L’ordinario come luogo di rivelazione. Conversazione con il pittore Guy Yanai
Il pittore israeliano, che ritorna a Parigi con la mostra “You Must Change Your Life” alla Galleria Lelong, ci racconta della sua pratica artistica e di come il nuovo ciclo di lavori, sviluppato dopo la perdita della madre, si configuri come meditazione sulla trasformazione
Con You Must Change Your Life Guy Yanai (Israele, 1977) ritorna a Parigi con una mostra personale alla Galerie Lelong, riannodando il proprio percorso a una città storicamente inscritta nella genealogia della pittura. Il progetto raccoglie un nuovo ciclo di opere maturate dopo una profonda frattura esistenziale, la scomparsa improvvisa della madre, che ha imposto all’artista una radicale riconfigurazione del proprio rapporto con lo sguardo e l’immagine. Nel ritiro quasi ascetico del suo studio di Marsiglia, Yanai ha trasmutato il lutto, la memoria e la materia fragile del vissuto quotidiano in una pittura più concentrata e vulnerabile, dove ogni forma sembra emergere come traccia di una presenza trattenuta.
Lo spazio domestico nella pittura di Guy Yanai alla galleria Lelong di Parigi
Da sempre attento alle micro-drammaturgie dello spazio domestico e delle soglie: finestre, interni, giardini, corpi colti, Yanai costruisce immagini che descrivono degli stati. I suoi dipinti, attraversati da una luminosità misurata e da una rigorosa orchestrazione dei piani cromatici, evocano la sensibilità della Nouvelle Vague francese, quella capacità di cogliere l’ordinario come luogo di rivelazione, di rendere visibile l’istante mentre scivola verso la memoria. Il titolo della mostra, tratto dall’ultimo verso del Torso arcaico di Apollo di Rainer Maria Rilke, introduce una vibrazione etica ed esistenziale che risuona in filigrana in queste immagini apparentemente semplici. Pensata per gli spazi della Galerie Lelong, You Must Change Your Life si configura così come una meditazione sulla trasformazione, un movimento silenzioso e continuo: un cambiamento che avviene attraverso lo sguardo, l’attenzione e la capacità di abitare, pittoricamente, la vulnerabilità del presente.

Intervista con il pittore Guy Yanai
Guardando al tuo percorso, quali sono state le condizioni biografiche, visive o intellettuali che hanno dato origine alla tua pratica pittorica? C’è stato un momento in cui la pittura si è imposta come necessità, più che come scelta?
Infanzia e movimento. Mi sono spostato per tutta la vita: fino ai sette anni, a Haifa, ci siamo trasferiti tre o quattro volte. Poi a Boston ci siamo mossi cinque volte, a New York ho vissuto in due appartamenti diversi e ora risiedo tra Marsiglia e Tel Aviv.
La mia pratica pittorica continua a cambiare ed è proprio una necessità più che una scelta. Se non lavoro, finisco per creare problemi in casa. Penso che il mio lavoro riguardi una serie di piccoli, costanti scarti in avanti. Ogni libro, film, passeggiata, pensiero può innescare una nuova idea.
Nei tuoi primi lavori si intravedono alcune delle tensioni che attraversano tuttora la tua pratica: l’uso di immagini trovate, l’attenzione allo spazio, una certa sospensione temporale. In che modo questi impulsi originari continuano a risuonare e trasformati, nel tuo lavoro attuale?
Torno spesso ai lavori precedenti, per capire cosa funzionava e cosa no. A volte uso le stesse fonti per anni. Perché cerco voglio essere un artista migliore di quello che ero. Continuando a costruire sul lavoro precedente il mio percorso si sta evolvendo, focalizzandosi e diventando più raffinato.
Il titolo della mostra, “You Must Change Your Life”, riecheggia un imperativo quasi etico ed esistenziale. In che modo questa chiamata alla trasformazione attraversa la tua pratica pittorica e dialoga con la condizione storica e percettiva del presente?
Il titolo deriva dall’ultimo verso della poesia di Rilke Torso arcaico di Apollo del 1909. Negli ultimi sei mesi ho ricominciato a leggere Rilke. Mia madre è morta improvvisamente e, per far fronte a questo dolore, o meglio per abbracciarlo e sentirlo, leggere Rilke mi ha aiutato.
Il titolo rappresenta il mio stato mentale mentre facevo questi dipinti, più che le opere in sé che partono sempre dalle mie fonti abituali; anche se sono diventate più vulnerabili, un po’ più piccole, più attente al dettaglio. E sì, dopo tutto quello che ho vissuto negli ultimi due anni, con la morte di mia madre e altre questioni personali, devo cambiare la mia vita.
Le tue immagini nascono spesso da un archivio eterogeneo di fotografie, screenshot e frammenti di architettura modernista, che la pittura sottopone a un processo di riscrittura. Che tipo di tensione cerchi tra la persistenza della memoria e la sua metamorfosi sulla superficie della tela?
A volte è quasi una risposta emotiva primitiva: un’immagine mi fa battere il cuore e sento il bisogno di farla mia. La trasformazione dall’immagine di partenza al dipinto è sempre una sorta di magia, e non posso mai prevederne l’esito. Cerco qualsiasi fonte che possa diventare un grande dipinto, anche se può sembrare un po’ infantile. La tensione è qualcosa di intrinseco, irrazionale. Penso che abbia a che fare con la mia ansia, con il senso di urgenza, con le scadenze e con il modo in cui qualcosa viene dipinto in relazione all’immagine stessa.

Nella mostra parigina lo spazio sembra diventare una struttura centrale: interni, finestre, soglie e superfici riflettenti costruiscono una sorta di topografia dello sguardo. In che modo concepisci il “luogo” come spazio mentale prima ancora che fisico?
Appena ho installato la mostra mi sono accorto che ci sono scrivanie disordinate in tre dipinti. Molti di questi lavori sono stati raschiati più volte prima di arrivare alla versione finale, cosa nuova per me: per come lavoro, non posso avere troppi strati. Credo ci sia anche una tensione tra le pennellate piatte e lo spazio pittorico. Quando il dipinto è finito, o quasi, diventa un oggetto fisico.
Molti lavori sembrano sottrarsi a una temporalità narrativa, sospesi in una durata ambigua. Quanto è importante per te creare immagini che resistano alla velocità e alla saturazione visiva della cultura contemporanea?
La maggior parte delle mie fonti è piuttosto datata: le più recenti risalgono agli Anni Ottanta. Invidio cinema, musica e letteratura perché hanno il tempo dentro di sé, possono avere personaggi e storie. Con la pittura l’immagine è congelata, tuttavia, credo nella pittura, vince sempre. Nulla può davvero sostituirla: tutto la rende più significante. La fotografia, internet, i social media. Non temo l’IA, penso che renderà la pittura migliore. Certo, non sono molto interessato ai nuovi media: fare i dipinti che faccio mi sembra già radicale, nel contesto della mia vita.
Il riferimento implicito a Rilke nel titolo suggerisce una trasformazione che avviene attraverso l’atto stesso del vedere. Pensi che la pittura possa ancora oggi essere uno strumento di cambiamento, se non del mondo, almeno del modo in cui lo percepiamo?
Assolutamente, come potrei non crederlo? Continuiamo a vedere la vita attraverso i dipinti. La pubblicità usa un linguaggio visivo che proviene dalla storia dell’arte per venderci qualsiasi cosa. Moltissime pubblicità di profumi sembrano ritratti rinascimentali, solo fotografati. In senso cosmico la pittura appartiene alla terra: è fatta di pigmenti della terra macinati nell’olio e applicati su una tela naturale. A volte (non sempre) ho la sensazione che alcune mie opere siano più una rivelazione: il fatto stesso di averle create significa che esistevano come possibilità nell’universo, quindi forse dovevano essere dipinte. Come vedi, ultimamente sto leggendo il Tao. Rilke lavorava con Rodin quando scrisse quella poesia: solo l’immagine di un torso di marmo senza testa, bellissimo.

Esporre a Parigi significa confrontarsi con una città stratificata da secoli di storia della pittura. Questo contesto ha esercitato un’influenza specifica su questo corpo di lavori, come pressione simbolica o come energia generativa?
Penso che non potrei dipingere se vivessi a Parigi: è troppo bella. Sono insicuro su quasi tutto, quindi sì, è stato difficile. Inoltre il piano terra della galleria ha vetrine che danno sulla strada, vicino alla residenza di Macron. Questa mostra è nata per questo spazio e tempo, per Galerie Lelong. Molto del lavoro si basa anche sulla cultura francese, soprattutto sui film di Rohmer.
La tua pittura sembra muoversi tra continuità e sottili slittamenti. “You Must Change Your Life” rappresenta un punto di svolta o una cristallizzazione, una messa a fuoco di traiettorie già presenti?
Non posso ancora dirlo, ma questa mostra è molto aperta. Ci sono cinque formati diversi; molti soggetti. Avrei potuto fare una mostra di fiori, una di ritratti, una di interni, e così via. Ci sono molte direzioni che potrei esplorare da qui in avanti, quindi in questo momento l’orizzonte della mia pittura è ampio e aperto. E sì, hai ragione: questa mostra parla proprio di “continuità e sottili slittamenti”. Dobbiamo cambiare le nostre vite, forse in modo quieto, lento, delicato, per preservare un senso di continuità.
Ritamorena Zotti
Parigi // fino al 27 marzo
Guy Yanai. You Must Change Your Life
Galerie Lelong
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