A Roma due mostre per capire l’universo dell’artista-fotografa Silvia Camporesi 

Luoghi sospesi, memorie fragili e paesaggi attraversati da una tensione silenziosa. Da z20 Sara Zanin e al Centro della Fotografia Silvia Camporesi esplora il confine tra realtà e immaginazione attraverso linguaggi fotografici capaci di trasformare lo spazio

Davanti alle immagini di Silvia Camporesi (Forlì, 1973), lo sguardo sembra fermarsi per un istante. Non è solo una questione di composizione o atmosfera: ciò che emerge è una tensione sottile, una sensazione di sospensione che trasforma il paesaggio in un territorio mentale. A Roma, due mostre parallele offrono oggi una lettura complementare della sua ricerca, mettendo in dialogo il progetto più intimo e perturbante di Uno strappo nel cielo di carta con la visione più ampia e stratificata di C’è un tempo e un luogo

La mostra di Silvia Camporesi da z2o Sara Zanin a Roma 

Il titolo Uno strappo nel cielo di carta richiama un passaggio pirandelliano e introduce immediatamente una dimensione narrativa. Nella mostra presentata da z2o Sara Zanin, Camporesi costruisce un paesaggio fragile, fatto di luoghi sommersi e presenze appena accennate. Le fotografie non descrivono semplicemente spazi dimenticati, ma li restituiscono come apparizioni sospese, dove il reale si incrina lasciando emergere un senso di inquietudine. Attraverso un uso concettuale del linguaggio fotografico, l’artista trasforma il paesaggio in una soglia percettiva. La memoria diventa materia visiva e le immagini evocano quel perturbante che nasce dall’incontro tra familiare ed estraneo. Il dialogo critico con Marinella Paderni accompagna il percorso espositivo sottolineando la componente narrativa e letteraria della sua ricerca, che alterna rigore formale e tensione simbolica. 

La mostra istituzionale al Centro della Fotografia di Roma 

Se la mostra in galleria insiste sull’intimità dello sguardo, il progetto esposto al Centro della Fotografia Roma amplia la prospettiva e restituisce una visione più articolata del lavoro dell’artista. Curata da Federica Muzzarelli, C’è un tempo e un luogo un’esposizione che riunisce alcune delle serie fondamentali realizzate nell’arco di quindici anni, costruendo un atlante visivo in cui il paesaggio diventa luogo di frattura tra reale e artificiale, presenza e assenza. Il titolo, ispirato al film Picnic at Hanging Rock di Peter Weir, suggerisce una dimensione sospesa e misteriosa, dove i luoghi assumono un ruolo centrale. Dalla Venezia reinventata alle stratificazioni dell’Armenia, fino ai paesi italiani abbandonati e alle architetture visionarie di Mirabilia, Camporesi costruisce un percorso che unisce autobiografia e ricerca estetica. Le immagini appaiono come esiti visibili di un processo più profondo: il viaggio, l’esperienza fisica e mentale attraverso territori geografici ed emotivi. 

Silvia Camporesi, Omaggio al Mattatoio, 2025
Silvia Camporesi, Omaggio al Mattatoio, 2025

Due mostre per leggere la fotografia come frattura del tempo 

Osservate insieme, le due esposizioni restituiscono una visione coerente della pratica artistica di Silvia Camporesi. Da una parte, la dimensione più raccolta e perturbante della galleria; dall’altra, il racconto istituzionale che attraversa anni di ricerca e ne evidenzia la complessità. In entrambe emerge una fotografia che non cerca l’immediatezza, ma la sospensione. Il paesaggio diventa un dispositivo narrativo, uno spazio in cui passato e presente coesistono e dove l’immagine assume il valore di meditazione visiva. In un tempo dominato dalla velocità dello sguardo, Camporesi propone una pratica lenta, capace di trasformare l’osservazione in esperienza. 

Michele Luca Nero 

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Michele Luca Nero

Michele Luca Nero

Michele Luca Nero (Agnone, 1979), figlio d’arte, inizia a dipingere all’età di sei anni. Una passione ereditata dal padre, Francesco, insieme a quella teatrale acquisita dal nonno, Valentino, poeta e drammaturgo riconosciuto a livello internazionale. In pochi anni ha curato…

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