Poesia di lotta. Intervista a Fabrizio Lombardo (tra i cinque nel Premio Strega)

Tra Anni Settanta e Ottanta, mondo della fabbrica e crisi della cultura politica in "La linea spezzata". Con la sua raccolta Fabrizio Lombardo restituisce chiarezza all’oscurità: l’intervista

potremmo immergere le mani nell’acqua sporca
della pozzanghera appena fuori casa
lasciarla cadere sui vestiti poi decidere il punto
dove colpire questo dolore che ci trasciniamo da giorni.
seguiamo i rumori delle strade dietro i palazzi
fingiamo che nulla sia accaduto, che nessuno abbia sparato.


Nel commentare la raccolta che presenteremo oggi Eugenio Montale avrebbe forse ribadito (con una certa pertinenza) che le cose oscure, spesso, “tendono alla chiarità”. La raccolta di poesie La linea spezzata (Donzelli Editore, 2026) infatti in cinquina al Premio Strega Poesia, restituisce questa luce nerissima già dai versi di apertura della prima poesia («aprire così, con una pistola in evidenza, segno / che definisce gli anni (…)») e la rende da subito voce amica, compagna di viaggio.

La copertina di "La linea spezzata" di Fabrizio Lombardo
La copertina di “La linea spezzata” di Fabrizio Lombardo

La poesia di Fabrizio Lombardo

L’autore della raccolta è il poeta Fabrizio Lombardo, nato a Bologna nel 1968 e residente a Ferrara. Tra i fondatori, nel 1994, di Versodove, rivista di letteratura, ha pubblicato Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche, 1995), Carte del cielo (VersodoveTesti, 1999; Premio Terre del Pallavicino), di quello che resta (Fara, 1998), Confini provvisori (Joker, 2008) e Coordinate per la crudeltà (Kurumuny, 2018; finalista al Premio Pagliarani e al Premio Tirinnanzi). Suoi versi sono stati inseriti in varie antologie e riviste. Ha curato, con Niva Lorenzini, il volume Yellow, di Antonio Porta (Mondadori, 2002). Le sue poesie sono tradotte in francese, inglese, greco, slovacco, serbo croato e spagnolo. Lavora occupandosi di libri e librerie nella direzione di librerie.coop.

Intervista al poeta Fabrizio Lombardo

La linea spezzata inizia con un capitolo intitolato «fine settanta» e si conclude con un componimento a sé stante chiamato «inizio ottanta». Ci racconti del valore poetico che ha avuto quel decennio per te, e del perché in questa sede non abbia scritto anche di quelli precedenti e successivi?
Il decennio che va dalla fine degli Anni Settanta all’inizio degli Ottanta, nel libro, non rappresenta soltanto una collocazione temporale. È soprattutto una soglia. Mi interessava raccontare il momento in cui un mondo si incrina e un altro tenta di prendere forma. La ‘linea spezzata’ del titolo nasce anche da questa percezione: la storia personale e quella collettiva non procedono in maniera lineare, ma attraverso fratture, interruzioni, ripartenze. Devo a Elisa Donzelli il suggerimento di rendere quella spezzatura, tra la prima parte del libro e la seconda, così netta, sentita, efficace. La fine dei Settanta porta con sé l’eco di molte promesse e di molte tensioni irrisolte; l’inizio degli Ottanta apre invece un tempo nuovo, più incerto, in cui cambiano linguaggi, sensibilità e modi di guardare il futuro. Dal punto di vista poetico, quel passaggio mi è sembrato uno spazio particolarmente fertile perché contiene contemporaneamente la fine e l’inizio, la perdita e l’attesa. Ed è in quella terra di confine tra ciò che abbiamo e ciò che perdiamo che, per me, nasce la scrittura.

Cosa volevi raccontare?
La fabbrica, la fine degli Anni Settanta, la crisi di una cultura politica e le conseguenze che quella crisi ha avuto sulle vite delle persone, il disorientamento ideologico che è diventato un disorientamento sociale ma anche privato. Non ho sentito la necessità di dedicare la stessa attenzione ai decenni precedenti o successivi perché il libro non vuole essere una cronologia né una ricostruzione storica. Cerca piuttosto di abitare un punto di trasformazione. I Settanta e gli Ottanta diventano così coordinate simboliche più che date precise: sono il luogo in cui la memoria si confronta con il cambiamento e in cui l’identità si misura con ciò che è stato e con ciò che ancora deve accadere.

È frequente, all’interno della raccolta, il tema della droga e delle dipendenze, sia nella forma più letterale del concetto che in vesti più astratte. I ricordi sono simili a delle droghe, in questo senso? La sofferenza tende ad alterare la percezione della realtà come farebbe una sostanza stupefacente?
Non vi è dubbio che i ricordi possano agire come una forma di dipendenza. Non nel senso patologico del termine, ma perché esercitano su di noi una forza di attrazione costante. Torniamo spesso agli stessi luoghi interiori, agli stessi volti, agli stessi errori, spesso senza rendercene conto. La memoria non è mai neutrale: seleziona, altera, amplifica, cancella. In questo senso assomiglia a una sostanza che modifica la percezione del presente.

E la droga?
Compare sia come agire concreto, di una generazione che ha fatto dell’esperienza delle dipendenze una scelta politica. Una scelta che ha escluso una generazione dalla società e dalla politica e che va di pari passo con la fine di un certo impegno sociale. Nel libro sono fortemente presenti temi come il dolore, la nostalgia, il rimpianto, l’amore. Sono tutte forme di intensità che possono deformare lo sguardo e costruire mondi paralleli nei quali finiamo per abitare. Ma non assumono mai la forma di una dipendenza. Per questo, ne La linea spezzata, la memoria è una forza primaria: ci salva dall’oblio, riattiva energie per il futuro, ma talvolta rischia di trattenerci nel passato. Ed è proprio in questa tensione che nasce gran parte della materia poetica del libro. La sofferenza opera una trasformazione percettiva. Quando soffriamo, il tempo cambia ritmo, gli eventi assumono proporzioni diverse e perfino i ricordi si riscrivono. La realtà resta la stessa, ma il nostro modo di attraversarla diventa altro.

Fabrizio Lombardo mentre legge le sue poesie
Fabrizio Lombardo mentre legge le sue poesie

«Accogli questo dolore che non è vuoto / è solo il rinculo del calcio di inizio / in pieno petto. Abbine cura.» Qual è la funzione di scrivere una poesia che parla di lutto, secondo te? È un fatto più individuale o più collettivo, o entrambi?
Per me il lutto – la morte di mio padre – è stato un urto, ma anche un ritorno. Un modo per interrogare il paesaggio umano e affettivo da cui provenivo e confrontarlo con quello che scorre davanti agli occhi oggi. Quando perdiamo qualcuno, non perdiamo soltanto una presenza: si incrina anche la lingua con cui abbiamo raccontato il mondo fino a quel momento. Esiste un momento in cui iniziamo a parlare una lingua diversa che emerge dalla frattura, dalla perdita e opera una trasformazione profonda. Ed è stata proprio quella lingua a rimettere in movimento questo libro. La morte costringe chi resta a confrontarsi con l’inadeguatezza delle parole. Cambia il peso del linguaggio. Ti obbliga a ripensare ciò che eri, da dove vieni, quali sono le tue radici. Credo che sia proprio così che la scrittura incontra il lutto. Non per spiegare il dolore o per guarirlo, ma per attraversarlo. Per questo considero la poesia del lutto un fatto insieme individuale e collettivo. Nasce da un’esperienza intima e irripetibile, ma cerca parole capaci di essere riconosciute anche dagli altri. Ogni perdita è unica, eppure il confronto con l’assenza appartiene a tutti. La poesia prova a costruire un ponte tra queste due dimensioni: ciò che è soltanto mio e ciò che, in qualche modo, riguarda tutti noi. È un tentativo di dare una forma all’assenza senza pretendere di colmarla.

Nella vita non sei solo autore ma ti occupi di dirigere riviste e una catena di librerie; sono forme di diffusione della parola diverse ma, sembrerebbe, ben comunicanti. È così? Qual è il veicolo ideale della poesia, oggi, secondo te?
Sì, credo che siano attività per molti aspetti comunicanti. Scrivere, fare una rivista letteraria o lavorare nel mondo delle librerie significa, in modi diversi, occuparsi di una stessa materia: creare occasioni di incontro tra le parole e le persone. Cambiano i linguaggi, cambiano le responsabilità, ma resta identica l’attenzione verso ciò che merita di essere ascoltato e condiviso. La scrittura è solo in apparenza un gesto solitario. Una rivista e una libreria sono luoghi più facilmente identificabili come luoghi di relazione, di confronto, di scoperta. Mi piace pensare che il mio percorso si muova continuamente tra queste due dimensioni: da una parte la ricerca di una voce personale, dall’altra la costruzione di spazi in cui possano convivere molte voci diverse. Ma il legame tra tutte queste cose è l’esperienza che il lettore fa, vive, attraversa: un libro come un luogo fatto di libri, o una rivista fatta di molte voci. In fondo, una poesia vive davvero soltanto quando smette di appartenere a chi l’ha scritta e trova un lettore disposto ad abitarla. Quanto alla poesia, non credo esista oggi un veicolo ideale in senso assoluto. La poesia ha sempre trovato il modo di attraversare i mezzi del proprio tempo. Può abitare un libro, una rivista, una lettura pubblica, un social network o una registrazione audio. Ciò che conta non è tanto il supporto quanto la qualità dell’incontro che riesce a generare. In questo credo che il primo passo dovrebbe essere fatto dalla comunità dei poeti e delle poete. Mettersi in ascolto e generare rete invece che creare aree piccole di relazione.

Il 13 ottobre si scoprirà il vincitore o la vincitrice del Premio Strega Poesia. Cosa speri che resterà, nel dopo, di questi mesi?
Di questi mesi mi resterà sicuramente l’emozione degli incontri fatti in giro per l’Italia, le parole scambiate dopo le presentazioni, le domande, gli sguardi, gli incontri nelle scuole. Mi resterà soprattutto la sensazione che la scrittura, e la poesia in particolare, possano ancora essere una forma di comunicazione capace di accorciare distanze, di oltrepassare lo spazio angusto in cui spesso gli stessi poeti la rinchiudono, di creare connessioni autentiche tra persone che non si conoscono e che pure, per un attimo, si riconoscono nell’ascolto. È stato bello vedere, durante gli incontri, lettori e lettrici fermarsi dentro ai versi, alle parole o dentro alle immagini durante una lettura di uno di noi cinque. Ed è lì che la poesia continua a compiere il suo piccolo miracolo: trasformare un’esperienza individuale in qualcosa di condiviso. Naturalmente il Premio Strega Poesia rappresenta un onore e un’occasione importante, ma spero che, oltre al risultato finale, resti soprattutto il percorso. L’attenzione che si è creata intorno alla poesia, il dialogo che si è aperto, la possibilità di raggiungere persone che forse non avevano mai letto un libro di versi. E questo, mi pare che il premio Strega Poesia, in questi quattro anni lo abbia fatto. Se dovessi dire cosa porterò con me, direi il fatto che, nonostante tutto, esiste ancora una comunità di lettori disposta ad ascoltare con grande passione e attenzione la poesia che oggi si fa.

come quando passi, correndo, sul lungomare
ascoltando la musica e vedi qualcuno muoversi
ballare fuori tempo e non riesci a capire se il passo
sbagliato è il tuo o quello di chi è già dietro di te,
immagine fuori fuoco, già dimenticata.


Maria Oppo

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