800 anni dalla morte di San Francesco. A Spoleto una mostra alla sua vita “minore”
Artisti contemporanei e storicizzati si confrontano con la figura caposaldo della tradizione italiana di Francesco d’Assisi, negli 800 anni dalla morte del santo. L’intervista ai curatori della mostra a Spoleto, tra natura, attualità e “privilegio femminile”
Il 2026 è l’anno in cui ricorre l’ottavo centenario dalla morte di San Francesco d’Assisi, caposaldo della tradizione italiana, non solo cristiana, patrono d’Italia insieme a Santa Caterina da Siena. Rivoluzionario ante litteram, Francesco è stato ed è ancora una figura molto discussa, nella comunità religiosa così come in quella laica. Pauperista, ascetico, fautore di un rapporto non antropocentrico con gli animali e la natura, ha influenzato la storia delle arti, della letteratura e dell’uomo.

San Francesco in Umbria
Al poverello d’Assisi è dedicata, naturalmente in terra umbra, la mostra Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, mostra collettiva a cura dai fratelli Gianni e Giuseppe Garrera, il primo filologo musicale, traduttore e drammaturgo, il secondo musicologo e storico dell’arte, entrambi collezionisti. A Palazzo Collicola, diretto da Saverio Verini, portano una collettiva che ripensa la vita del santo, in chiave di minorità, riflettendo questo concetto su una contemporaneità (e anche su un mondo della cultura) fatto di vanità, di opulenza sprecona, di guerre e violenze e di un rapporto dispotico con il prossimo e con il creato, in opposizione invece ad una vita di dedizione al servizio dell’altro e della natura, su cui domina “il privilegio femminile”. I temi francescani sono ripercorsi nell’esposizione attraverso le opere di molti artisti e scrittori (Gea Casolaro, Ugo Celada da Virgilio, Laura Cingolani, Gino De Dominicis, Antonio Del Donno, Jimmie Durham, Matteo Fato, Flavio Favelli, Luca Bertolo tra gli altri) in un intreccio complesso tra Vangelo e istanze del presente. Ne abbiamo parlato con i curatori in questa intervista.

Intervista a Gianni e Giuseppe Garrera
Una mostra che si svolge negli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Come la figura di Francesco può oggi essere di ispirazione a chi si occupa di cultura?
Francesco può servire a prendere coscienza di quanto la cultura, o quella che noi definiamo cultura, appartenga all’ordine della vanità, al prestigio, ad una presunzione di eccellenza o addirittura di essere forniti di una speciale sensibilità.
In che modo la mostra interpreta la figura del Santo? Quali aspetti, anche inediti, andate a sollecitare?
Gli aspetti più autentici e inediti sollecitati dalla mostra riguardano: il trasferimento della verità e della salvezza del mondo dagli uomini agli animali; la negazione della possibilità di ogni virtù dell’economia, compreso il sistema della beneficenza (ogni gesto economico non apparterrà mai alla carità, deve solo appartenere alla giustizia); la disistima della cultura e del linguaggio umano; la rinnegazione totale del padre, della famiglia e di ogni eredità; la condanna totale di tutta la Storia.
La mostra coinvolge artisti storicizzati e artisti contemporanei. Come vi siete confrontati con i secondi su questo tema?
Sono tutti artisti che conosciamo di persona, come se appartenessimo a uno stesso “ordine”; perciò, le nostre scelte nascono da affinità di visione e di intenti. In molti casi le opere sono nate specificatamente per la mostra.
Molti degli artisti coinvolti sono noti per una visione laica dell’arte…
Per fortuna la visione laica dell’arte non produce necessariamente opere d’arte laiche, altrimenti non avremmo potuto avere artisti laici in mostra. E lo stesso problema si sarebbe presentato anche se avessimo avuto a disposizione Caravaggio o l’ultimo Tiziano. Ci teniamo poi a ricordare che Francesco si ferma al diaconato senza entrare mai propriamente nel grande ordine sacerdotale. Nell’ottica francescana essere un artista, per di più laico, ha il vantaggio di essere “minore”.
C’è anche molta letteratura in questo progetto con inserimenti di testi, documenti e frammenti di importanti scrittori come, ad esempio, Anna Maria Ortese…
Certo, Elsa Morante, Cristina Campo, Carla Lonzi, Santa Teresa di Lisieux, perché la scrittura di una pagina equivale alla pittura di un quadro. Cristina Campo concepisce la pagina scritta e ogni produzione come icona e liturgia ad un tempo. Francesco indica esteticamente l’equivalenza tra Vangelo e ostia, tra lettura, contemplazione e nutrimento.
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La maggior parte degli artisti in mostra sono uomini, a cosa si deve questa scelta? La spiritualità e la celebrazione dei santi è ancora un argomento “al maschile”? Come si differisce la visione delle artiste in mostra?
Siamo partiti da un assunto che per chi conosce il francescanesimo è essenziale: Francesco chiamava se stesso e i suoi compagni: madri e sorelle. Esiste solo una declinazione della persona al femminile. Artiste come Carla Lonzi ci hanno insegnato che solo nel linguaggio laico e patriarcale vi è la distinzione tra maschile e femminile. Tutti gli artisti che abbiamo scelto sono in quest’ottica madri e sorelle. Teniamo presente che la clausura (noi dedichiamo due sale intere esclusivamente all’arte monacale) non è la relegazione della donna nel convento da parte degli uomini ma è la modalità ascetica dell’esclusione degli uomini dalla vita delle donne. Tutte le opere in mostra sono suppellettili di un eremo femminile. Questa esclusione prevede anche l’esclusione dalle manifestazioni artistiche compromesse con il mondo maschile. Al centro della mostra abbiamo esposto come eredità il manifesto femminista di Carla Lonzi (tutto il pensiero della Lonzi scaturisce dall’esperienza conventuale e della “sorellanza”) che si conclude con l’espressione: “Comunichiamo solo con donne”. Nella scelta delle artiste abbiamo seguito il criterio di discernimento di Carla Lonzi: “nessuna carriera all’interno del sistema dell’arte maschile”, perciò, per lo più, artiste di clausura che hanno seguito la via personale dell’esclusione come Giustina Prestento, Alba Savoi e Anna Torelli o della clausura intellettuale come Elsa Morante e Anna Maria Ortese.
La relazione con la natura, con il creato, in una dimensione oggi diremmo olistica è uno degli aspetti centrali del francescanesimo. Emerge in qualche modo nelle opere e nei percorsi proposti?
Emerge qualcosa di diverso dall’ecologia moderna, cioè il trasferimento da parte di Francesco della cura della terra agli animali, cioè l’intera umanità è destituita da ogni sovranità terrestre e celeste. Addirittura, la Chiesa umana è sostituita da una Chiesa animale e il Cristianesimo si è trasformato in Natura. La mostra dedica molta attenzione alla santificazione del fieno del Presepio di Greccio e all’istituzione dell’eucarestia per gli animali. In questo senso la mostra del 1969 dei “Cavalli” di Kounellis alla Galleria L’Attico di Roma (di cui si espone il manifesto originale) è emblematica, sulla falsariga della condanna totale di tutta la storia dell’uomo da parte di Gulliver, di ritorno dal regno dei cavalli. Luca Maria Patella ha definito quella mostra: Presepio.
Santa Nastro
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Spoleto // dal 21 febbraio al 2 giugno 2026
Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte
PALAZZO COLLICOLA
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