Arte, musica e il rapporto con Rembrandt secondo l’artista Riccardo Guarneri
Al termine dell’ultima mostra a Urbino, il nume della pittura analitica italiana si racconta ad Artribune, tra quadri rubati e gli anni dell’insegnamento con Fabro e Alviani
Entrando nello studio fiorentino di Riccardo Guarneri (Firenze, 1933) si viene inondati dalla luce e dall’energia delle tele dai colori chiarissimi. La sua ultima mostra – Luce che affiora a cura di Riccardo Freddo e Luca Baroni, appena conclusasi alla Galleria Albani dei Musei Civici di Urbino – ha messo in dialogo venti incisioni originali di Rembrandt con un nucleo di sue opere. Guarneri è una figura chiave della pittura analitica italiana. Opere sue sono entrate in collezioni internazionali, dal Centre Pompidou a diverse raccolte pubbliche e private. Lo abbiamo intervistato.
L’intervista all’artista italiano Riccardo Guarneri
La mostra ha intavolato un dialogo con Rembrandt. Come nasce?
Il dialogo se lo sono immaginato i curatori. Io non posso dialogare… lui parla olandese, antico perdipiù, e io l’olandese non lo capisco. Però, a livello artistico, ogni pittore può dialogare con qualsiasi altro pittore. C’è questo fatto dell’arte che accomuna tutti. Ho fatto mostre con colleghi che sono l’opposto di me, eppure io li stimo e loro stimano me.
A trent’anni, all’Aia, incontrò Rembrandt. A novant’anni cosa vede che allora non vedeva?
Trenta o novanta non fa niente. Non siamo più le stesse persone, anche una settimana dopo. L’arte è aleatoria. Il fatto di riguardare un quadro: questa è la cosa importante. Se continua a suggerirti qualcosa vale. Se ti viene a noia subito, no.
L’artista Riccardo Guarneri e la musica
È stato musicista jazz. È passato da un’arte a contatto diretto col pubblico, che esiste solo mentre suoni, a un lavoro in studio, dove l’opera viaggia lontano senza l’autore…
Sa che non ci ho mai pensato? Ma un musicista può esercitarsi anche mentre cammina: ho avuto un maestro che in autobus teneva una cordicella per allenare le dita. La musica nasce dentro di te, come la pittura. Come nascono è un mistero che accade solo in un certo momento. Avevo un quadro con una macchia voluta, una colatura d’oro. Ho tentato di rifarla su altri quadri: come quella non ci sono mai riuscito. È come quando trovi una persona di cui ti innamori. Carmelo Bene diceva: l’arte è qua? No, è più su. È inarrivabile.
Nell’era del digitale e delle mostre immersive, che resistenza incontra un’arte come la sua?
La mia pittura è a lento consumo, non è un manifesto. Obbliga uno a cercare fra le righe qualcosa che è indecifrabile. Se sente Bach non è una canzoncina che si capisce subito: è tutto contrappunto; più la sente e più le piace, perché c’è un messaggio profondo. La canzoncina passa: un mese nelle orecchie e poi svanisce.
Riccardo Guarneri, Getulio Alviani e Luciano Fabro a Carrara
Ha insegnato per molti anni. Come si trasmette la capacità di vedere?
A Carrara il direttore chiamò me, Getulio Alviani e Luciano Fabro: tre cattedre di pittura. Alviani li metteva a fare righe, Fabro gli faceva riempire scatole da scarpe con oggetti che gli piacevano. Sono metodi diversi. Da me venivano perché “non erano costretti”. In un corso mi ritrovai con studenti che volevano imparare a fare i tatuaggi, gli scheletrini. La difficoltà del docente è capire cosa vuole lo studente e insieme avvertirlo degli sbagli. Portarlo fuori dall’automatismo, senza rompergli il desiderio.
A Urbino le incisioni di Rembrandt provengono da una collezione privata. L’arte nascosta: che ne pensa?
È come un libro: se non lo leggo è morto. È come Maria Callas che canta in mezzo al deserto: splendida e inutile. Quante cose sono venute fuori col tempo? Quanti pittori all’inizio non valevano nulla? Beato Angelico era considerato nulla. Ci è voluto tanto tempo prima che venisse fuori tutta la grandezza. Il caso più evidente è van Gogh, i quadri li ha venduti suo fratello; e Ligabue vendeva per una ciotola di zuppa.
Le opere di Riccardo Guarneri
Distrugge mai i suoi quadri?
Ne ho distrutti tanti. È un fallimento che senti addosso. Si autodistrugge: rifaccio una parte, può andare bene ma non con l’altra. Quando non è più possibile butti via il quadro. Non sempre le ciambelle escono col buco. Altrimenti tutti i quadri sarebbero dello stesso valore. Forse per il mercato, ma per un critico, per un collezionista, per il pittore stesso, non tutti i quadri sono uguali.
Il Centre Pompidou ha acquisito sue opere. Come ci è arrivato?
C’è stata una mostra a New York, poi il gallerista mi ha rubato tutti i quadri. Ma la vide un pittore sardo, Ciaccio Ferra, amico della curatrice della Biennale. Lui disse: questo vale. Lei venne da Parigi allo studio. Non c’è un italiano che piglia un volo da Milano per vedere un pittore in Sicilia. Noi siamo fatti così. Lei invece venne, mi invitò alla Biennale. Poi il Pompidou prese i quadri.
Alessia De Antoniis
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