Una mostra misteriosa ed enigmatica popola i sotterranei di uno storico palazzo bolognese  

Palazzo Bentivoglio presenta nei suoi sotterranei la personale di Michael E. Smith che, tra scultura ed installazione, ridisegna gli spazi espositivi con la luce creando un percorso rarefatto in cui trovano posto una serie di lavori inediti realizzati per l’occasione

Nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio a Bologna, ripensati per l’occasione e trasformati in un luogo essenziale, la mostra CC, personale di Michael E. Smith (Detroit, 1977), la cui pratica artistica si colloca tra scultura ed installazione, è curata da Simone Menegoi e Tommaso Pasquali. 

Le opere di Smith, che si caratterizzano per l’uso di materiali trovati e oggetti prodotti in serie, sono spesso minimali, sia per le dimensioni che per la forma, e instaurano con lo spazio espositivo, per le condizioni in cui vengono presentate, un dialogo tra luce ed ombra. Un rapporto diretto, che partendo dal vuoto, dal silenzio e dall’attesa, crea una tensione che carica di significato i vari elementi. 

Michael Smith invade i sotterranei di Palazzo Bentivoglio di Bologna 

Il progetto espositivo, concepito per gli affascinanti sotterranei dello storico palazzo bolognese, presenta una serie di lavori inediti realizzati sul posto e si sviluppa come un itinerario, a partire dalla scala d’ingresso al sotterraneo. Opere e architettura concorrono a creare l’esperienza di visita, che viene scandita da variazioni di intensità luminosa e da una progressiva rarefazione degli elementi. Per sovvertire il paradigma del “white cube” e Michael E. Smith lavora molto sulla luce trasformando luoghi improntati alla massima accessibilità e visibilità, in spazi ambigui e infidi, in cui il visitatore è portato a muoversi con circospezione.  

Le opere di Michael Smith in mostra a Bologna 

Come d’abitudine per l’artista, la mostra comprende interventi realizzati o adattati per l’occasione. Il primo lavoro che si incontra appena entrati, schmucke dich, o liebe seele, bwv 654, è un mastello di plastica con dei palloncini colmi d’acqua e rivela immediatamente al visitatore il repertorio di materiali poveri e quotidiani scelti dall’artista. Vari lavori presentano oggetti ordinari trasformati e collocati in punti periferici dello spazio: indumenti, recipienti, canestri in vimini ed un pallone da basket appeso rasoterra, che richiama la forma di una testa umana. Due chitarre elettriche, una rossa e una con immagini di SpongeBob, rimandano all’importanza che l’improvvisazione riveste nella pratica dell’artista. I visori per la realtà virtuale modificati, Untitled, introducono invece un tema narrativo che ritroviamo in tutta la prima parte della mostra: il legame spesso “ossessivo” con i dispositivi digitali e il narcisismo “da selfie” che questi possono indurre. Il percorso include varie installazioni, che associano l’aspetto perturbante distintivo dell’artista a una sottile ironia, come accade in my sweet lord / today is a killer, opera realizzata sfruttando un neon che era già presente nello spazio, e bricks in my pillow (Laura Dukes), un assemblaggio a terra di elementi tessili che può ricordare un letto sfatto oppure il corpo smembrato di un personaggio dei cartoni.  

Michael Smith: la musica, gli oggetti quotidiani e lo studio dello spazio 

Nel lavoro di Michael E. Smith anche la musica ha un ruolo importante, in quanto fonte d’ispirazione costante per l’artista. Troviamo richiami al folk, al blues e al jazz in diversi titoli di opere in mostra. La selezione proposta a Bologna evidenzia una riflessione recente dell’artista: a differenza di lavori precedenti, caratterizzati frequentemente da materiali segnati dall’uso, le opere qui esposte sono per lo più prive di tracce di consumo, talvolta nuove o ancora imballate. Arredi, lampade e strumenti tecnici vengono presentati dall’artista nella loro condizione di oggetti seriali e quindi intercambiabili, richiamando l’attenzione dello spettatore sul momento della produzione e sul valore della merce prima dell’uso e dello scarto.  

L’installazione hello walls demo chiude il percorso della mostra accostando un proiettore di laser colorati a due grandi cristalli di selenite – un materiale di colore bianco, che veniva utilizzato nella cerchia muraria tardoantica di Bologna. Le due rocce, comportandosi come fibre ottiche, diffondono la luce verso il vertice di un triangolo realizzato con prato artificiale, creando così un effetto visivo in continuo mutamento. La sala, che si è scelto di lasciare quasi del tutto libera da oggetti, mostra così le caratteristiche architettoniche dello spazio. “Si può dire che la sua opera consista di due metà, commenta Simone Menegoi – che è stato anche co-curatore della mostra dedicata a Smith alla Triennale di Milano nel 2014 – “La prima è costituita dalle opere vere e proprie; la seconda, dal modo in cui quelle opere vengono collocate nello spazio espositivo, spesso insolito e spiazzante, e dal modo in cui lo spazio viene modificato dall’artista in rapporto alle opere; alterando l’illuminazione standard, mettendo in luce elementi tecnici che di solito rimangono nascosti, eccetera. È affascinante vedere questo approccio in un luogo così carico di storia come i sotterranei di Palazzo Bentivoglio”. 

Palazzo Bentivoglio uno spazio dalla forte identità aperto al confronto con la creatività 

Il confronto tra l’artista e lo spazio espositivo, ricco di storia e con una forte identità, è del resto una costante nella programmazione di Palazzo Bentivoglio, che anche in precedenza ha realizzato mostre legate all’architettura, la memoria e la sperimentazione. “Abbiamo fortemente voluto questo progetto”, spiega Tommaso Pasquali “non solo perché riconosciamo la profondità della ricerca di Smith e la coerenza del suo linguaggio, ma anche perché, a sette anni dall’apertura della nostra sede per mostre, ci interessava misurarci con la possibilità di vedere quegli spazi risemantizzati da una pratica radicalmente contemporanea come quella dell’artista americano, che da vent’anni mette in discussione il concetto tradizionale di scultura. Durante un recente sopralluogo nei nostri sotterranei, la luce, le proporzioni e le tracce del tempo hanno orientato fin da subito la sua riflessione sulla misura del proprio intervento e sulla capacità del luogo di diventare materia viva del lavoro”. 

La mostra di Michael Smith a Bologna: un percorso per andare oltre l’apparenza 

In conclusione possiamo dire che CC proponga al pubblico un’esperienza di visita che richiede attenzione, perché invita ad andare oltre l’apparenza e la superficie, come suggerito anche dal titolo, che si legge see see.  

Il visitatore è chiamato ad osservare, a passare tra i vari ambienti piegandosi sotto le volte ribassate e inoltrandosi nella semioscurità, tra pavimenti che riflettono il soffitto creando un effetto straniante e fasci di luce. Nonostante l’apparente ostilità del display (oggettivamente complicato per un pubblico generalista), se si presta attenzione ai dettagli ci si sorprende a scoprire connessioni nascoste tra le cose. In questa mostra l’oggetto comune, d’uso quotidiano e marginale, diventa possibile strumento di riflessione sul tempo, sulla memoria e sulle possibilità espressive, spesso tralasciate e trascurate, insite nelle cose più semplici. 

Giulia Bianco

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Giulia Bianco

Giulia Bianco

Ha frequentato a Milano il Master Economia e Management per l'Arte e la Cultura della 24Ore Business School. Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Catania con tesi dal titolo “I contratti nel mondo dell’arte”, è specializzata in diritto…

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