Lessico palestinese: un libro per spiegare Gaza in 10 parole

Alba Nabulsi ci racconta come linguaggio ed esperienza corporea contribuiscano a raccontare la realtà palestinese, in un saggio che unisce memoria, storia e vita quotidiana, accompagnata dalla prefazione di Francesca Albanese e dalle illustrazioni di Greta Bombardieri

“In un mondo in cui la narrazione del potere sovrasta quella dei popoli oppressi, il corpo, con la sua resistenza, diventa la chiave per leggere verità più profonde”: è da questa riflessione che prende forma Lessico palestinese di Alba Nabulsi, un saggio che esamina il ruolo del linguaggio e dell’esperienza corporea nel modo in cui la realtà palestinese viene rappresentata. Attraverso dieci parole chiave – narrazione, mutilazione, velo, stupro, identità, pulizia etnica, urbicidio, disturbo mentale, fame, maternità – l’autrice propone nel libro (edito da Le Plurali) una chiave di lettura che mette in relazione dimensione personale e contesto storico, a partire dalle sue memorie familiari. La prefazione di Francesca Albanese e le illustrazioni di Greta Bombardieri offrono ulteriori elementi interpretativi, sia visivi sia concettuali, per avvicinarsi ai temi affrontati.

Lessico palestinese: un libro per spiegare Gaza in 10 parole
Alba Nabulsi Ph.Valentina Nessenzia

L’intervista all’autrice Alba Nabulsi

Come può la narrazione influenzare il modo in cui comprendiamo la realtà?
Agendo sul linguaggio, che è un terreno di potere: la narrazione palestinese nomina colonizzazione, apartheid, punizione collettiva e genocidio dove quello istituzionale parla di “conflitto” o “crisi”. Rinominare la realtà rende visibili le asimmetrie e smonta narrazioni disumanizzanti, spostando l’intero campo del dibattito.

Quali criteri hanno guidato la scelta delle dieci parole?
Le dieci parole sono state scelte pensando al corpo – cosa narra il corpo di veritiero che la politica, il giornalismo spiccio, la retorica tradiscono? – e pensando a come il corpo esperisca immediatamente la realtà, la conosca, ne sia depositario, prima anche che sia raccontata. Sono termini che parlano di cosa fa la guerra al corpo, ma anche di ciò che il corpo sa fare alla guerra. Usarle significa costringere chi ascolta a riconoscere la veridicità del racconto delle protagoniste e dei protagonisti, senza fronzoli. Ogni parola apre una storia, rimette in fila cause e responsabilità, e smonta l’idea che ciò che accade in Palestina sia inevitabile o accidentale, cercando di rendere accessibile una questione estremamente articolata e complessa.

Una nuova prospettiva per raccontare l’esperienza palestinese

Che ruolo hanno le testimonianze dei feriti e delle vittime in questo racconto?
Un ruolo centrale, ma non è questa parte a definire il tutto. Mohammed el Kurd lo descrive bene in Perfect victims, spiegando come i Palestinesi siano universalmente ricevuti e tollerati soltanto come vittime, mai come agenti delle proprie vite. Quando esprimono una volontà politica, elettorale, quando rifiutano lo status quo, non  vengono che sanzionati, censurati, additati, colpevolizzati. I corpi invece diventano archivi viventi di verità, e quando sopravvivono, cercano a fatica di rimontare alla superficie e spesso, a Gaza, ce la fanno: ballando dabke sopra le macerie, servendo la minestra alla mensa popolare, insegnando ai bambini a cantare, mettendo al mondo la vita come coraggiosamente fanno le madri ancora oggi, malgrado gli ospedali distrutti.

In che modo si possono comprendere meglio i diversi significati che il velo assume per le donne palestinesi?
Il problema emerge quando il velo viene letto dall’esterno come simbolo unico, sia di oppressione sia di adesione religiosa, cancellando la pluralità delle esperienze femminili palestinesi. Come ricorda Fanon, il significato del velo cambia secondo i contesti: può essere resistenza, imposizione o scelta, ma non è mai un assoluto. Decostruire queste rappresentazioni richiede di ascoltare le donne che lo vivono e riconoscere come colonialismo, occupazione e politiche identitarie ne abbiano modificato nel tempo la percezione. L’identità femminile palestinese, del resto, non si esaurisce nel velo: è composta da posizioni religiose, culturali e personali molteplici.

Quali elementi possono indicare l’esistenza di dinamiche di controllo?
Leggendo insieme eventi apparentemente isolati: limitazione della riproduzione, distruzione sanitaria, insediamenti e pratiche percepite come genocidiarie formano un disegno che mira a rendere insostenibile la vita palestinese. Le fonti storiche e pratiche contemporanee mostrano la continuità di questa logica. Quando la privazione diviene strumento di controllo, la fame diventa una tecnologia di violenza che stabilisce chi può vivere, richiamando categorie come crimini contro l’umanità e genocidio. Il linguaggio umanitario la depoliticizza, ma i rapporti ONU e delle ONG mostrano che si tratta di una scelta politica, non di un destino naturale.

Lessico palestinese: un libro per spiegare Gaza in 10 parole
Copertina di Lessico palestinese

L’esperienza personale e psicologica come dimensione politica

Che significato ha la ricostruzione simbolica quando un luogo viene distrutto?
Mantiene legami e memorie quando la città materiale scompare, trasformando le rovine in luoghi vissuti. L’urbe è la comunità, non l’architettura: anche una tenda può diventare casa. La ripetizione di logiche insediative prolunga un copione storico di spoliazione.

In quali circostanze l’esperienza psicologica di una popolazione può assumere una dimensione politica?
Mostrando il genocidio come esperienza quotidiana di paura e sospensione del futuro. Politicizzare il trauma significa riconoscerne la natura strutturale. Il citizen journalism gazawi ha reso tangibile questa realtà, contrastando in tempo reale le narrazioni che la minimizzavano.

Come può la voce palestinese essere riconosciuta e ascoltata a livello internazionale?
Quando questa voce riesce a tenere insieme memoria familiare, analisi giuridica e mobilitazione politica e soprattutto quando viene appunto ascoltata. In Italia e nella diaspora i Palestinesi sono storici, accademici, artisti. Comunicano in maniera universale, se sappiamo ascoltarli. Sostenere queste voci significa aderire a progetti politici e culturali e riconoscere la pluridecennale ricerca di autodeterminazione della diaspora, fondata su un ascolto autentico e non mediato. 

Ginevra Barbetti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

Scopri di più