase di apprendimento è previsto un particolare tipo di rapporto tra noi e la pagina bianca, tra noi e il mondo.
Alessandra Maio classe 1982 vive e lavora a Bologna si è diplomata all’Accademia di Belle Arti ed ha conseguito la laurea magistrale in “Storia dell’arte contemporanea” sempre con il massimo dei voti.
Da attenta osservatrice e studiosa ha tratto e assorbito i punctum essenziali dalle sperimentazioni legate al rapporto tra parola e immagine, grafia e grafismo, dalle prima esperienze futuriste e dadaiste, alle ricerche delle neoavanguardie come Poesia concreta, Poesia Visiva, Fluxus, Concept Art, e Narrative Art, per rielaborare personalmente il luogo della scrittura.
Scrittura che è movimento, immagine e forma. Scrittura che è orizzonte di conoscenza e pratica antica, espressiva e dicotomica. Tra noumeno e fenomeno, la scrittura è l’accadere di un tempo che piano piano stiamo perdendo. Ma la Maio non perde questo equilibrio e nemmeno questo tempo, lo custodisce con finezza ed eleganza, con precarietà e originarietà, il gesto recupera una forza pura semplice. La forma calligrafica si sdogana da imposizioni di senso, lontana di logiche di senso coercitive, è all’orizzonte, infinita nel mistero.
“Il mistero non è un muro, ma un orizzonte. Il mistero non è una mortificazione dell’intelligenza, ma uno spazio immenso, che Dio offre alla nostra sete di verità.” (Antonie de Saint-Exupery)
La serie di lavori “Orizzonti” si avvicina per affinità stilistiche e concettuali ad altri lavori dell’artista come “Esercizi di stile”: “Grigio nebbia: senza confini da superare non so dove andare”, “Linee parallele”, “Tentativo di mimesi: mi nascondo tra le ombre dei miei sogni”, “Sfumatura R: a volte confondersi aiuta a capirsi”, “Sfumatura A: non devo aver paura del buio”, “Grigio: non riesco a pensare a niente”, “Non devo aver paura del buio.” Tonalità grigie, blu, rosee si alternano con una ripetizione nel titolo che fa da cornice al pensiero, NON. NON NON NON. La Maio ci suggerisce che ripetere aiuta, sia nell’ossessività della forma, che nella negazione della sua significanza, per liberarsi occorre insistere, muoversi, correre, scivolare verso un orizzonte di originarietà. Sia nello stile esecutivo sia nella scelta dei titoli, nella poetica della Maio si può trovare e riscontrare una genuinità propria dell’infanzia, una propensione al gioco, puro, semplice, e proprio per questo estremamente profondo e complesso.
“Possiamo dire: gioco è non-serietà. Ma questo giudizio, oltre a non dire nulla delle qualità positive del gioco, è estremamente precario. Bambini, calciatori, scacchisti giocano con la massima serietà senza la minima tendenza a ridere.” Johan Huizinga
I sogni, i pensieri, l’incertezza, il dubbio, le paure; fanno parte di un’attitudine ‘calviniana’ quella dell’artista, già riscontrata peraltro da altri critici, “di planare sulle cose dall’alto” , una modalità estetica aerea, con un approccio sincero e curioso sul mondo e sull’esperire.
“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire. Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.” (dall’incipit di “Lezioni Americane” di Italo Calvino)
Dal quaderno, al foglio, alla carta di cotone, la scelta dei supporti da parte dell’artista mantiene un’essenzialità basica ed elegante, lo spazio bianco si rende disponibile ad accogliere silenzi fatti di negazioni, pensieri e ripetizioni. Ed è così anche per la scelta della tecnica di colorazione (prevelentamente acquerello) e dei colori.
“Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto quello che è spoglio mi ha sempre profondamente impressionato.” Joan Mirò
Il lavoro della Maio è un lavoro di riduzione, di spogliazione, dove lo spazio e il tempo si incontrano nella vertigine del vuoto, nella purezza del colore o nel reiterarsi della forma, o nella semplicità di una locuzione. Una concezione estetica che la rende molto vicina a ricerche di tipo orientale. Di fatti, basta pensare alla serie “Seascapes” del fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto per captare affinità distanti ma estremamente vicine, dove l’essenza diviene concetto, negli scatti di Sugimoto, l’orizzonte diviene quel limen, quel gap, quella mancanza irraggiungibile tra la distesa oceanica dell’acqua e l’inafferrabilità del cielo; tutto si perde in una gradazione tonale, soave, amplificata, infinita, in un grigio che diviene metafora stessa dell’esistenza. Proprio come accade negli “Orizzonti” della Maio, dal taglio implicitamente fotografico, sia nei formati verticali, orizzontali, ma nella fattispecie in quelli tondi, dove la perfezione del cerchio diviene ‘occhiello’ attraverso il quale spiare, ma anche cornice, buco, fuga, foro, fessura attraverso quale l’entropia si compie.
Gli “Orizzonti” della Maio, sono luoghi, arcipelaghi o isole, paradossalmente letterarie, dove la non-significanza risiede nella bellezza del gesto. Un gesto puro sintomo di una ricerca minuziosa, quasi ascetica che la avvicina ad una grande artista come la tedesca (ma italiana d’adozione) Irma Blank, anche per le scelte cromatiche. La scrittura in entrambe diviene movimento, respiro e riflessione (in) formale.
In “Orizzonti” silenzio e densità si incontrano osmoticamente nella trasparenza dell’acquarello e nella trama fitta di parole, per evocare sensazioni, per ricordare liquidamente, fluidamente che tutto scorre silente, si muta e trasforma, sbiadisce, come lacrime su carta di cotone, si dissolve una linea d’ombra.
Al buio, in punta di piedi.
Federica Fiumelli


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