In un museo di Ginevra l’artista John Armleder trasforma la collezione in conversazione
Al MAH l’artista ginevrino ha curato un lungo (divertente) percorso dove oggetti antichi, ambienti espositivi e autori contemporanei, tra cui lui stesso, si incrociano e generano nuove possibilità di lettura del museo
“L’artista è un danno collaterale dell’arte” è tra le frasi più iconiche che John M Armleder (Ginevra, 1948) abbia mai pronunciato. Fedelissimo a questo suo credo, è entrato nelle sale e nei depositi del MAH – Musée d’Art et Histoire di Ginevra per lasciare che fossero i pezzi lì conservati a ispirarlo. È nata, così, Observatoires, una mostra in cui Armleder è insieme curatore e artista, in un convincente dialogo con chi c’è stato prima, forte di quell’accidentalità che accomuna lui e tutti gli altri artisti (e artigiani) presenti nel percorso espositivo.
La mostra “Observatoires” al MAH di Ginevra
Una gigantesca palla stroboscopica che spezzetta la luce all’ingresso del museo; subito dopo, quadri minimalisti; e dopo ancora: vasi di orchidee montati su delle gigantesche ruote da trattore circondate da dipinti dei secoli scorsi raffiguranti fiori. E poi: curiosi strumenti musicali antichi (uno ricavato dal guscio di una tartaruga); abiti, altri quadri, quadri appesi a una gruccia come fossero abiti (Painting with coat hanger, per l’appunto, realizzato da Armleder nel 1984); luci a neon, un’opera dell’artista-curatore, gettate in un angolo che si fronteggiano con una selezione di lampade e abat jour storiche del museo. Attraversando le sale del MAH, la mostra pensata da Armleder sembra un insieme di mostre – e, incredibilmente, funzionano tutte.

La molteplicità come elemento unificatore nella pratica di Armleder
Ormai quasi ottantenne, John M Armleder ha attraversato innumerevoli stagioni e diversi panorami dell’arte internazionale dei Secoli XX e XXI. Rinnovandosi e cambiando, chiedendosi costantemente quali siano il significato e il ruolo dell’arte, Armleder è stato – ed è – capace di mantenere una riconoscibilità e un’identità che gli derivano proprio dalla costante messa in discussione di sé e del mondo; dall’accettazione di molteplici possibilità; dal riconoscimento di una pluralità di risposte credibili. E anche la mostra di Ginevra restituisce questa pluralità. Una solennissima stanza in cui i vetri di teche e reliquiari – circondati dalle vetrate della cattedrale cittadina risalenti al XV secolo – creano un puzzle di riflessi e di vuoti cede il passo a una divertente carrellata di animali impagliati, mummificati e scolpiti che si guardano attorno per capire dove siano finiti. Risposta: sono finiti tra i polpi azzurri e le aragoste arancioni di Armleder dipinti sui muri. La collezione diventa, così, un gioco di incastri e rimandi tematici, dove tutto coesiste cronologicamente: dalle effigi di gatti dell’antico Egitto fino al cagnetto dipinto da Alex Katz.
Il disordine ordinato della mostra di Ginevra
“Il miglior ordine, per i libri, non può che essere plurale, almeno altrettanto quanto la persona che usa quei libri”, scrive Roberto Calasso in apertura a Come ordinare una biblioteca. Sostituendo i libri con gli oggetti e Calasso con Armleder (entrambi pluralissimi, come s’è già detto per il secondo), il risultato non cambia. Non sono plurali gli oggetti in quanto tali, ma anche le loro possibilità espositive e di disposizione – come i libri nella libreria – che cambiano drasticamente a loro volta i connotati e i messaggi dati dal museo. In questo caso, ciò avviene con un brio e un senso apparente di divertimento che solo Armleder può permettersi.
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Un messaggio pacifista nell’armeria del MAH
Pacifista convinto (nel 1967 si fece quattro mesi di carcere per non aver preso parte al servizio militare), Armleder ha ricoperto le pareti del salone dell’armeria con della sbrilluccicante, leggerissima carta argentata che silenzia il carattere spiccatamente militare dello spazio, ma non lascia indifferenti per l’assurdità dell’allestimento. Il tutto, infatti, è completato da una serie di cornici vuote prese dalla collezione museale e appese su quella stessa carta argentata. La non-armeria spinge, così, a chiedersi cosa stia venendo nascosto, quale sia il rimosso, in un’operazione eticamente definita e artisticamente ben costruita, che non si abbandona a ovvietà ideologico-politiche che spesso poco hanno a che fare con l’Arte. Anzi, per i materiali e i colori impiegati, che richiamano la palla argentata dell’ingresso, spinge al limite quel senso di gioia e svago che domina tutta la mostra, generando un cortocircuito tra spazio, allestimento e messaggio sotteso.
Il museo come spazio aperto
Alcune sezioni di Observatoires sono state pensate per evolvere e modificarsi, così che la mostra e il museo siano a tutti gli effetti degli spazi di possibilità. Grazie alla lunga durata dell’esposizione – praticamente 10 mesi – alcuni oggetti esposti verranno (s)cambiati durante il periodo di apertura, dando la possibilità ai visitatori da una parte di conoscere nuovi materiali delle collezioni storiche e dall’altro di creare nuovi significati e legami tra le opere visibili in un certo momento. La palla ce l’ha, quindi, in mano il visitatore che deve mettere insieme i pezzi, ma per fortuna il libretto delle istruzioni l’ha scritto John M Armleder.
Vittoria Caprotti
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Ginevra // fino al 29 ottobre 2026
John M Armleder. Observatoires
MAH – MUSÉE D’ART ET D’HISTOIRE DE GENÈVE
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