Achille Perilli

Informazioni Evento

Luogo
ALFONSO ARTIACO
Piazza Dei Martiri 58, Napoli, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

19 gennaio - 28 febbraio 2026
Inaugurazione in galleria il 17 gennaio 2026 dalle ore 11:00
Lunedì - Sabato 10.00 - 19.00

Vernissage
17/01/2026

ore 11

Artisti
Achille Perilli
Generi
personale, arte moderna

Mostra personale.

Comunicato stampa

L’esposizione presenta una selezione di opere di Achille Perilli riconducibili al ciclo che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, rappresenta uno dei punti di maggiore concentrazione e continuità della sua ricerca. Per coglierne appieno la portata è necessario richiamare il contesto da cui prende origine: l’esperienza di Forma 1, di cui Perilli è tra i fondatori nel 1947, segna infatti l’inizio di una riflessione sulla forma come processo dinamico e sullo spazio come dimensione concettuale, mai concepito come semplice supporto o come entità rappresentabile. È in quel clima che si consolida un’idea della forma intesa come stato di tensione e trasformazione permanente, presupposto essenziale per gli sviluppi successivi.
In un momento segnato dalla crisi dei sistemi prospettici tradizionali, Perilli definisce una posizione teorica rigorosa, esplicitata nel testo Indagine sulla prospettiva (1969). La prospettiva viene messa in discussione come dispositivo coercitivo dello sguardo e sostituita da un assetto instabile fondato sull’interazione tra colore, segno, tono e struttura. L’opera rinuncia così a offrire un’immagine leggibile o uno spazio identificabile, riducendo l’informazione visiva fino a trasformarla in un’esperienza aperta, ambivalente, priva di soluzione definitiva.
È in questo passaggio che si afferma la nozione di labirinto, non come soggetto iconografico ma come principio costruttivo. Nel Manifesto della Folle immagine nello spazio immaginario (1971), Perilli lo descrive come una configurazione di percorsi simultanei, in cui «non si riesce più ad accettare altra legge che quella del contorto suo dipanarsi in molti cammini tutti eguali e tutti diversi». Vengono così sospese le coordinate spaziali consuete: alto e basso, interno ed esterno, oggetto e distanza si annullano, e ogni elemento dell’opera diventa, allo stesso tempo, occhio, spazio e forma.
Le opere di questa serie si presentano come trame di passaggi minimi, sequenze che si proliferano senza mai approdare a una sintesi conclusiva. Il segno abbandona ogni funzione descrittiva per trasformarsi in moto, in direzione mentale; le forme si dilatano, si distanziano, si assottigliano, evitando deliberatamente ogni stabilizzazione spaziale. Il volume è suggerito e immediatamente trattenuto, mantenuto in una condizione di precarietà controllata.
Il colore assume un ruolo fondativo. Non si limita a sostenere la forma, ma la incorpora fino a coincidere con essa. Non procede per modulazioni tonali, bensì attraverso minime variazioni e tensioni cromatiche, che regolano l’andamento interno dell’opera. Con il tempo, questa ricerca si amplia: negli anni Ottanta l’immagine sembra estendersi idealmente oltre il perimetro della tela, attraverso movimenti non visibili e traiettorie soltanto percepite; negli anni Novanta il colore si afferma come elemento dominante, materia autonoma e intensa, capace di dissolvere ulteriormente l’impianto formale.
Nelle opere più tarde, la geometria irrazionale lascia spazio a una superficie pittorica vibrante, composta da scarti minimi, quasi impercettibili. La profondità viene compressa in un campo unitario, simile a una superficie concava che assorbe la terza dimensione. Il colore si insinua negli interstizi, si espande dove il segno arretra, fino a farsi esso stesso linea e spazio.

Come scrive Perilli nel manifesto L’irrazionale geometrico (1982), è la tensione interna alla forma a determinarne il progressivo dissolvimento. Le opere in mostra restituiscono pienamente questo slittamento continuo dal piano percettivo a quello mentale, offrendo allo sguardo un’esperienza aperta, priva di gerarchie e di orientamenti certi: un campo visivo in cui lo smarrimento non è una mancanza, ma una condizione necessaria del vedere.