Abbiamo molto da imparare dalle piante. L’artista Valentina Vetturi ci spiega come

Nei giorni scorsi al MAXXI di Roma si è tenuta la lecture performance “Mimosa Pudica” di Valentina Vetturi, che indaga l’idea di una memoria viva, decentralizzata e impermanente, come quella delle piante. In questa intervista l’artista racconta questa sua ricerca

Il 21 novembre 2025 il MAXXI ha ospitato Valentina Vetturi (Bari, 1979) con la sua lecture performance Mimosa Pudica, che prende il nome dalla pianta protagonista dell’interesse dell’artista da un anno a questa parte. Anche nota come “Sensitiva”, la Mimosa pudica è capace di apprendere, conservare informazioni e rispondere agli stimoli, pur in assenza di un sistema nervoso centrale – come il nostro cervello. A partire da questo, Vetturi ha sviluppato un ecosistema di pratiche: momenti quotidiani di osservazione, lecture performance, workshop e tavole rotonde che intrecciano ricerca artistica, filosofia, biologia ed ecologia. La serata romana ha restituito questo processo in continuo divenire, intrecciando voce, immagini e testi teorici in tempo reale, in dialogo con il pubblico.

Intervista a Valentina Vetturi

Cosa l’ha portata a scegliere proprio la Mimosa pudica come punto di partenza per esplorare forme alternative di apprendimento e memoria?
Si dice che il fisico e botanico indiano Jagadish Chandra Bose abbia calpestato accidentalmente una Mimosa pudica e, sorpreso dal ripiegarsi delle sue foglie, abbia deciso di approfondire lo studio del comportamento delle piante, delle loro reazioni e dei loro modi di comunicare: “Esiste forse una relazione tra la nostra vita e quella del mondo vegetale?”. A me è capitato qualcosa di simile leggendo degli esperimenti fatti dall’ecologa Monica Gagliano con una serie di esemplari di Mimosa pudica mentre era ospite del Laboratorio di Neurobiologia Vegetale (LINV) diretto da Stefano Mancuso. Questi esperimenti suggeriscono che la pianta “impara” ad abituarsi a stimoli ripetuti e li ricorda per circa 45 giorni.

Valentina Vetturi, studio per "Mimosa Pudica", 2025
Valentina Vetturi, studio per “Mimosa Pudica”, 2025

Com’è passata da queste scoperte teoriche alla costruzione di una ricerca pratico-artistica?
Mi interessa che ci sia una forma di “memoria”, o di apprendimento, che non dipende dalla presenza di un cervello, ma è distribuita, situata, modulata dal contesto e dall’esperienza. Cosa significa ricordare quando non c’è un archivio centralizzato?La ricerca performativa prende forma in un intreccio tra il mio interesse per la memoria digitale, l’accumulo incessante di dati, le infrastrutture invisibili del web, e questa indagine scientifica su memoria e apprendimento vegetale. Mimosa pudica non è soltanto il soggetto di indagine: diventa un modello epistemico alternativo, una lente con cui guardare la memoria come processo relazionale, ecologico, situato, invece che come semplice accumulo o archiviazione.

In che modo l’osservazione della pianta ha influenzato il processo creativo?
Osservare (con) la pianta è il processo. Implica rallentare, prestare attenzione, essere sorpresa da movimenti quasi impercettibili, allenare la pazienza, decentralizzarsi, tradurre, collaborare.

La mancanza di un centro, come il cervello, trova riscontro anche nella prassi condivisa e multidisciplinare che caratterizza il suo lavoro. Come fa dialogare tutte le parti?
Mi interessano le pratiche di unleading, per sperimentare forme di autorialità e ricerca diffuse. In questo framework si inscrive Mimosa Pudica. Per portare avanti questa ricerca ho costruito una rete di alleanze con studiose e studiosi provenienti da ambiti disciplinari eterogenei. Per imparare con le piante ho avviato pratiche di osservazione quotidiana e vicinanza con alcune piante di Mimosa pudica nel mio studio a Bari. Nel corso di quest’ultimo anno ho, poi, invitato altre persone — tra cui Vlad Morariu (Middlesex University, Londra), Raluca Voinea (tranzit.ro Bucarest), e il matematico Delio Mugnolo (FernUniversitaet Hagen) — a coltivare e osservare queste piante. In parallelo, attraverso le collaborazioni con le altre e gli altri partner di progetto, tra cui ci sono la filosofa Federica Giardini, lo storico della scienza Marco Armiero, la scienziata Rachel Armstrong, la storica dell’arte Yvonne Volkart, abbiamo organizzato una serie di tavole rotonde in cui ognuno ha coinvolto altre/i studiose/i della sua rete.

A che punto del lavoro si colloca la lecture performance del MAXXI?
Il progetto si sta trasformando in un moltiplicarsi di pratiche e spazi condivisi, che intrecciano ricerca artistica, teoria critica, ecologia, biologia e tecnologia. Ciascuna e ciascuno porta un sapere, un corpo, un metodo, e questi saperi dialogano attraverso pratiche di traduzione. Per citare Édouard Glissant: tradurre è rinunciare a una parte di sé per accogliere l’altra. La lecture performance che presento al MAXXI racconta questo processo nel suo farsi in uno spazio di prossimità con il pubblico e le piante che abitualmente abitano il museo. Un’altra tappa di questo percorso è stata la lecture performance al museo MACTE di Termoli in occasione della giornata del contemporaneo ad ottobre.

Come si inserisce “Mimosa Pudica” nel suo corpus di lavoro? Come dialoga con le ricerche passate, avendo al centro proprio il tema della memoria e del ricordo?
Mimosa pudica si inscrive in una ricerca sull’oblio e il ricordo che porto avanti dal 2014. Dal lavoro sulla relazione tra musica e memoria, alle indagini sulle infrastrutture invisibili del web, alle riflessioni sulle IA generative, queste ricerche si interrogano su cosa sia la memoria e la sua assenza: come si forma, come si conserva, come si perde, che cosa implica. Alzheimer Café (2014-) guarda alla fragilità della memoria umana e la persistenza poetica della musica alla degenerazione dei processi mnemonici; studiando la blockchain, gli archivi digitali è evidente la problematicità dell’accumulo, della permanenza illimitata. Con Tails (2023) ho messo in scena l’infrastruttura dei cavi in fibra ottica sottomarini che trasporta le nostre memorie digitali: un paesaggio performativo e sonoro realizzato in cartapesta. E la cartapesta ha la caratteristica di perdere la memoria del calco in cui si asciuga se immersa in acqua. Con La Matematica del Segreto (2023-), una trilogia video dall’interfaccia performativa, ho guardato alla ricombinazione statistica delle memorie depositate online praticata dalle piattaforme di IA generativa e alle sue idiosincrasie.

Nel discorso sull’oblio e il ricordo, cosa aggiunge quest’ultimo lavoro?
Mimosa Pudica osserva il regno vegetale e la memoria di una pianta; la sua capacità di “imparare” e “dimenticare” diventa filtro per ripensare ciò che si può intendere per memoria. Si interroga su come lo studio della memoria delle piante possa suggerire principi di ecologia digitale.

In passato ha parlato dei suoi lavori come di “improvvisazioni guidate”: ci spiega questa idea?
Il mio lavoro assomiglia a quello di una compositrice, di una regista. E, come accennavo prima, mi interessa praticare una regia informata dai principi dell’unleading. Pur avendo cura estrema di ogni dettaglio del processo e della sintesi finale, creo partiture in cui le altre soggettività coinvolte hanno spazio per improvvisare. Si attiva così un processo di intelligenza collettiva di cui “perdo” felicemente il controllo.

Vittoria Caprotti

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