C’è l’intesa tra il Ministero della Cultura e quello della Salute per prescrivere l’arte come cura

Il valore terapeutico dell’arte e della cultura è oggetto di indagine da molti anni, riconosciuto dall’OMS e al centro di numerose sperimentazioni in Italia e nel mondo. Ora un protocollo d’intesa interministeriale potrebbe rendere lo strumento più diffuso e accessibile. A partire dal suo riconoscimento ufficiale

Quanto l’arte sia capace di procurare benessere – mentale e fisico – a chi ne fruisce è oggetto di studio da molti anni. E più volte ci siamo occupati dell’importanza di riconoscere e valorizzare questo legame di causa-effetto: indagandone i benefici in contesti aziendali e ospedalieri, evidenziando le buone pratiche in ambito museale, argomentando come il nesso tra arte e cura trovi espressione nella dimensione relazionale dell’opera.

L’arte e la cultura creano benessere

Secondo l’OMS, la partecipazione attiva o passiva alle attività culturali può essere d’aiuto soprattutto nella promozione di stili di vita sani e nella prevenzione delle malattie, oltre che per terapie molto specifiche in cui gli stimoli artistici coadiuvano la medicina. E alla fine del 2025, proprio il centro OMS per la ricerca in Salute Mentale dell’Università di Verona ha rivelato i risultati del progetto sperimentale (MINERVA: Museo Innovazione Neuroscienze Impatto Emotivo al Valore dell’Arte) condotto con Palazzo Maffei per verificare gli effetti positivi dell’esperienza museale sul benessere psicologico, con miglioramenti significativi e riduzione del disagio psicologico e dei sintomi ansioso-depressivi.

La prescrizione d’arte come cura. L’intesa interministeriale

Adesso anche le istituzioni italiane sembrano prendere contezza del valore di uno strumento ancora non normalizzato e invece destinato a potenziare il modello del welfare culturale. Il passo in avanti sostanziale è la firma del protocollo d’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute in materia di prescrizione dell’arte come cura, ratificato in occasione della Conferenza Stato-Regioni dello scorso 5 febbraio. “Le opere d’arte, quelle letterarie e cinematografiche, la musica, gli spettacoli teatrali, le attività nei musei e quelle nei parchi archeologici: la cultura è una risorsa viva e fruirne incide positivamente sul benessere del singolo individuo, con effetti concreti dimostrati in termini di miglioramento della qualità della vita” ha commentato a riguardo il Sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni Finalmente, l’Italia si doterà di uno strumento che, a partire dalle tantissime iniziative intraprese finora sul territorio nazionale – che con l’istituzione di un Tavolo tecnico censiremo per farne tesoro e costruire modelli replicabili su più ampia scala – saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico”. 

La scommessa sul welfare culturale. Indagini, buone pratiche e un fondo da 1 milione di euro

L’obiettivo del Tavolo tecnico è quello di restituire dati univoci “sull’efficacia della fruizione della bellezza e alla prescrizione sociale (culturale) anche in Italia, a cominciare dal coinvolgimento di persone affette da patologie come quelle neurodegenerative o che soffrono di stati depressivi”. Il modello da imitare, secondo Borgonzoni, arriva dalla Gran Bretagna, dove studi condotti dalla University College of London hanno dimostrato come le attività dei musei coinvolti nella prescrizione di percorsi di arteterapia abbia portato a una riduzione del 37% dei tassi di consultazione dei medici di base e del 27% delle ammissioni ospedaliere: “Si calcola che per 1 sterlina investita nelle arti in prescrizione ci sia stato un ritorno che varia da 4 a 11 sterline”. Dunque credere nello strumento dell’arte come cura potrebbe avere significative ricadute sul sistema economico e sociale nazionale.
E la Finanziaria del 2026 ha previsto l’istituzione di un Fondo cultura terapeutica e cura sociale con una dotazione di 1 milione di euro annui a decorrere dall’anno in corso, “per sostenere gli enti locali, gli enti del Terzo settore, le associazioni, le fondazioni e le organizzazioni della società civile, che rendono fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale quali strumenti terapeutici per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazione di marginalità sociale e alle loro famiglie”.

Livia Montagnoli

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