Fantagraphic. Il magnifico mondo mostruoso di Emil Ferris

Accumula riconoscimenti internazionali il romanzo grafico “La mia cosa preferita sono i mostri” che, secondo il guru dei comics Art Spiegelman, ha fatto ricorso all’uso dello sketchbook per, nientemeno, “modificare la grammatica e la sintassi della pagina a fumetti”.

Emil Ferris – La mia cosa preferita sono i mostri (Bao Publishing, Milano 2018)
Emil Ferris – La mia cosa preferita sono i mostri (Bao Publishing, Milano 2018)

Chicago, tra il 1967 e il 1968. Vagando tra uptown e downtown, la protagonista Karen Reyes – padre messicano che ha tagliato la corda da tempo, madre irlandese malata, amorevole quanto superstiziosa, e fratellone molto protettivo e intanto donnaiolo – è una ragazzina che adora i film e le riviste di mostri, si sente e si rappresenta come un mostro lei stessa, e soprattutto, per farsi forza, vorrebbe essere un mostro davvero. Decisamente troppo sensibile e intelligente, con una sessualità ancora incerta, a scuola Karen è emarginata e bullizzata, per cui finisce col rifugiarsi nel proprio mondo, che è fantastico ma non troppo. Per esempio, la morte violenta della donna del piano di sopra, la bella e malinconica ebrea tedesca Anka Silverberg, frettolosamente archiviata come suicidio, e suicidio non può essere, scatena in lei il desiderio di fare luce sul fattaccio e la trasforma in un piccolo, determinato investigatore, con tanto di impermeabile e cappello d’ordinanza. Così il suo cercare di capire il mondo che la circonda affonda lentamente ma inesorabilmente anche il lettore in un universo labirintico e misterioso, dove tra tutti coloro che lei chiama g.e.n.t.e. (Grigi Egoisti Noiosi Tristi Ebeti) si muovono e intersecano infiniti rapporti di affetti e ostilità, superficialità e profonda serietà, voglia di vivere e male di vivere, e soprattutto segreti che ciascuno, monstrum a proprio modo, si porta dentro ben nascosti. Il libro La mia cosa preferita sono i mostri si presenta allora come la riproduzione del dettagliato diario personale della tenera Karen, raccontato con parole e disegni sulla carta a righe di un grande quadernone rilegato a spirale, per un chilo e mezzo di romanzo denso e coinvolgente, davvero fuori dal comune.

EMIL FERRIS

L’autrice, Emil Ferris, è nata nel 1962 a Chicago, dove è cresciuta figlia di artisti (la madre è la quotata pittrice simbolista/surrealista/femminista Eleanor Spiess-Ferris) e dove ha frequentato la locale e rinomata Scuola d’Arte, dedicandosi poi all’illustrazione e alla progettazione di giocattoli. Può essere interessante sapere, ai fini del suo lavoro successivo, in molte pieghe autobiografico, che da giovane si è scoperta lesbica e poi si è confermata bisessuale; e in particolare che nel 2001, in seguito alla puntura di una zanzara West Nile, è rimasta a lungo severamente paralizzata dalla vita in giù, perdendo anche l’uso della favella e della mano destra. Uscita infine ultracinquantenne da quella situazione pesantemente invalidante, non senza fatica si è dedicata alla scrittura e realizzazione grafica di questa sua sorprendente opera d’esordio, My Favorite Thing Is Monsters, che è stata subito salutata con entusiasmo e ammirato rispetto da molti – tra cui l’autore di Maus Art Spiegelman e quello di Jimmy Corrigan, the Smarted Kid on Earth Chris Ware – come un inaspettato capolavoro. D’altronde lei e il suo libro si sono subito aggiudicati i più importanti premi statunitensi della letteratura disegnata (Lambda, Eisner e due Ignatz) e pure, notizia di questi giorni, il Gran Guinigi di Lucca Comics come migliore graphic novel pubblicato in Italia nel 2018. Riconoscimenti meritati, che per una volta mettono d’accordo tutti, tra pubblico e critica.

Emil Ferris – La mia cosa preferita sono i mostri (Bao Publishing, Milano 2018). Copertina
Emil Ferris – La mia cosa preferita sono i mostri (Bao Publishing, Milano 2018). Copertina

NON UN SEMPLICE FREAK SHOW

L’opera è obiettivamente di raro interesse. Il virtuosistico disegno, realizzato per lo più a penna biro, componendo in modi variati parti in bianco e nero e parti colorate, è modulato espressivamente in base allo specifico mood delle situazioni raccontate, ora mostrando un realismo dettagliatissimo e ora sveltendosi in soluzioni visive più sintetiche. I tratteggi incrociati la fanno comunque da padroni sulla pagina, infarcendola di variazioni tonali spesso spettacolari e pure emozionanti. La narrazione drammatica, portata avanti con astuzia in modalità multistrato, alternando il presente di Karen nella Chicago ai tempi della guerra del Vietnam con il passato di Anka nella Germania nazista, non stanca mai e rilancia di continuo il proprio diverso interesse. Ma più di tutto è la densità dei contenuti umani a tenere attaccati alla storia, non solo per gli sviluppi del plot ma proprio per la ricchezza di notazioni psicologiche e per la partecipazione emotiva alle vicende della ragazzina che si crede e si vuole mostro – quando i mostri in realtà sono altri e sono ovunque; ed è chiaro che mostri alla fine siamo tutti. Ma, intendiamoci, non si tratta certo di un freak show tradizionale. C’è forte tensione etica. E quando la tenera lupetta mannara Karen riflette così: “Un mostro buono a volte spaventa perché ha un aspetto strano, o ha le zanne… è qualcosa che va oltre il suo controllo… ma ai mostri cattivi importa solo di avere il controllo… vogliono che tutti abbiano paura così che siano loro a comandare…”, ci si rende conto che ciò riguarda anche il nostro amaro presente.

ARTE E DINTORNI

Tra l’altro (il molto altro) la ricca cultura visiva dell’autrice, che condivide con la sua creatura l’amore per l’intera storia dell’arte e per le visite alle strepitose collezioni del museo dell’Art Institute of Chicago, dissemina numerosissime citazioni dirette di opere di grandi artisti del passato come Füssli e Delacroix, Grosz e Dix, Seurat e Caillebotte, Gérôme e Monet, Correggio e Cranach il Vecchio, Goya e Doré, Utamaro e… E s’inventa strepitose copertine di riviste vintage “de paura”, dai titoli rivelatori Ghastly, Dread, Spectral, Arcane, Horrific, True Terror Tales, Gory Stories, Ghoulish… Ragioni di più per intrigare gli appassionati tanto delle arti maggiori quanto di quelle “minori”. Il risultato complessivo è obiettivamente innovativo e saporosamente speziato, rendendo il libro adatto e consigliabile a più palati, meglio se di intenditori. Il lavoro di adattamento per l’edizione italiana, infine, è spettacolarmente preciso; non senza qualche prevedibilità, si potrebbe dire, per via del lavoro occorso, davvero “mostruoso”.

  Ferruccio Giromini

Emil Ferris – La mia cosa preferita sono i mostri
Bao Publishing, Milano 2018
Pagg. 416, € 29
ISBN 9788832730692
https://baopublishing.it

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Ferruccio Giromini
Ferruccio Giromini (Genova 1954) è giornalista dal 1978. Critico e storico dell'immagine, ha anche esercitato attività di fotografo, illustratore, sceneggiatore, regista televisivo. Ha esposto sue opere in varie mostre e nel 1980 per la Biennale di Venezia. Come consulente editoriale, ha diretto collane di libri, cd-rom, video, periodici per diversi editori. Dal 1979 tiene corsi e laboratori per istituzioni scolastiche pubbliche e private, tra cui dal 1988 per l'Istituto Europeo di Design di Milano. È docente collaboratore della rete italiana dell’Università del Fumetto. Finora ha curato e presentato cinquecento esposizioni e manifestazioni su illustrazione, fumetto, fotografia, cinema d’animazione, arti visive contemporanee, in Italia e nel mondo, e ha fatto parte di centoquaranta giurie, in molti casi in qualità di Presidente. A partire dal 1982 è stato consulente artistico di varie manifestazioni: il Premio Andersen-Baia delle Favole di Sestri Levante, il Festival Internazionale Comics "Babel" di Atene, il Festival Nuvole parlanti. Fumetto in palcoscenico di Genova, il Mondo Mare Festival in Liguria, il Festival Suq di Genova. Per alcuni anni ha condiviso la direzione della mostra internazionale di cinema d'animazione Cartoombria di Perugia. Dal 2007 è direttore artistico del Premio "Sergio Fedriani" di Genova e nella stagione 2008/09 ha ideato e diretto il Festival Fantastiche Terre di Portofino in Liguria. Dal 2008 è condirettore del Premio Skiaffino di Camogli.