Uno degli artisti più irregolari di fine Ottocento. Una mostra a Firenze per celebrare Toulouse-Lautrec 

Il Museo degli Innocenti ripercorre la carriera dell’artista parigino che più di ogni altro ha saputo rappresentare, attraverso la sua produzione pittorica e grafica, le contraddizioni della Belle Époque, il cui ottimismo, impedì di cogliere le avvisaglie delle tragedie del Novecento

“Siamo brutti, ma la vita è bella”. Con questa filosofia Henri de Toulouse-Lautrec (Albi, 1864 – Saint-André-du-Bois, 1901) si gettò nella febbrile vita mondana della Parigi di fine Ottocento, dove brillavano le luci della Belle Époque; e, attraverso la sua arte, colse le contraddizioni di quell’epoca scintillante e insieme sordida, il cui ottimismo, che sfiorava l’ottusità, impedì di cogliere le avvisaglie delle tragedie del Secolo successivo. La mostra Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque espone prestiti eccezionali dalla Collezione Wolfgang Krohn e dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi. Fino al 22 febbraio 2026.  

La Belle Époque di Lautrec in mostra al Museo degli Innocenti a Firenze 

Nonostante il nobile lignaggio, Lautrec non ebbe una vita facile: due cadute da cavallo gli causarono la rottura e la deformazione dei femori, con conseguente arresto della crescita degli arti inferiori. A ciò si aggiunse una salute cagionevole, che incupì viepiù un carattere già di per sé non molto espansivo, stanti anche le freddezze degli affetti familiari, a esclusione della madre, che gli fu vicina fino all’ultimo. Una vita sregolata fece il resto, così da portarlo alla prematura scomparsa nel 1901, poco prima di compiere trentotto anni. Vita breve ma intensa, solitaria e mondana insieme, che indulgeva nel vizio non soltanto per fisiologica manifestazione dell’ebbrezza della gioventù, ma anche e soprattutto per annegarvi le sofferenze fisiche e morali. Prostitute, assenzio e can can, erano il leit motiv delle sue nottate che si susseguivano una dopo l’altra, segnando il volto di rughe e cicatrici e deturpando l’anima fin nel profondo, lasciando indietro cenere e ricordi. Un destino in fondo voluto, cercato, amato, consumato nei baccanali della vita notturna, che si concentrava a Montmartre, ricettacolo di comunardi, cocotte, borseggiatori, ballerine, artisti di strada. Una miscela esplosiva, l’ideale per “celebrare” il nuovo corso, e Lautrec vi trovò numerose e interessanti fonti d’ispirazione. La sua pittura fu assai eclettica, traendo ispirazione dagli Impressionisti, da Van Gogh, dalle stampe giapponesi, e portandovi illuminate innovazioni non soltanto stilistiche, ma anche e soprattutto concettuali. La sua Parigi, osservata e ritratta con lucidità e crudeltà, ci racconta il “dietro le quinte” della commedia umana, la solitudine delle ballerine dai costumi scintillanti, delle prostitute dalle vulnerabili nudità, e insieme l’allegria dei locali notturni, e lo sfavillio dei teatri. 

Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Epoque, 2025, installation view. Museo degli Innocenti, Firenze. Courtesy Arthemisia
Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Epoque, 2025, installation view. Museo degli Innocenti, Firenze. Courtesy Arthemisia

La grafica di Lautrec e l’arte della pubblicità 

La mostra fiorentina lascia ampio spazio alla grafica, campo in cui Lautrec ebbe un ruolo di primaria importanza; fu lui, infatti, con la sua passione per il mondo dello spettacolo, che ideò una nuova forma di pubblicità: il manifesto, elevato a opera d’arte grazie alla delicatezza dei colori, alla finezza del disegno, alla capacità di stintesi fra immagine e messaggio; per tramite di Lautrec, l’estetica coadiuva e amplifica la pubblicità. Il Moulin Rouge e il Divan Japonais, ad esempio, aumentarono la loro popolarità anche grazie ai suoi manifesti. Così come le affiches da lui inventate – sorta di cartoline con l’immagine dedicata -, contribuirono alla notorietà degli artisti del varietà, una su tutti Jane Avril, per la quale nutrì un affetto particolare e della quale lo inteneriva la difficile storia personale, nella sostanza simile alla propria: figlia di una madre alcolizzata che morì suicida, la Avril visse nella dura povertà, ma riuscì contro tutto e tutti a coltivare la passione e il talento per il ballo, grazie al quale riuscì a rifarsi una vita. Lautrec stesso aveva lottato contro il destino che si era accanito su di lui, aveva vinto le proprie difficoltà fisiche, aveva imposto alla vita il suo volere. Rimase sempre emotivamente vicino a chi inseguiva le luci parigine, emblematiche al riguardo le litografie dedicate alle prostitute, colte in momenti intimi di solitudine, dai volti e dai corpi stanchi delle quali emerge tutto il peso di una vita ai margini per il piacere altrui.  
L’omaggio di Lautrec alle donne sta nel modo in cui le considera esseri umani che la sventura ha sovente precipitate nel vizio, ma non per questo hanno perduta l’innocenza; lo si comprende osservandole nei piccoli gesti quotidiani in cui le ritrae Lautrec, al momento del risveglio, della colazione, dell’igiene intima, della pettinatura. Ragazze che si prendono cura di sé come ogni altra, ma sole più di altre, in un certo senso emarginate. La serie Elles, realizzata in un bordello parigino, è uno dei suoi lavori più toccanti, intriso di struggente poesia e verità sociale. 

Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Epoque, 2025, installation view. Museo degli Innocenti, Firenze. Courtesy Arthemisia
Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Epoque, 2025, installation view. Museo degli Innocenti, Firenze. Courtesy Arthemisia

Lautrec pittore, un anticipatore delle Avanguardie a Firenze 

Pur in misura minore, è presente in mostra una discreta selezione di dipinti, dai quali si evince come, a livello stilistico e concettuale, Lautrec anticipò buona parte dell’Avanguardia europea più disperata del decennio successivo, quella legata alla Secessioni di Monaco e Vienna, nonché all’Espressionismo berlinese. Dalle sue folle danzanti si sprigiona una solitudine persino più tetra di quella che caratterizzerà le donne di Richard Gerstl e i reduci di guerra di Otto Dix. E ancora, quei volti sardonici, con sorrisi che sono amare pieghe di disprezzo, verso se stessi come verso gli altri. Le donne di Lautrec, cantanti, ballerine, prostitute, borghesi, non sono mai caratterizzate da particolare sensualità o bellezza; sono fatte di carne, e guardandole si percepisce il movimento delle gambe, il profumo di cipria della loro pelle, il fruscio della seta dei costumi. 
Nei volti immortalati da Lautrec, quasi maschere teatrali, è racchiusa la sofferenza di un’epoca che fu un apice e insieme la successiva caduta nel baratro; ghigni che fingono un piacere molto più effimero di quanto si vorrebbe, sembrano quasi l’anticipazione della maschera sardonica di John Carradine, che si affermerà nel cinema qualche tempo dopo. 

Il percorso espositivo al Museo degli Innocenti di Firenze 

La mostra fiorentina, pur con un allestimento che tende leggermente alla spettacolarizzazione (del resto necessaria per attrarre il grande pubblico) ha però il merito di non scadere nel dozzinale, e pur concentrandosi sulla produzione grafica di Lautrec, espone anche una discreta selezione di pitture provenienti dal Museo di Albi, e propone interessanti focus che contribuiscono a ricostruire l’atmosfera della Belle Époque parigina, non soltanto per le luci del varietà, ma anche dal punto di vista stilistico: mobili e oggetti Art Nouveau, insieme a una selezione di opere di artisti dell’epoca, ben spiegano quale fosse il concetto di raffinatezza che l’aristocrazia e la borghesia europee inseguivano come per placare l’angoscia delle tensioni politiche e sociali che attraversavano l’Europa, e permette di capire e apprezzare le fonti d’ispirazione e l’influenza che Lautrec prese e restituì in un ambiente culturale che guardava con curiosità anche all’Asia e in particolare al Giappone. 

Niccolò Lucarelli 

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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