Perché il lavoro di cura è tema culturale e cosa ha a che vedere con genere e razza. Se ne parla in un festival a Caserta
Sabrina Efionayi, scrittrice campana afrodiscendente e Nadeesha Uyangoda, nata in Sri Lanka e cresciuta in Lombardia, Premio Campiello Opera prima nel 2026 si incontrano al Chimera Fest di Caserta per ragionare su lavoro di cura, appartenenza e rappresentazione. Le abbiamo intervistate in anteprima
Che cos’è il lavoro di cura perché è importante parlarne e che cosa ha a che vedere con i discorsi sulla razza e sul genere, e soprattutto con il dibattito culturale? Due scrittrici si incontrano a Caserta per confrontarsi a riguardo, in un laboratorio che dice molto su chi siamo, su come ci raccontiamo e sulle relazioni di potere e su come gli squilibri possano contribuire negativamente a tracciare nuove identità.
Il dialogo tra Sabrina Efionayi e Nadeesha Uyangoda al Chimera Fest
Tutto questo avviene al Chimera Fest, in svolgimento fino al 25 ottobre a Casertavecchia, parlando di arti, linguaggi, letterature, musica offrendo uno “sguardo multiforme”, come amano dire gli organizzatori, la associazione Itinerari Paralleli, e volgendo la propria attenzione per la terza edizione al Mediterraneo. All’interno della sezione Parole, curata da ottantunocento consulenza culturale, si confronteranno le scrittrici Sabrina Efionayi e Nadeesha Uyangoda. La prima, classe 1999, è nata a Castelvolturno e cresciuta a Napoli. Tra i suoi libri il romanzo autobiografico Addio, a domani (2022) e Padrenostro (2024). È anche podcaster, con Storia del mio nome, prodotto da Chora Media e Spotify Studios.
Uyangoda è invece nata nel 1993 in Sri Lanka ed è cresciuta in Lombardia, è anche lei podcaster e giornalista.
Il lavoro di cura e l’intersezionalità
Tra i suoi libri L’unica persona nera nella stanza (2021) ed è vincitrice del Premio Campiello Opera prima 2026 con il romanzo d’esordio Acqua Sporca, pubblicato per Einaudi. Con loro, in attesa di ascoltarle il 25 ottobre alle 16 presso La Finestra Community Hub di Casertavecchia nell’ambito di Chimera Fest abbiamo parlato, in questa intervista, di perché è importante costruire un dialogo intersezionale sui temi di genere e razza, a partire da una riflessione sul lavoro di cura.
Intervista a Sabrina Efionayi
Il lavoro di cura — da quello domestico fino al lavoro sessuale e all’assistenza — ricade spesso in modo sproporzionato sulle donne migranti ed esternalizza le carenze del welfare pubblico italiano. Quanto crede che determinate narrazioni spesso provenienti dall’alto o dai media legate a determinate forme di lavoro o alla provenienza geografica incidano sulla svalutazione economica e sistemica di chi si prende cura degli altri?”
Credo che le narrazioni provenienti dall’alto e dai media abbiano un ruolo fondamentale nel determinare quali lavori consideriamo importanti e siamo disposti a rendere invisibili.
Nella mia giovane esperienza non posso non far riferimento alle mie due madri (la storia di Gladys e Antonella è raccontata in Addio, a domani, ndr.), a quella nigeriana e a quella italiana, e a come troppo spesso il loro ruolo sia stato incasellato da politiche sociali e strumentali rispetto a che posizioni delle donne non ricche o non bianche fossero costrette e ricoprire.

Cosa c’entra il lavoro di cura in tutto questo?
Il lavoro di cura in questo caso è un esempio emblematico, non solo non viene loro chiesto di essere altro, ma non ci si aspetta nemmeno che possano diventare altro e quindi gli strumenti messi a disposizione sono limitati. La cura è indispensabile alla sopravvivenza della società, eppure viene considerato una predisposizione naturale delle donne, come se non richiedesse alcuna competenza o fatica. Quando questo lavoro viene svolto da donne migranti o razzializzate, la svalutazione si somma a quella legata alla provenienza geografica, ma credo che il problema sia anche nel modo in cui raccontiamo queste donne.
La letteratura mi dà modo di invertire questa narrazione, non solo nella parte di fiction, ma soprattutto in quella biografica, riportando e immortalando momenti e situazioni che spesso sfuggono ai media tradizionali. Quando le famiglie non possono sostenere quel carico, una parte enorme di quel lavoro viene affidata a donne che spesso hanno a loro volta responsabilità familiari e così si crea una catena della cura nella quale il benessere di alcune persone dipende dalla rinuncia di altre.
Quando secondo lei è importante lavorare su una discussione intersezionale sulle tematiche di genere e della razza?
È sempre importante, ma soprattutto quando ci rendiamo conto che parlare genericamente di donne non è sufficiente a raccontare le esperienze di tutte. In “E così vuoi parlare di razza?”, Ijeoma Oluo dedica un capitolo proprio all’intersezionalità, spiegando perché non possiamo comprendere le disuguaglianze senza considerare come tutte le dimensioni dell’identità si intreccino e influenzino le nostre vite. Quando ho letto Oluo, diversi anni fa, ho colto il suo invito a interrogarci anche sui privilegi che agiscono dentro le stesse battaglie per i diritti: un movimento può combattere una forma di oppressione e, allo stesso tempo, trascurare quella vissuta da chi si trova all’incrocio di più discriminazioni. È per questo che l’intersezionalità non può essere separata né dal femminismo né dall’antirazzismo. Un femminismo che non affronta il razzismo rischia di assumere l’esperienza delle donne bianche come universale, un antirazzismo che non considera il genere rischia di rendere invisibili le esperienze specifiche delle donne razzializzate. E, sottolineo, la questione di classe necessita di diventare il collante affinché queste battaglie restino in piedi, perché il modo in cui una persona vive il proprio genere cambia anche in relazione alla classe sociale, alla cittadinanza e alle possibilità materiali che ha a disposizione.
Nel suo percorso letterario ed editoriale, raccontare le traiettorie di vita, i sacrifici e la quotidianità delle madri e delle donne afro-discendenti diventa quasi un atto di cura collettiva e di riparazione della memoria. La scrittura può essere uno strumento politico per ridare dignità al lavoro di cura emotivo e materiale svolto dalle donne della tua generazione e di quella precedente?
Per me la scrittura è uno spazio in cui provare a restituire complessità a persone che spesso vengono raccontate attraverso categorie molto strette. La penna, di certo, non restituisce i soldi non pagati o il tempo speso e le ferite sulle ginocchia, ma prova, nel suo piccolo, a ridare dignità. Le madri, soprattutto quelle che appartengono alle classi popolari e alle comunità migranti, vengono spesso rappresentate attraverso il sacrificio; la poetica dietro la rinuncia (rinunciare a qualsiasi cosa per i figli) e dello sfruttamento lavorativo e del corpo delle donne migranti, rischia di diventare l’unico modo che abbiamo per raccontare la fragilità dietro le vite di queste donne.
Lei cosa vuole raccontare, invece?
Ciò che resta fuori da quella rappresentazione, i loro desideri e le loro contraddizioni. Credo che ci sia una dimensione politica nel decidere chi merita di diventare protagonista di una storia e quale vita consideriamo degna di essere raccontata. Scrivere significa poter spostare quello sguardo, restituire a queste donne una voce che sia anche immaginazione, usare, come dico spesso, il filtro della finzione per raccontare la realtà da un’altra prospettiva. Riconoscere le ferite che possono averci trasmesso, le cose che non sono riuscite a darci, riconoscere il loro lavoro e quello delle donne che ci hanno precedute senza dover raccontare ogni loro scelta come giusta o ogni sofferenza come necessaria. Anzi, forse è proprio questo a permetterci di guardarle finalmente come persone intere: raccontarle dalla loro prospettiva, non da quella di chi le impone un futuro.
Intervista a Nadeesha Uyangoda
Nel suo lavoro analizza spesso come la razza e l’origine definiscano la percezione dei corpi e dei ruoli sociali in Italia. Nel settore dell’assistenza familiare e della cura domestica — un ambito coperto per la gran parte da donne straniere o con background migratorio — si assiste a una vera e propria ‘divisione razziale del lavoro’. In che modo l’invisibilizzazione di queste lavoratrici contribuisce a preservare l’illusione di un welfare funzionale e quali dinamiche di potere si innescano?
Negli anni, le normative di ingresso e di permanenza delle persone straniere sul territorio nazionale hanno contribuito a una divisione razziale e di genere nel mondo del lavoro: tradizionalmente, sono le donne provenienti da specifiche aree geografiche a svolgere lavori di cura in Italia. Il loro lavoro ha contribuito all’emancipazione delle donne italiane, bianche, medio-borghesi dal lavoro domestico gratuito, mentre molto spesso gli uomini restano esclusi dal carico emotivo e sociale della cura. C’è, mi pare, nella privatizzazione della cura delle persone anziane – il cui peso ricade unicamente sulle famiglie – un disinteressamento pubblico, che relega questo tema a una dimensione famigliare, di sacrificio personale in termini economici e psicofisici.

Molte famiglie della classe media o medio-alta mantengono la propria routine quotidiana e la propria emancipazione lavorativa ‘delegando’ la cura di anziani e figli a donne razzializzate. Pensa che in Italia si fatichi a riconoscere questo scambio come una questione di classe e di privilegio di razza, preferendo derubricarlo a semplice ‘solidarietà o aiuto domestico’?
Non penso che il termine solidarietà sia utilizzato per descrivere il rapporto tra lavoratrice di cura e datore di lavoro: si configura tra loro, piuttosto, una dinamica di potere che relega, sì, la dipendente ad “aiuto domestico”, “persona di servizio”, “donna delle pulizie”.
Questa terminologia delinea le persone come dispensabili, ma in realtà il loro lavoro è fondamentale, a volte per condurre una vita agiata e comoda.
Ci spieghi meglio.
Mi sembra che assumere personale domestico configuri anche un salto di classe di cui non si riconosce il costo umano: la maggior parte delle lavoratrici vengono assunte a ore, senza formali contratti, pagate quindi in nero, senza accesso a forme previdenziali di alcun genere.
Come racconto in Acqua Sporca attraverso la figura di Neela, questo genera una condizione di vita senza soglie: la protagonista del mio romanzo non riconosce più il confine tra spazio domestico e quello di lavoro (vive e lavora nello stesso spazio, in regime di co-residenzialità con i datori di lavoro); non distingue il giorno feriale da quello festivo (non ha orari); non separa le persone che l’hanno assunta da quelle che si pongono come la sua famiglia (si crea tra loro un rapporto di potere e di affetto che è autentico ma pure facile a sfruttamento e ricatti).
Quando si parla di lavoratrici della cura con background migratorio, la narrazione pubblica oscilla quasi sempre tra la retorica della “buona badante’ e quella del sospetto. Come si può spezzare, secondo lei, questo doppio binario narrativo attraverso la cultura e quanto il mancato riconoscimento della cittadinanza incide sulla vulnerabilità contrattuale ed emotiva di chi svolge questi lavori?
Il problema della difficoltà burocratica e del requisito temporale (di dieci anni) per l’accesso alla cittadinanza per naturalizzazione mette le persone straniere che svolgono lavori di cura in una posizione precaria. Svolgono mansioni malpagate, senza adeguate sicurezze, ma allo stesso tempo difficilmente potranno protestare, scendere in piazza, scioperare in tutta tranquillità: la loro permanenza in Italia, anche solo a livello di percezione, viene sempre vista come a tempo determinato e a rischio di espulsione. E se non riescono a organizzarsi in collettivi, sindacati, gruppi organizzati, probabilmente non riusciranno a fare pressione perché i loro diritti vengano tutelati e riconosciuti. Sono lavoratrici invisibili che non hanno forse neanche la possibilità di uscire da quella condizione di invisibilità.
Santa Nastro
Domenica 25 ottobre 2026, ore 16
I lavori di cura. Noi e loro: con Nadeesha Uyangoda e Sabrina Efionayi
La Finestra Community Hub
Via Annunziata, via Vescovado 1
Nell’ambito di Chimera Fest
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