Ritratto di un artista nostalgico. Vladimir Yankilevsky a Mosca

MMOMA, Mosca ‒ fino al 29 aprile 2018. Dipinti, sculture, disegni, note, diari, la produzione grafica e i famosi album compongono una mostra che sembra (volutamente) confermare la presenza discreta di quest’artista fuori radar rispetto alla generazione dei non-conformisti a cui appartiene. Scettico verso le interpretazioni politicizzate del suo lavoro e forse anche un po’ ai margini nella battaglia creativa.

Vladimir Yankilevsky, dalla serie Self portraits, 1999
Vladimir Yankilevsky, dalla serie Self portraits, 1999

Nei temi e nelle forme Vladimir Yankilevsky (Mosca, 1938 ‒ Parigi, 2018) si affida molto alla tradizione occidentale, combinando Picasso (di cui vede una mostra al Pushkin da ragazzo) e l’arte rinascimentale italiana con l’eredità di Malevič e Rodchenko. Tecnicamente, si riappropria dei trittici e pentitici (di nuovo occidentali) reinventandoli come ibridi tra pittura, scultura e installazione. Idee originali con risultati da professionista, eppure fermi – pare- sulla soglia della creazione. Non a caso, soglie e porte sono un tema ricorrente: forse è in questa posizione d’inframezzo che va colta l’individualità dell’artista?
Yankilevsky è un po’ come le figure che crea nella serie delle Porte dal ‘72 in poi. Presente, ma di schiena. In gioventù fu testimone del famoso scandalo del “Manezh”, nel 1962. La mostra di un solo giorno che conquistò l’attenzione della stampa internazionale, affascinata dal grido di libertà di un gruppo di giovani che, in una strada comunista, esposero la loro arte “astratta” provocando la reazione del governo. E ne subisce anche le conseguenze. Bandito dall’albo degli artisti, è costretto a lavorare come grafico, con uno pseudonimo. Nel ’75 è di nuovo tra i “ribelli” insieme ad altri “non ufficiali”, al VDNH (padiglione apiario a Mosca per l’esposizione del progresso economico), ma non tra quelli che intendono esprimere il proprio pensiero politico. Per lui non è mai stato necessario affrontare i delicati aspetti della politica di Stato. Più interessante ripiegarsi nei drammi personali (l’esistenza sulla soglia?). La vita in una comune divisa tra lavoro e famiglia; un lavoro a sua volta meticolosamente distribuito tra esigenze di guadagno (quindi la grafica) e il richiamo dell’arte, di notte nella stanza in cui viveva con moglie e figlia.

Vladimir Yankilevsky. Mystery of Being. Exhibition view at MMOMA, Mosca 2018
Vladimir Yankilevsky. Mystery of Being. Exhibition view at MMOMA, Mosca 2018

UOMO E DONNA

Di personale c’è tanto nei suoi lavori. Dai primi Paesaggi di forze degli Anni Sessanta in cui, unendo il linguaggio del Costruttivismo astratto (quel far gravitare nello spazio della tela forme geometriche) alla sensualità organica del Surrealismo, esprime le tensioni di una ricerca dove si scontrano la sua eredità da russo e l’attrazione per l’Europa.
Il tema dell’attrazione/repulsione fra uomo e donna torna fino all’ultima fase creativa. Nella Danae e Zeus del 2010, Yankilevsky ripropone il mito greco favoleggiandolo alla russa. Danae, come una bambola di pezza sdraiata su un letto, è nuda dietro una diagonale rossa che allude a Malevič. A gambe aperte, la dea si tiene una caviglia con la mano, mentre l’altra stringe un cuscino. Il collo teso e la testa all’ingiù, aspetta la goccia d’oro da Zeus: un rettangolo nero preciso e puntato sul suo pube. Dietro, lo sfondo rosa e verde acqua, reso a pennellate omogenee, fa della tela quasi una superficie da rivista patinata.

NOSTALGIA E DOLORE

Nei lavori tridimensionali dove abbondano le porte, le ante e pezzi di quotidianità, è invece più il richiamo del passato a essere protagonista col suo bagaglio di nostalgia, tenerezza e dolore.
Nostalgiche e difficili da decifrare, anche perché si ripetono negli anni, le Porte sono in un certo senso la serie più riuscita dell’artista. Sarà una delle porte, comprata dalla collezionista Dina Vierny, a creare finalmente un rapporto concreto con Parigi dove Yankilevsky si trasferisce alla fine degli Anni ‘80. Ed è nelle Porte, lavori in cui l’artista si ritrae di schiena, in impermeabile con un cappello di pelliccia e una valigia, che sembra dare tutto se stesso. In quella dell‘87, alla sua destra, su un’anta, c’è una vecchia foto sbiadita dei nonni; accanto, il ritaglio di uno dei suoi disegni; lontano, sull’anta di un’altra porta che s’infila nella prima con lo stesso sistema delle bambole russe (una dentro l’altra e una dopo l’altra) il ritaglio di un vecchio giornale con la fotocopia del famoso dittico di Piero della Francesca: Il duca e la duchessa di Urbino. Su un’ennesima anta, più in là, delle cravatte modello Anni ’70 appese a un filo. L’opera s’intitola: Trittico 14. Autoritratto. Omaggio a mio padre.

Vladimir Yankilevsky. Mystery of Being. Exhibition view at MMOMA, Mosca 2018
Vladimir Yankilevsky. Mystery of Being. Exhibition view at MMOMA, Mosca 2018

SOGLIA E FUTURO

E c’è da chiedersi se, al contrario delle prime porte che presentavano Yankilevsky sulla soglia di una nuova vita, in un nuovo Paese (dopo Khrushchev in Russia cominciava quel processo di apertura che porterà alla Perestroika), nel 1987 (l’anno del Trittico 14), la speranza di un cambiamento si sia spenta. E le attese di una profonda trasformazione, di libertà e rinascita, si contrappongano al passato: il vecchio impermeabile, i nonni, le cravatte fuori moda ‒ chissà se dell’artista o del padre ‒ i chiavistelli che non si producono più.
Dalla sua soglia su un futuro che fa intravedere la luce quasi come un miraggio, l’artista non ha un volto. Svestito di individualismo, va avanti, portandosi dietro il suo passato e la sua arte verso l’unico orizzonte certo: il modello di Piero della Francesca.
Solo due anni dopo il trittico dell‘87, Yankilevsky lascia Mosca e si trasferisce a Parigi, la città in cui muore a gennaio 2018, un mese prima dell’inaugurazione della mostra.

‒ Maria Pia Masella

Mosca //fino al 29 aprile 2018
Vladimir Yankilevsky ‒ Mystery of Being
MMOMA
10 Gogolevsky Boulevard
www.mmoma.ru

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Maria Pia Masella
Laureata in Lingue e Letteratura Francese a Roma (La Sapienza), ha proseguito gli studi con un Master in Comparative Literature (University College London) e un secondo Master in Arte Contemporanea (Christie’s Education/University of Glasgow). Scrive per la rivista letteraria In-Arte, collabora con la Fondazione FAP. Vive a Londra dove lavora come curatrice indipendente e consulente d’arte.