Giovanni Kronenberg torna a esporre la sua arte di rivelazione a Roma. L’intervista
Come le opere che la compongono, anche la mostra dell’artista milanese alla galleria z2o di Roma, fino al 31 ottobre, è priva di un titolo specifico perché, come racconta, la sua arte non ha bisogno di definizioni, realizzandosi di volta in volta nell’occhio di chi la osserva
È una mostra indubbiamente complessa quella di Giovanni Kronenberg (1974, vive a Milano) alla galleria z2o di Roma. Si tratta della quarta personale dell’artista negli spazi di Sara Zanin, con cui collabora da dieci anni. Le sculture e i disegni esposti, seppur diversi tra loro, condividono un lessico comune, che, proprio nella sua eterogeneità semantica e formale, crea un campo di tensioni e rimandi da cui scaturisce un’armoniosa polifonia. Le opere, attivando lo spazio, si trasformano in enigmi visivi che si presentano ai visitatori come inaspettate apparizioni cariche di una forte drammaticità. Così, per approfondire ne abbiamo parlato direttamente con l’artista.

Intervista a Giovanni Kronenberg in mostra alla Galleria z2o di Roma
Nelle tue sculture gli oggetti mantengono la propria identità, ma l’accostamento con altri elementi ne modifica radicalmente la percezione. Quando capisci che due elementi apparentemente inconciliabili possono entrare in relazione? È un processo intuitivo o esiste una sorta di metodo combinatorio?
Tutta la mia arte è intuitiva, io la chiamo “Arte di rivelazione”. La puoi educare, indottrinare, ma non la puoi produrre “a tavolino”, razionalmente. Collaboro da anni con antiquari, rigattieri, persone da cui acquisto oggetti in linea con la mia sensibilità, che poi lascio sedimentare, in studio o a casa, anche per anni. Le mie opere non sono mai immediate.
Come si svolge il processo creativo?
Semplicemente, a un certo punto emerge la necessità di utilizzare un dato oggetto, che comincio ad accostare a elementi dalle diverse sapidità. Procedimento con cui creo quelli che definisco “prototipi”, opere d’arte in nuce, perché solo in mostra saprò se realmente funzionano, ovvero se interagiscono gli uni con gli altri instaurando una dinamica osmotica.
In questa pratica, che ruolo ha la storia dell’oggetto, quello che porta con sé?
È sicuramente importante, ma non è fondamentale, perché secondo me la forma viene prima di ogni contenuto. I contenuti mi interessano per la loro valenza sociale, che arricchisce la polisemia di cui ti parlavo prima. Però la prima cosa che guardo e valuto in una scultura è il rapporto che si crea tra forme e materiali. Solo in un secondo momento subentrano la storia sociale e la memoria degli oggetti che la compongono.
A proposito del tuo lavoro si parla di “enigmi visivi” e di una “forte drammaticità” ottenuta attraverso interventi apparentemente minimi. Da dove nasce questa componente drammatica? È già presente negli oggetti che scegli oppure emerge soltanto dalla loro combinazione?
Dipende dall’opera. Sono convinto che l’arte tratti fondamentalmente di due cose: la vita e la morte. Quindi secondo me bisogna cercare di orientare le opere verso un loro mistero, preservarlo. Lasciarle ambigue, polisemiche, in modo che possano dire cose diverse a persone diverse. Al di là del dilagante decorativismo, sono un fautore di un’arte intrisa di drammaticità che, per ogni opera, nasce in maniera spontanea. Personalmente prediligo un’arte spirituale, che mantenga un mistero originale.
Nella tua ricerca com’è il rapporto tra disegno e scultura?
Sono due modalità espressive indipendenti e parallele. Considero le mie opere come delle “apparizioni” che sussistono in questa sorta di immanenza, inizialmente non hanno densità o contenuto, ma poi prendono forma, nelle sculture o disegni. Soggetti inaspettati che, una volta terminati, pongo in dialogo per vedere che reazioni restituiscono. Tutto preservando sempre un’idea di mistero nell’opera.
In che senso?
Non spiego mai le opere, perché l’arte si realizza nell’occhio dello spettatore. Non voglio tenerle sotto controllo, desidero che ciascuno le veda a modo suo. Sono assolutamente convinto che l’arte di qualità non debba essere didascalizzata, credo che debba rimanere libera da interpretazioni.
Infatti le tue opere sono tutte senza titolo…
Sì, cerco di ricreare un ambiente che definisco sacro, legandomi a un’idea di spiritualità come silenzio. Claudio Parmiggiani diceva che “silenzio vuol dire pensiero”. Penso che, dinanzi alle opere, la cosa più interessante sia abbandonarsi a esse: sono loro a suggerirci dove andare.
Cosa ti aspetti dal pubblico?
Negli anni ho ricevuto le considerazioni più disparate: anche banalità sconcertanti da stimati critici e osservazioni appropriate e profonde da persone sconosciute, estranee al linguaggio dell’arte contemporanea. Ormai sono abituato ai commenti più disparati. Forse quello che mi auguro è proprio che, uscendo da una mia mostra, una persona dica una cosa e quella dopo magari l’opposto.
Quanto conta nella tua ricerca il rapporto con la storia dell’arte?
Inevitabilmente abbiamo tutti dei modelli. Lavoro da 23 anni nell’arte, ho frequentato il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti a Milano, seguendo il corso di Alberto Garutti. Tuttavia, penso che il gusto sia per definizione nomade, destinato a cambiare col tempo e l’esperienza. Nel complesso però mi interessa un’arte a sfondo minimalista.
Negli anni è cambiato il tuo approccio all’arte?
No, non è cambiato. Cerco di essere sempre coerente e, credimi: è molto difficile. Ci sono artisti che spaziano a livello linguistico nella maniera più ampia possibile ma io stimo particolarmente quelli che riescono a trovare il loro linguaggio; consapevole che l’arte è sempre un lavoro di mimesi, in cui guardare gli altri è necessario.
Qual è l’ultima nota di sperimentazione che hai aggiunto?
Sta nel disegno. Realizzo disegni da vent’anni con questa metodologia, ma in bianco e nero. Poi, una decina di anni fa, ho iniziato a inserire il colore e questi fondi con foglie metalliche: rame, palladio, oro e argento, che secondo me tendono a isolare e far galleggiare ancora di più le immagini.

Cos’hai mantenuto?
Per come imposto la mia pratica, che si nutre di oggetti sempre diversi, è difficile che una forma si ripeta. Le uniche sculture che ho declinato in più esemplari sono quelle con le spugne.
Quindi la sperimentazione ha la priorità?
Decisamente. Continuo a spingere il mio lavoro verso angoli, zone, forme e materiali che non ho mai utilizzato prima: per me è fondamentale l’inaspettato. Come dicevo, lavoro sempre su opere che prima definisco “Prototipi” per sottolinearne la natura sperimentale.
E l’elemento di continuità?
Il fil rouge è nella grammatica combinatoria tra oggetti apparentemente inconciliabili tra loro. In tutte le mie mostre cerco di sviluppare le sculture nello spazio, occupandone tutte le dimensioni. Ritengo che ogni opera, anche in quanto oggetto dotato di una dimensione spirituale, meriti rispetto, inteso come spazio, ovvero possibilità di essere osservata da più angolazioni, moltiplicando le possibilità della visione.
Ludovica Palmieri
Roma // Fino al 31 ottobre 2026
Giovanni Kronenberg
z2o GALLERY, Via Alessandro Volta, 34
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