Il Premio Strega Poesia è un sortilegio. Intervista alla poeta Isabella Leardini
Mentre si conclude la quarta edizione del Premio Strega Poesia, incontriamo la poeta Isabella Leardini, in cinquina nella competizione, con il suo "Maniere Nere" che si muove nel fragile equilibrio tra generatività e morte
L’albero dei morti bambini
più splendente fiorisce ogni mese
frutto di interminabile sete
germogliare ostinato dell’amore.
Gioco che gira incantato
dove la vita sconosciuta esiste
spietata infanzia dei non vissuti
che guardano stupiti i non più vivi.
A un battito dalle mani
che non arrivano a toccare le mani
a un passo dalla polvere dei piedi
che battono lo spazio delle stanze
dietro gli stipiti aperti delle porte
indisturbati si stendono i rami.
Ci vuole grazia anche per parlare della morte, delle crepe che scaturiscono nel vuoto, dell’abisso – ci vuole grazia per parlare della vita, anche. Tra le cinque finaliste e finalisti del Premio Strega Poesia di quest’anno troviamo Maniere nere (Mondadori), un libro che è come fotografare tutto questo e rimetterlo alla clemenza dei flutti. Una raccolta di poesie che, non a caso, ha un titolo oscuro e luminoso come i testi che contiene.

Chi è Isabella Leardini
La sua autrice, Isabella Leardini (Rimini, 1978) ha esordito nel 2004 con La coinquilina scalza (Niebo / La Vita Felice), a cui sono seguiti Una stagione d’aria (Donzelli, 2017) e il saggio Domare il drago (Mondadori, 2018). Insegna Scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dirige il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e le collane di poesia dell’editore Vallecchi, per cui ha curato l’antologia Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (2023) e tradotto Carol Ann Duffy.
Intervista a Isabella Leardini
Manca sempre meno alla proclamazione del quarto Premio Strega Poesia, per il quale il tuo Maniere nere è attualmente in cinquina finalista. Che sensazioni hai a riguardo?
C’è una poesia di Margherita Guidacci che amo molto, dice: «Poi, quando si ritirino le acque / sarò di nuovo una spiaggia deserta». Si intitola Alta marea. O del fare poesia. Quando questa avventura sarà finita mi mancherà l’atmosfera che si è creata con gli altri finalisti e con le persone che lavorano per la Fondazione Bellonci e ci accompagnano nelle tappe dello Strega tour, se è un’esperienza così bella si deve a loro. Lo Strega è incantesimo e sortilegio, rapisce le menti, fa prodigi di attenzione, ma genera anche roghi; sto vivendo ognuno di questi aspetti. È un’esperienza intensa, trasformativa, molto bella per la sua natura anche condivisa. Quando l’alta marea della vita letteraria si ritirerà sarò di nuovo una spiaggia deserta e aspetterò l’altra marea, quella della scrittura.
In Maniere nere c’è tanta rovina, tanta fine, e al tempo stesso è molto presente la figura del bambino e in generale della vita che viene al mondo e brulica (a un certo punto usi anche l’espressione «morti bambini»). In che punto credi che si uniscano, nella tua scrittura, questi due poli?
Generatività e morte sono esattamente il tema del libro, non credo però che siano due poli, quanto piuttosto il rovescio della stessa materia vitale e metapoetica. I morti bambini compaiono nel primo verso del libro e sono i protagonisti della prima sezione, sonobambini non nati, i miei, perché l’impossibilità biologica di generare è il tema di fondo del libro insieme alla pulsione di morte. La scrittura di Maniere nere è infestata da simboli, figure e presenze altre, brulicano solo gli spazi che sono limite e soglia, nelle stanze che confinano con un altrove vicinissimo e invisibile, nel buio sommerso del fondale, in quello sotterraneo appena al di sotto dell’erba. Ci sono molte vite minime nel mio libro, proprio non c’è, però, la vita che viene al mondo; è anzi la grande assente, la grande negata in uno spazio in cui più facilmente si muore, e in questo caso sto parlando del mio corpo.
Spiegaci meglio…
Nessun venire alla luce, piuttosto una luce che viene dal buio. La maniera nera, la tecnica incisoria che ho usato come metafora, mostra esattamente questo: oggetti che appaiono illuminati attraverso l’oscurità. Non avverto la scelta della morte come rovina, soltanto come un segno che alcuni portano addosso da sempre. Però hai ragione, c’è tanta fine, è un libro ultimo, anche se spero che non sarà l’ultimo. E poi c’è una diversa generatività: quella della scrittura stessa e quella della natura, che dalla morte ricrea senza spreco. Tutto quello che è già generato – dice un verso – può persistere o rigenerare.
Tu sei nata a Rimini e hai vissuto sempre in posti vicino al mare, o comunque con un waterfront, e il mare è un altro soggetto che torna molto in Maniere nere. Quale mare avevi in mente, di preciso, mentre scrivevi questo libro?
Vivo a Rimini e lavoro a Venezia, sono abituata a stare a un passo dall’acqua senza saper nuotare, in luoghi destinati ad essere divorati dal proprio stesso orizzonte. Nei miei libri precedenti il mare era lungomare, rassicurante rettilineo balneare, già portatore però di una dinamica di pieno e vuoto, scandita dalle stagioni. In Maniere nere si è rovesciato in fondale, un sommerso abitato in cui la fantasia di annegamento incontra le simbologie residuali, dalla madreperla, generata ma non viva e metafora della poesia stessa, alla conchiglia come oggetto antropologicamente magico, che però è anche esoscheletro e guscio vuoto. Il fondale è uno spazio simbolico e mentale, acqua amniotica e dell’inconscio, ma altrettanto metafisica in Maniere nere è la riva, tutto l’immaginario marino del libro è metafora di un confinare tra la vita e l’ultimo passo, o se preferisci tra la punta del nostro piede e l’abisso. La mia scrittura nei libri precedenti aveva una traiettoria lineare, narrativa, mentre in questo libro la direzione si è ribaltata in profondità, e se prima la mia poesia appariva chiara e aperta come una spiaggia; tuttavia, conteneva già il buio del mare. Si è soltanto spostato il punto di vista, dal fondale la luce filtra attraverso l’ombra, proprio come nella tecnica della maniera nera, che è anche una metafora del procedimento di scrittura di questo libro.

Rispetto ad altri autori e autrici, sei una poeta che lascia passare lunghi periodi tra un libro e l’altro. Tra la tua prima raccolta, che è La coinquilina scalza (La Vita Felice, 2004), e la seconda – Una stagione d’aria (Donzelli, 2017) – sono passati tredici anni; su Maniere nere hai lavorato per altri otto: tre libri in un ventennio, che in un momento storico consacrato alla velocità è sicuramente una modalità coraggiosa. Ci racconti quale parte del processo di scrittura prende più tempo, per te?
La velocità, non è un problema che io sento in poesia, non conta quanto i libri siano veloci ad arrivare, ma quanto siano lenti a sparire. La coinquilina scalza viene ristampato da più di vent’anni, l’ho scritto dai venti ai ventiquattro anni, era composto da quattro sezioni di 12 poesie; è stato l’unico ordine della mia giovinezza. Una stagione d’aria ha avuto ritmi molto più irregolari. Sono abituata a fasi di silenzio che durano anche due o tre anni, in questa bassa marea non provo neppure a scrivere un verso. Non ho lavorato otto anni su Maniere nere, per la verità l’ho scritto quasi tutto in sei mesi, eccetto la sezione La Fortuna, scritta tre anni dopo, e l’antefatto, cinque poesie scritte tre anni prima che ne anticipavano già i simboli.
Come è la tua poesia?
Mi piace pensare alla mia poesia come a un tubero, che cresce interrato e invisibile e quando viene estratto è già formato. Lavoro soprattutto sulla struttura, per Maniere nere ho lavorato per due anni solo su questo. Ho scelto di costruire una trama per nuclei simbolici e quadri narrativi collegati, che facessero emergere temi e sottotemi per compattezza, anche attraverso la ripetizione. Trovandomi tra le mani ossessioni che si ripresentavano, ho pensato che la ripetizione dovesse essere messa in primo piano, affermata come mania. Nello stesso tempo cercavo una progressione musicale e incantatoria. Mi piacerebbe scrivere di più, perché sono davvero felice solo quando scrivo, anche quando scrivo di qualcosa di terribile, ma c’è un piccolo baratro tra la mano e il foglio, l’atto più coraggioso è il primo verso.
Ci vuoi parlare del tuo lavoro come direttrice di collana ed editor? È cambiato nel tempo o ha mantenuto una continuità?
La cosa che più amo dell’editoria è la possibilità di realizzare intuizioni, credo in un’editoria basata sul realismo e sul desiderio: mi chiedo quale libro vorrei vedere sugli scaffali e non c’è, mi chiedo anche se lo comprerei davvero e quanto sarei disposta a pagarlo. Facendomi queste domande ho immaginato il libro dei Nobel, Costellazione Parallela e la serie Le parole della poesia. Ho progettato per Vallecchi una collana che tenesse insieme poesia e riflessione sulla poesia, che includesse libri più divulgativi e libri scommessa. Non è scontato pubblicare per un marchio storico del Primo Novecento autori anche completamente inediti nati attorno al duemila; inizialmente avevo pensato di fare un’antologia, poi mi sono detta che se avessi creduto davvero in quelle voci sarei dovuta andare fino in fondo, metterle in circolo nella poesia contemporanea con la massima forza e fiducia possibili.
La trama lucente del ragno
può reggere tutto il suo peso,
risale all’indietro nell’aria
ritesse il suo corpo sospeso.
Se credesse che dentro la tela
è racchiusa la sua sola impresa
non sarebbe convinto del gesto
fallirebbe la stupida preda.
Se sapessimo che questa tela
è la trama del nostro sperare
– l’invenzione scongiura la morte
con l’inganno del gioco immortale –
ma la sola risposta del mondo
è la piuma che scaccia una piuma
la radice che rompe la scorza
l’alfabeto che lascia una prova.
Tutto quello che è già generato
può persistere o rigenerare
non c’è niente che vada sprecato
tranne l’ultimo desiderare.
Maria Oppo
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