Saranno due artisti giovani e talentuosi a dipingere i due drappelloni per il Palio di Siena 2026
Scelti i due artisti che dipingeranno il drappellone per il doppio appuntamento con il Palio dell’estate 2026. Una è protagonista di una mostra site specific nel complesso di Santa Maria della Scala
Due artisti giovani, con una carriera in ascesa, dediti alla pittura e impegnati in un percorso di rilettura personale della storia dell’arte occidentale. Nel segno della contaminazione, dell’irriverenza e insieme di una conoscenza attenta, metodica, facendo delle trame del passato un dispositivo di pensiero, più che un semplice riferimento iconografico. Sono Ismaele Nones e Teodora Axente, scelti dalla Giunta comunale di Siena per realizzare i drappelloni rispettivamente per il Palio del 2 luglio 2026, intitolato alla Madonna di Provenzano, e quello del 16 agosto, tradizionalmente dedicato alla Madonna dell’Assunta. Due artisti assai diversi, per stile, segno, immaginari, sostanza e qualità della pennellata, che però trovano nel rapporto con la storia il senso di una ricerca pittorica sintonizzata sui grandi temi dell’umano e sul loro rinnovarsi in termini simbolici, visivi.

Il ‘cencio’ del Palio di Siena di Ismaele Nones
Classe 1992, nato e cresciuto a Trento, in tasca una laurea all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Ismaele Nones nel 2025 ha inaugurato una personale al Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, curata da Stefano Raimondi: una celebrazione istituzionale importante, con circa cinquanta opere distribuite lungo l’intera superficie espositiva del museo. Arcaizzante, severa, lineare, aprospettica, la sua pittura costruisce narrazioni sospese, in cui il senso dell’enigma è tutt’uno con la percezione di un’identità culturale profonda, esplorata e rimessa in discussione: una ricerca che affida a palette mediterranee, squillanti, piatte e quasi metalliche, il ricordo di iconografie perdute, in cui s’insinua abilmente una tensione straniante, fra incursioni sottili nel mondo del design e nel gusto contemporaneo. Così si disallinea il ricordo, precipitato in uno spazio-tempo ambiguo, figlio di una narrazione allegorica e nostalgica. E così scorrono ed affiorano ricordi della grande pittura romana, fra mosaici d’epoca imperiale e affreschi pompeiani, e poi icone bizantine, bestiari medievali, capolavori trecenteschi, con immancabile riferimento al Firenze e agli stessi capolavori senesi.
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Il drappellone del prossimo luglio, come specificato nel testo ufficiale della nomina, avrà una particolare vocazione sacra: nel 2026 si celebrano infatti gli 800 anni dalla morte di San Francesco, di cui il cencio dovrà contenere dei riferimenti, anche in virtù del fortissimo legame tra il Santo e la città di Siena. Qui, nella primavera del 1226, trovatosi in condizioni di salute precarie, Francesco dettò un breve scritto – noto come “Testamento di Siena” – in cui incideva, come lascito spirituale per i suoi fratelli, i principi cardine da custodire e coltivare: l’amore tra Frati, l’obbedienza alla Chiesa, l’osservanza della povertà. Un mondo, quello del Santo che parlava agli animali e delle rivoluzionarie imprese di Giotto e Cimabue ad Assisi, che offrirà alla pittura di Nones spunti particolarmente azzeccati su cui ragionare.

Il drappellone del Palio di Siena di Teodora Axente
È invece una storia d’amore che continua, quella tra l’artista rumena Teodora Axente e le bellezze di Siena, dove è in corso (fino all’11 gennaio) una grande personale al museo di Santa Maria della Scala. Si tratta del suo debutto in Italia: ideata da Cristiano Leone, presidente della Fondazione Santa Maria della Scala, e realizzata in collaborazione con la Galleria Rosenfeld di Londra, la mostra è curata da Riccardo Freddo e Michela Eremita ed è il frutto di una residenza finalizzata allo studio delle collezioni e degli straordinari affreschi che dominano le sale dell’antico Ospedale senese, oggi uno dei gioielli museali cittadini.
Vincitrice del Grand Prize al 3rd Frissiras Award for European Painting e dell’Essl Art Award, Axente ha esposto in diversi musei internazionali, come il MoCA di Boulder, in Colorado, il Museum of Art di Cluj-Napoca, in Romania, e lo Hugo Voeten Art Center di Herentals, in Belgio. Nel 2020 è stata selezionata da Uwe Goldenstein per il suo Preparing for Darkness. A New Movement in Contemporary Painting (edito da Selected Artists Edition), volume in cui l’autore raccoglie i più interessanti esponenti di un rinnovamento pittorico europeo, orientato all’eccellenza tecnica, alla figurazione e a una tensione viscerale verso la malinconia e l’oscurità. Sarà dunque lei a disegnare l’atteso drappellone conteso dalle contrade, durante la corsa selvatica di agosto, in Piazza del Campo.

Le tele di Axente a Santa Maria della Scala
Le 25 tele realizzate per Santa Maria della Scala costituiscono uno spettacolare racconto visionario, che mescola passione per il sacro, per il fantasy e per la grande pittura europea del ‘500 e del ‘600: un palcoscenico folle in cui rimettere in scena volti e personaggi comuni tramutati in allegorie dei vizi capitali, in raffigurazioni di dame borghesi o di madonne, in personaggi giunti da leggende popolari e miti religiosi. Figurine senza peso, immateriali, come ritagli di carta giustapposti a un reale che deborda nell’onirico. E ancora reliquie – come quelle conservate nella Sagrestia Vecchia di Santa Maria della Scala, acquistate a Costantinopoli nel 1359 – oggetti liturgici o d’uso quotidiano apparecchiati su deschi lussuosi, still life intriganti che abitano stanze intitolate al sussurro e al mistero, riverberi di broccati, morbidezze di velluti, simboli giunti dalla dottrina ortodossa (come il ricorrente giglio), paesaggi allucinati in cui le montagne diventano pesci giganti, inquietanti strumentazioni mediche e interni di palazzi irreali, scanditi da luci e ombre nel solco dell’immaginazione.
Il senso di una corporeità proteiforme, fragile e potente a un tempo, è il cuore di un lavoro che si concentra sui concetti di mutazione e di trasfigurazione, di caduta ed elevazione, di nascita e morte: le creature metà umane e metà insetto, che tornano spesso nei dipinti, sono l’emblema mitico di questa urgenza intellettuale e creativa.
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La pittura di Axente, tra fiamminghi e surrealisti
Un universo, quello di Axente, che pesca a piene mani dal fantastico, mentre si muove dentro la memoria storica della pittura, elaborando le finezze dei fiamminghi e i tormenti spirituali dei maestri del gotico internazionale, gli incarnati dolci e le luci terse di Vermeer, l’eleganza sinuosa di Cranach o il realismo sofisticato e iper dettagliato di Holbein Il Giovane. Riferimenti continuamente scovati e rimessi in gioco, mentre la resa perfetta di un tessuto, il lucore di un frammento di porcellana o la vivacità sinistra di uno sguardo, accendono vibrazioni lontane e dissonanti: è la forza centripeta della buona pittura che osserva, scandisce, tradisce, misura e poi frantuma le distanze. Così pare di afferrare, in una macchina del tempo accelerata, le distopie techno-gothic di Flora Sigismondi, le alchimie sinistre di Leonor Fini, o quelle metamorfosi della carne e dello spirito che da Ovidio fino a Kafka, passando per Kroneberg o Bellmer, definiscono forme di surrealismo in continua evoluzione, centrifugando brandelli di fiabe, sogni, incubi, echi dell’inconscio e tortuose peregrinazioni emotive, tra foreste di simboli e di sortilegi, di seduzioni e di meditazioni.
C’è ancora tempo per ammirare l’ampio corpus di tele, ma la Fondazione annuncia intanto un’inedita modalità di proroga, proprio in concomitanza con la notizia legata al Palio 2026: smontata, per lasciar spazio ad altre attività, la mostra sarà a breve riallestita con una formula diversa, in altri spazi del museo, consentendo ancora al pubblico di conoscere la ricerca di Axente e il suo ispirato lavoro di contemplazione e reinvenzione del patrimonio storico-artistico museale e cittadino.
Helga Marsala
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