In realtà abbattere i cipressi del Mausoleo di Augusto è un omaggio all’Antica Roma 

Nell’antichità ogni elemento, naturale e architettonico, aveva un suo significato e questa regola andrebbe recuperata oggi, con il dibattito attorno al Mausoleo del primo imperatore che è accesissimo. Gli alberi vanno tenuti oppure no? La storia del monumento può dare risposte

Il Mausoleo di Augusto sta per diventare il nuovo ombelico della toponomastica della Capitale – e dunque del Paese. Eppure, non era nato con questa vocazione alla centralità urbanistica. La scelta del sito, voluta dal primo imperatore romano, era allora periferica rispetto ai Fori, immersa in una natura che avrebbe continuato a dominare a lungo anche la sponda opposta del Tevere: quella che oggi chiamiamo Prati, prima di Nerone e poi di San Pietro. Il Mausoleo era circondato da giardini ordinati e, sulla sommità, da piante sempreverdi – probabilmente bossi – come scrive Strabone. È singolare che oggi, a distanza di secoli, il dibattito pubblico si accenda proprio attorno all’abbattimento di alcuni cipressi cresciuti disordinatamente sulle rovine, trasformate nel tempo in una sorta di bosco spontaneo. 

La storia delle piante cresciute attorno al Mausoleo di Augusto 

Quegli alberi furono piantati in fretta nel 1938 per accogliere Hitler in visita a Roma, nell’anno del bimillenario della nascita di Augusto. Un’occasione che Mussolini sfruttò per legare simbolicamente il proprio destino a quello dell’imperatore, saldando presente e passato imperiale. Il risultato fu un allestimento provvisorio che, con il senno di poi, conferì al Mausoleo un’aura cupa, non lontana dall’Isola dei morti di Böcklin tanto amata dal Führer. Ma sarebbe forzato leggere nell’odierna rimozione degli alberi un gesto subliminale di antifascismo. Quella stagione mise insieme grande ambizione progettuale e improvvisazione. L’intervento dell’architetto Vittorio Ballio Morpurgo conviveva con soluzioni provvisorie: lo era la teca dell’Ara Pacis, lo era la stessa destinazione del Mausoleo, che nei disegni di Adalberto Libera avrebbe potuto diventare Mausoleo della Patria, o addirittura Mausoleo Mussolini. 

Mausoleo di Augusto. Credits TIM
Mausoleo di Augusto. Credits TIM

Distruggere per creare: la nascita di piazza Augusto Imperatore 

Dal 1934 si procedette, così, alla rapida spoliazione della città medievale, rinascimentale e barocca cresciuta intorno al sepolcro, per creare piazza Augusto Imperatore – una piazza che, in realtà, non era mai esistita. Quel luogo era stato giardino all’italiana, arena taurina, spazio per fuochi d’artificio e infine auditorium: l’Augusteo, il più grande teatro sinfonico d’Europa. Anche le chiese circostanti testimoniano questa stratificazione: San Girolamo dei Croati, San Rocco, San Carlo non guardano il Mausoleo, ma vi appoggiano le absidi, confermandone il ruolo di fondale, non di fulcro visivo. 

Le vicende recenti del Mausoleo di Augusto 

La mia attenzione per questo sito nasce da una condizione forse privilegiata: vivere a Roma da oltre trent’anni da “forestiero”, da provinciale in visita permanente. Una distanza che conserva lo stupore, mentre chi nasce qui rischia l’assuefazione alla meraviglia. Per anni il Mausoleo mi è apparso come un luogo sospeso, velato, segnato da promesse mai mantenute. Ricordo ancora, nei primi Anni Duemila, un cartello che annunciava visite possibili solo in certi giorni, a certe ore, in certe settimane: un ossimoro urbano. Concepito come il big bang architettonico e propagandistico di Augusto – l’uomo che ha dato il nome a un mese del nostro calendario – il Mausoleo ha visto collassare la propria stella, rischiando di trasformarsi in un buco nero urbanistico. Joyce scrisse che Roma gli ricordava “quell’uomo che mostra ai turisti il cadavere della nonna”: una sentenza crudele ma efficace per descrivere il paradosso di un patrimonio immenso, eredità di uno dei più grandi imperi della storia, affidato a una nazione che fatica a trovare le risorse per conservarlo. 

Rinascita del Mausoleo di Augusto, Roma Capitale e Fondazione TIM, notturno
Rinascita del Mausoleo di Augusto, Roma Capitale e Fondazione TIM, notturno

Come far rinascere il Mausoleo? 

Non è un’autoassoluzione. Chi guarda Roma con fastidio semplifica un problema reale: ogni intervento qui è più complesso che altrove. Negli Stati Uniti, scavando sottoterra, si trova al massimo qualche lattina; a Roma, una fogna aureliana. Per questo, lavorando con la Fondazione TIM, pensai che il Mausoleo – che aveva, forse, accolto anche le spoglie di Mecenate – potesse diventare il centro di uno dei più importanti atti di mecenatismo contemporaneo. Avevamo l’equivalente delle piramidi nel cuore della città, abbandonato come un oggetto senza senso e funzione, ridotto persino a capolinea dei tram. Non era accettabile. Il progetto prese avvio grazie a Giuseppe Recchi, allora Presidente del Gruppo e della Fondazione, e fu portato avanti con continuità dai suoi successori. Immaginammo strumenti per restituire lettura e interpretazione al luogo: un metaverso, che ebbe tra i primi ospiti Mark Zuckerberg, e poi un documentario (2022) con le prime ricostruzioni digitali di Roma augustea. Successivamente intervenne anche Bulgari, con un importante restauro sull’immobile nord della piazza. Invece di valorizzare questo raro allineamento tra pubblico e privato, si è preferito agitare lo spettro della sudditanza turistica, dimenticando che lo stesso soggetto aveva restituito alla città un eccellente recupero di Largo Argentina, pur continuando peraltro a convivere con un cantiere ancora aperto di fronte al proprio onerosissimo investimento. 

Il dibattito attuale: cipressi sì o no? E quella incredibile rinuncia urbanistica 

Oggi, a lavori in corso, una ventata di ecologismo disordinato protesta per l’abbattimento di cipressi piantati nel Novecento, cresciuti senza criterio per oltre settant’anni. Il dibattito è legittimo, ma a un certo punto occorre decidere. Se uno di quegli alberi – molti malati – fosse crollato su un operaio, avremmo assistito allo stesso allarme? Quindici anni fa, analoghe pressioni portarono alla cancellazione di un sottopasso già appaltato che avrebbe pedonalizzato l’area di fronte all’Ara Pacis fino al Tevere. Il motivo? L’abbattimento di pochi platani. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi, dalla teca di Richard Meier, vediamo non il fiume e una passeggiata pedonale, ma il traffico di una strada a grande scorrimento. È stata una miopia strategica: un approccio difensivo, incapace di sostenere nel breve periodo un’opera forse impopolare per le difficoltà derivate alla circolazione utili però a ottenere un beneficio strutturale duraturo. 

Recuperare il passato di Roma per dare forma al suo futuro 

Resta, allora, una considerazione più ampia. Viviamo in una società che ha smarrito il senso logico e simbolico delle proprie scelte, mentre Roma antica non concepiva la casualità: ogni elemento naturale aveva un significato, come ricorda il Codice botanico di Augusto studiato da Giulia Caneva. La frattura non era tra natura e progetto, ma tra senso e disordine. Il verde non veniva opposto alla costruzione, né la tutela all’idea: alberi, giardini e corsi d’acqua erano parte di un linguaggio urbano che parlava di ordine, durata e destino. Quando quel linguaggio si perde, il verde diventa rumore, la tutela un gesto difensivo e le decisioni una somma di paure. Non era l’albero a essere sacro, ma il suo posto nel disegno complessivo. Recuperare Roma non significa congelarla né abbandonarla alla spontaneità: significa tornare a pensare, prima ancora che a proteggere. 

Luca Josi 

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