Rischio o irrilevanza: ancora riflessioni sulla Biennale e la (non) partecipazione italiana 

La lista degli artisti alla Biennale di Venezia non comprende tra i 111 partecipanti alcun artista italiano. Che cosa fare a riguardo? L’opinione di Andrea Bruciati

A mio avviso l’Italia non è vittima di marginalità: è corresponsabile della propria irrilevanza nel campo dell’arte contemporanea. L’incapacità di proteggere e promuovere il proprio tessuto artistico non deriva da carenza di risorse o da sfortuna geopolitica, ma da una scelta strutturale di subalternità. Si è interiorizzata l’idea che la legittimazione debba provenire da altrove e che il compito delle istituzioni nazionali consista nell’adeguarsi ai protocolli discorsivi del centro.  
Il cosmopolitismo esibito come virtù progressiva è in realtà un dispositivo di neutralizzazione: un universalismo apparente che coincide con l’assimilazione ai codici egemoni del sistema globale, dal quale ci vengono lasciate le briciole. Purtroppo, non si tratta di apertura, la nostra, ma di omologazione preventiva. L’istituzione assume come criterio di qualità la traducibilità immediata delle opere nel lessico teorico standardizzato — postcoloniale, ecologico, identitario — purché già validato nelle sedi di maggiore capitale simbolico e finanziario. 

Il Presidente Pietrangelo Buttafuoco e il team curatoriale di In Minor Keys. Photo Jacopo Salvi. Courtesy of La Biennale di Venezia
Il Presidente Pietrangelo Buttafuoco e il team curatoriale di In Minor Keys. Photo Jacopo Salvi. Courtesy of La Biennale di Venezia

Gli italiani alla Biennale di Venezia 

In questo scenario, la Biennale, almeno come ci piacerebbe intenderla da cinquant’anni, abdica alla propria funzione generativa e conflittuale. Invece di costituire un luogo di produzione di differenza, opera come camera di compensazione dell’egemonia culturale internazionale. Ratifica, redistribuisce, amplifica: raramente inaugura un nuovo corso. Il rischio viene sostituito dalla compatibilità; la visione, dalla conformità; la responsabilità pubblica, dalla gestione reputazionale. Continuare su questa traiettoria significa accettare una condizione di perifericità strutturale, che pertanto non può prevedere voci dissenzienti. In questa prospettiva va accettato che se un sistema non è disposto a sostenere ciò che eccede il quadro teorico dominante, non potrà mai incidere sulle sue coordinate. Sono convinto che senza conflitto non c’è autorevolezza; senza assunzione di rischio non c’è centralità. 

Italiani in Biennale, italiani nel mondo: cosa fare? 

È necessario un atto di rottura: non una generica “valorizzazione del nazionale”, ma l’elaborazione consapevole di un paradigma alternativo che non chieda autorizzazione preventiva al consenso globale. Una progettualità capace di produrre attrito, di introdurre discontinuità epistemiche, di ridefinire le condizioni stesse della visibilità. Solo una postura istituzionale che accetti l’isolamento come fase transitoria, che rivendichi la legittimità del dissenso rispetto all’ortodossia internazionale, può generare una nuova vettorialità culturale. In caso contrario, il sistema continuerà a oscillare tra retoriche di centralità e pratiche di dipendenza, reiterando la propria irrilevanza sotto il segno di un cosmopolitismo tanto elegante quanto sterile. 

Andrea Bruciati 

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati