Not Longer Life. La natura morta al tempo del packaging

Come sarebbero state le nature morte dei grandi pittori se fosse esistito il packaging? Uno studio di design spagnolo reinterpreta i capolavori del passato per far riflettere sull’uso eccessivo della plastica nell’industria alimentare. Ecco le immagini

Quatre Caps, Not Longer Life Monet
Quatre Caps, Not Longer Life Monet

Ideata dal team di Quatre Caps, studio spagnolo specializzato in rendering e progetti visivi legati all’architettura, la serie di immagini Not Longer Life è una riflessione sui problemi ecologici legati all’uso eccessivo e indiscriminato della plastica. Ispirandosi agli autori di capolavori della pittura antica e moderna, tra cui Monet e Caravaggio, le nuove immagini rivisitano il classico tema della natura morta in chiave ironica, includendo involucri e scatole di ogni genere. Dalle retine che avvolgono i meloni, ai cestini in plastica usati per la verdura, fino all’assurdità delle arance già sbucciate inserite in barattoli trasparenti, le immagini mettono in evidenza il carattere inutile e dannoso del packaging all’interno del sistema consumistico odierno.

IL PROGETTO NOT LONGER LIFE

Secondo le stime”, scrivono gli autori nella presentazione del progetto, “nel 2020 la produzione di plastica raggiungerà la cifra di 500 milioni di tonnellate. La maggior parte di questa plastica ci mette circa 600 anni per biodegradarsi. Lungi dall’aver trovato una reale soluzione a questo problema, le poche misure che sono state prese sono di carattere populista e hanno il solo scopo di operare un makeup superficiale invece che affrontare davvero il problema”. Partendo da queste considerazioni, la serie di immagini proposta, sfruttando in maniera intelligente la potenza del contrasto tra elementi incongrui e anacronistici, ben raggiunge l’obiettivo di far riflettere su una situazione che, essendo sotto i nostri occhi ogni giorno, rischia sempre di passare inosservata.

NATURA MORTA E ARTE CONTEMPORANEA

Non è la prima volta che la natura morta classica viene presa in prestito per stimolare una riflessione sulle distorsioni del mondo contemporaneo in fatto di consumo e di alimentazione. Nel 2014, ad esempio, l’artista e designer tedesca Rebecca Rütten aveva inserito cibi simbolo del junk food come hamburger, ciambelle, hot dog e bibite gassate all’interno di rappresentazioni dal sapore antico. Nella sua serie fotografica, intitolata Contemporary Pieces, l’obiettivo polemico era più il cibo spazzatura in sé che il packaging, ma la presenza di quest’ultimo era comunque messa in evidenza in molte delle immagini, in un florilegio di contenitori, bicchieri, cannucce e bottigliette.

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.