Intervista agli ideatori di Sumac Space, la piattaforma che crea un dialogo fra gli artisti contemporanei mediorientali e l’occidente.

Mentre i confini nazionali si rialzano per l’emergenza sanitaria, gli spazi espositivi chiudono e quei pochi rimasti si leccano le ferite, alcuni hanno provato a reagire investendo sul web. Qualcun altro, così il team di Sumac Space, si è trovato nella particolare situazione di far partire proprio nei giorni della pandemia un progetto messo a punto da tempo, che sembra scritto proprio per un periodo come questo. Una piattaforma di mostre, confronto con artisti e curatori focalizzati sul Medio Oriente che punti a scavalcare la burocrazia ordinaria.

Il format di Sumac Space, come molti progetti sviluppati sul web, è esploso in questo periodo di forte reazione alla pandemia, ma forse questo momento così particolare ha portato a galla e velocizzato processi che probabilmente erano già necessari. È stato così per voi?
Intanto, a fronte di quello che stiamo vedendo accadere, dobbiamo prendere atto del dilatarsi di questo “momento” di pandemia, che diventa sempre più un “periodo” pandemico, in cui anche le reazioni a quello che abbiamo pensato inizialmente e superficialmente come un extra ordinario diventano delle vere e proprie strade nuove da percorrere, anche a lungo termine. Detto ciò, il concetto che sta dietro a Sumac Space è nato prima di questo periodo, sebbene si sia sviluppato durante, anche se non proprio nella prima ondata, infatti la piattaforma è stata lanciata l’8 ottobre 2020.

Quali sono le caratteristiche del progetto dentro la pandemia e fuori?
Il Sumac Space è nato l’anno scorso, ma diremmo piuttosto che è stata una coincidenza che sia successo durante la pandemia. Onestamente, possiamo dire che a differenza di altre iniziative simili, che erano risposte veloci alla situazione pandemica, abbiamo, al contrario, cercato di rallentare il processo, per uscire con un prodotto che fosse pensato e progettato in modo molto preciso. Sapevamo di non voler creare solo un’altra mostra online. L’improvviso “germogliare” di sale d’esposizione e showroom online ci ha aiutato ad approfondire la nostra ricerca e a ridefinire la nostra intenzione ‒ per vedere cosa mancava e cosa volevamo fare diversamente. Abbiamo cercato nuovi modi di usare questo spazio extraterritoriale. Sumac Space è sì anche una piattaforma espositiva, però prima di tutto è uno spazio di ricerca, lo abbiamo voluto e creato in conversazione con gli artisti ‒ abbiamo avuto quasi 37 incontri in questo periodo ‒ per ottenere una comprensione più profonda dei bisogni e di ciò che manca. Come curatore non puoi fare un passo indietro o davanti agli artisti, creare una piattaforma di ricerca per l’arte vuol dire essere obbligatoriamente in dialogo.

Katharina Ehrl e Davood Madadpoor. Photo © OKNOstudio
Katharina Ehrl e Davood Madadpoor. Photo © OKNOstudio

CHE COS’È SUMAC SPACE

Parlateci di voi: chi siete? Mi sembra di percepire una comunità internazionale diffusa dietro al vostro lavoro.
Il concetto centrale e lo sviluppo del progetto è stato creato e stabilito da noi, Katharina Ehrl e Davood Madadpoor, ma ora la nostra comunità di collaboratori sta crescendo. Il nostro obiettivo è quello di andare avanti collettivamente. Già nei primi 5 mesi nuove voci da diversi luoghi come Tel Aviv, Vienna, Teheran, Berlino, USA e Lisbona si sono unite a noi sotto forma, per esempio, di curatori ospiti e autori della nostra sezione Dialogue. Attualmente abbiamo un programma, On Ongoing, una serie di 5 conversazioni che coinvolgono 14 artisti e 5 curatori internazionali (Nat Muller, Amanda Abi Khalil, Basak Senova, Christine Bruckbauer e Neil van der Linden). Questo rende chiara la nostra convinzione che una piattaforma debba invitare le persone a creare un dialogo e aggiungere una prospettiva internazionale che può offrire nuove intuizioni e soluzioni su cui riflettere. Le soluzioni innovative si verificano solo quando il dialogo viene portato alla luce. E questo vale nell’arte come nella vita, gli esseri umani hanno molto più in comune di quanto si creda.

Il vostro fulcro è piantato nel Middle East. Come dialoga il Medio Oriente con chi appartiene alla sua cultura e con chi ne è distante?
Se le persone visitano mostre dedicate all’arte del Medio Oriente/dei Paesi arabi, spesso si aspettano qualcosa di “orientale” poiché l’arte di questa provenienza è spesso ancora tutta ascritta al discorso dell’orientalismo. Ma dobbiamo liberarci di questi stereotipi. Questa ricerca è dedicata al Medio Oriente per dare visibilità alla sua arte contemporanea. In mezzo a circostanze sociali e politiche difficili, il Medio Oriente ha sperimentato un notevole rafforzamento artistico. Sumac Space affronta questioni centrali e le urgenze contemporanee per rispecchiare il presente attraverso la lente degli artisti coinvolti. Anche il mondo dell’arte deve fare la sua parte, è importante dare un contributo al cambiamento sociale, un cambiamento sociale che è determinato tanto dalla opinione esterna che dall’autocoscienza dentro i confin geografici (e non solo).

Che spazio ha oggi l’arte del Medio Oriente nel mondo?
Negli ultimi anni, molte mostre d’arte contemporanea della regione WANA (Asia Occidentale e Nord Africa) sono state organizzate a livello globale e all’interno della regione stessa. Inoltre, la “biennalizzazione” ha dato un grande contributo alla visibilità degli artisti, non solo del Medio Oriente ma di tutto il sud globale. Poi con la prima asta di arte moderna e contemporanea internazionale in Medio Oriente voluta da Christie’s, tenutasi a Dubai nel 2006, l’interesse per quest’arte si è risvegliato. La globalizzazione a livello della produzione artistica, tuttavia, non è affatto una omogeneizzazione. Piuttosto, ha portato a una co-presenza, la presenza simultanea di innumerevoli tradizioni estetiche che influenzano profondamente non solo il contesto percettivo degli artisti, ma anche la percezione dell’arte. Dobbiamo capire che la geografia non è un luogo ma una conoscenza localizzata.

ARTE MEDIORIENTALE E OCCIDENTE

L’occidente intesse a oggi un rapporto con il Medio Oriente che vede quest’ultimo non tanto come “produttore” d’arte, ma come fruitore e cassa di risonanza (tra grossi compratori e grandi fiere). Come vi relazionate da curatori e soprattutto da artisti con questa sfaccettatura della realtà?
Rispondere a questa questione richiede un approfondimento per il quale non basterebbe lo spazio di una intervista. Dagli Anni Novanta, quando l’arte del mondo arabo ha gradualmente preso parte alla scena artistica internazionale, si è aperta la discussione sull’interpretazione appropriata dell’arte contemporanea di quella zona. Provocatoriamente Silvia Naef dice che “gli occhi occidentali sono spesso incapaci di vedere l’arte moderna e contemporanea del mondo arabo in modo appropriato e quindi di apprezzarla“. Per il mondo occidentale è davvero una sfida includere e considerare l’opera d’arte che viene prodotta in una parte del mondo che ha un percorso diverso, socialmente e artisticamente, e vive un presente diverso. Una storia che è difficile collocare e inserire nei parametri di una storia dell’arte pensata in modo lineare e implicitamente geograficamente standardizzata. È proprio per questa difficoltà di percezione oltre il territorio dell’arte contemporanea nel mondo arabo che, su Sumac Space, abbiamo creato delle componenti complementari – Artists’ Rooms e Dialogues ‒ accanto alla mostra stessa, per innescare un altro livello di comprensione che, oltre a stimolare l’immaginazione, collocasse questo atto in una storia più complessa: gli artisti, la loro opera d’arte e il loro processo di pensiero.

Come vedete il futuro del contemporaneo?
L’arte contemporanea rappresenta attualmente un campo di scambio che trascende ogni singolo precedente culturale o storico e costringe all’articolazione di affinità e differenze alternative“, citando Anneke Lensen e Sarah A. Rogers. L’arte in qualsiasi periodo è definita dalla sua relazione con il passato, ma quale passato? Più andiamo avanti con i tempi, più notiamo che ci sono, e non sono trascurabili, così tanti cambiamenti in una grande varietà di aree! Il futuro sarà multiplo e plurale ‒ non può esserci un solo futuro. Tanti sono gli aspetti, e profondamente diversi, nel campo dell’arte: il mercato, le istituzioni ecc. che influenzano lo sviluppo. Il mercato gioca ovviamente un ruolo fondamentale. Istituzioni come i musei e le collezioni sono altamente politiche e già ora sappiamo che la storia che hanno scritto deve essere riscritta in più storie. Una decolonizzazione troppo a lungo attesa è necessaria nelle narrazioni occidentali, riconsiderando le collezioni attraverso sia la migrazione che le geografie storicamente escluse. L’arte stessa prenderà altre forme. Un dipinto rimarrà un dipinto, ma le possibilità di differenti tecniche si rifletteranno anche nell’arte ‒ come già avviene. Altri formati si svilupperanno anche nelle possibilità di presentare / comunicare l’arte. L’anno scorso ci siamo resi conto di quanto sia importante ripensare proprio queste possibilità. In Germania la Fondazione Culturale Federale fornisce un totale di 15,8 milioni di euro per progetti di digitalizzazione di istituzioni culturali. Tutto questo si rifletterà anche nell’arte e nella produzione artistica stessa.

Sumac Space screenshot
Sumac Space screenshot

IL FUTURO DI SUMAC SPACE

Nonostante con il web le distanze sembrino essersi quasi azzerate, in realtà con la politica i confini sembrano essersi rafforzati. Nel vostro lavoro evidentemente tendete a combattere queste divisioni, ma come immaginate possano evolversi le cose?  E quali risultati porterà questa situazione nell’arte, per voi e in generale?
La giovane scena artistica in Medio Oriente sta crescendo e anche sul posto ci sono molte nuove opportunità culturali sotto forma di collezioni, musei, centri culturali, ecc., ma i problemi con le frontiere e le relative restrizioni di viaggio colpiscono ancora soprattutto i giovani artisti, il cui lavoro fatica ad avere una voce all’estero. Importante per noi è soprattutto ripensare a come utilizzare il World Wide Web per il più ampio settore dell’arte, facilitando le questioni di vincolo territoriale, e non solo, come strumento per il mercato dell’arte. Per la prima volta in Europa, con il Covid-19, è diventato chiaro cosa significassero i problemi di mobilità o le restrizioni che si presentavano improvvisamente. Per i cittadini dell’UE questo era qualcosa di nuovo, ma per altre nazionalità era un fatto quotidiano a causa delle loro origini. Il nostro obiettivo è quello di dissolvere queste frontiere e fornire un luogo per esporre e conversare senza affrontare restrizioni o limitazioni burocratiche.

Dove volete arrivare?
Diciamo che per il momento continuiamo a crescere, l’obiettivo costante rimane quello della ricerca, per scrivere una storia dell’arte inclusiva, e insieme continuare a far crescere la nostra comunità, perché la pluralità, come si è detto, è colonna portante dell’intero progetto; l’invito agli addetti ai lavori è quello di  partecipare, non solo visitare le mostre, ma prestare attenzione alle altre componenti della piattaforma ‒ Artists’ Rooms e Dialogues ‒ e soprattutto prendere parte a questa conversazione. Infine, abbiamo un’open call per scrittori, curatori, critici, ricercatori ecc. per impegnarsi con il lavoro degli artisti contemporanei del Medio Oriente e nei dialoghi sperimentare diversi formati di scrittura.

Ofelia Sisca

https://sumac.space/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI