Viaggio, memoria e gioco. La grande mostra su Alberto Savinio alla Pinacoteca Agnelli di Torino
Dal 30 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 una grande retrospettiva ripercorre la vicenda artistica di Alberto Savinio, musicista, intellettuale e pittore. Oltre 70 opere provenienti da grandi collezioni raccontano con uno sguardo inedito la storia di una figura chiave del Novecento, capace di sfuggire a tutte le definizioni
Oltre 70 opere ripercorrono alla Pinacoteca Agnelli di Torino la vita e l’arte del grande artista Alberto Savinio (Atene, 1891 – Roma, 1952), intrecciando biografia, mito, arte con una visione dal futuro. Il titolo Souvenir è emblematico, evocando la memoria, il viaggio, il ricordo, tutti elementi fondamentali nella poetica dell’artista. Nato Andrea Francesco Alberto de Chirico in Grecia e fratello del più famoso, ma forse meno istrionico Giorgio de Chirico, con il quale si documenta un acceso e vivo confronto, Savinio si distacca ben presto dalla sua figura ingombrante, costruendo una identità artistica personale, anche nel nome.

Alberto Savinio: la mostra alla Pinacoteca Agnelli
La mostra alla Pinacoteca Agnelli, istituzione che si appresta a celebrare nel 2027 ben 25 anni di storia, a cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, tuttavia, confina nell’ambito biografico questa vicenda personale e artistica, per concentrarsi sul racconto di un profilo che ha attraversato tutti i linguaggi della creatività. Esordendo come musicista (a soli 15 anni Ricordi acquisisce i diritti di un suo componimento), Savinio giunge alla pittura molto tardi, quando ha circa 35 anni, per poi distaccarsene e ritrovarla, fino alla morte nel 1952, a pochi giorni dalla prima dell’ Armida (con la Callas) al Teatro del Maggio Fiorentino, per la quale l’artista aveva elaborato le scene. Nello stesso anno Palma Bucarelli gli dedicherà una grande retrospettiva alla GNAM.
La pittura per Savinio
In mostra emergono prepotentemente, senza però seguire una traiettoria cronologica quanto tematica, due periodi ben precisi: il settennio tra il 1926 e il 1933, anno in cui Savinio rientra in Italia da Parigi e il secondo Dopoguerra. Settanta opere, provenienti da prestiti internazionali istituzionali e da collezioni private, attraversano invece i temi: la famiglia, l’infanzia come paradiso perduto, il mito, la classicità, il manichino (Le tendre quatuor (Hommage à Raphaël), 1928), il mostruoso (Bataille de Centaures, 1930), la donna in attesa, l’isola, il divino. Nella sua vita Savinio è musicista, soprattutto, poi scrittore (suo è Hermaphrodito, pubblicato a Firenze nel 1918, che rappresenta il superamento di ogni dualità), intellettuale, traduttore, scenografo, andando “di arte in arte. Per serbare il mio dilettantismo in stato di freschezza. Dilettantismo non è operare in superficie, ma possedere la materia, così da esserne padrone e dilettarsene. Come stare sempre nella stessa arte?”, avrebbe commentato.
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Savinio e lo spettacolo dei desideri
L’arte, “spettacolo dei nostri desideri”, lo vede viaggiare all’estero e in Italia. In Grecia, dove nasce, portato dal lavoro del padre ingegnere ferroviario, in Germania, dove studia musica, a Parigi nel 1911, dove entra in contatto con Jean Cocteau, Guillaume Apollinaire, André Breton e il gruppo dei Surrealisti, dai quali però prende le distanze non riconoscendosi nelle teorie sulla psicanalisi e sull’idea di un accesso al subconscio tramite il sogno o stati di alterazione. Per Savinio il centro è la memoria che si palesa nei ritratti familiari, nei poltrobabbi, nei “giocattoli” (Monumento ai giocattoli, Isola dei giocattoli, 1930), che evocano con i loro colori accesi e le forme modulari un passato mitico che fa il paio con la rievocazione delle forme della classicità apprese nei primi anni in Grecia (gli è debitore successivamente molto del design italiano), nell’elaborazione del trauma e del lutto (Savinio perde nell’anno della sua nascita la sorella Adelaide e pochi anni più tardi il padre) nelle donne uccello e nella Niobe, 1932, che racconta inoltre un ritratto complesso della maternità, attraverso il topos ricorrente del “pellicano” che della madre evoca il sacrificio. Ma di Savinio emerge anche la perizia pittorica, l’uso quasi murale del colore, il passaggio dall’olio, per l’artista una tecnica “gotica” alla più rinascimentale “tempera” in uno scarto di orgoglio nazionale, la minuzia nei disegni preparatori alle opere, ma anche destinati alla pubblicazione in saggi e riviste.
La copia di una copia in Savinio
Se ne individua in mostra anche la contemporaneità, attraverso i suoi rivoluzionari “collage dipinti” (Promenade Pompéienne, 1926) che uniscono al disegno e al colore stratificazioni di materiali (garze, merletti) o ancora monta insieme foto di famiglia (Couple et enfant, 1927) con la statuaria classica o elementi provenienti dalla preistoria. Il mondo per Savinio è qualcosa da ricreare, è una quinta teatrale, le immagini che costruisce sono “copie di copie”, esplorando quella che più in là diventerà una condizione postmoderna, tra rappresentazione di una rappresentazione e riappropriazione. E ancora il mondo animale che si ibrida con quell’umano, superando anche qui quel dualismo già evocato nell’Ermafrodito, e togliendo all’uomo lo scettro di dominatore dell’universo. Si esplora ma senza porvi l’accento l’adesione, mai del tutto completa alla Metafisica, pur contribuendo negli anni parigini alla elaborazione della poetica.

Alberto Savinio: l’ultimo periodo
Fino alle ultime opere invece in cui si coglie un Savinio più cupo, più oscuro, capace di costruire paesaggi onirici dai quali emergono personaggi ai limiti della realtà (Il monumento alla musica, 1951, “Bal de Tetes, 1952, ultimo dipinto realizzato dall’artista). La mostra tenta infine, come di consueto per i progetti di Pinacoteca Agnelli, una rilettura in chiave moderna del lavoro dell’artista: il suo ragionare su corpo, identità, su una sorta di olismo tra uomo e natura, sull’abbattimento della dimensione antropocentrica, sulla queerness e la fusione tra generi e corpi, sull’idea del fantoccio. La proposta di una pittura che funzioni in qualche modo come un algoritmo è per i curatori la dimostrazione di una indagine che sapeva guardare oltre e che, nella compresenza di tante opere, permette non solo di osservare l’antico, ma anche di unire i puntini per riprogettare il futuro.
Santa Nastro
Torino// dal 30 ottobre al 4 aprile 2027
Alberto Savinio. Souvenir
PINACOTECA AGNELLI – Via Nizza, 262
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