La mostra sul maestro Sergio Vacchi a Napoli nel centenario dalla nascita 

Una pittura visionaria e mitologica. Sergio Vacchi dialoga con la storia del Bosco e Real Museo di Capodimonte. A quasi dieci anni dalla scomparsa

Un immaginario interiore che fuori esce dalla tela e penetra nell’animo di chi la interroga. L’(oltre) informale maestro Sergio Vacchi riesce a evocare questo nelle sue pennellate cariche di narrazione e d’azione emotiva. 

In occasione del centenario della nascita del pittore bolognese Sergio Vacchi (Castenaso, 1925 – Siena, 2016), il Museo e Real Bosco di Capodimonte gli rende omaggio ospitando la mostra ‘Sogno mediterraneo. Sergio Vacchi’ che offre un focus sul corpus di opere prodotte dal 1959 al 2006. 

Iter itineris secondo, 2005, smalto su tela, Courtesy Fondazione Vacchi
Iter itineris secondo, 2005, smalto su tela, Courtesy Fondazione Vacchi

Il legame di Vacchi con Napoli 

Il 1965 rappresenta un momento cruciale per la storia dell’arte partenopea, in cui Vacchi si inserisce con una mostra presso la galleria ‘Il Centro’. In un acceso fermento culturale, Napoli si fa spazio come nuovo polo di riferimento per l’arte contemporanea: Sergio Vacchi conquista il suo posto con una pittura visionaria ed erudita. Le sue opere sono apprezzate e sostenute da due collezionisti napoletani che consacrano Vacchi come un visionario avanguardista. Sono Sophia Loren e Carlo Ponti le figure di spicco che acquistano più di cento opere del maestro, alcune già esposte nella sua prima mostra sul territorio campano. Arricchisce l’allestimento in corso la fotografia di Dan Forer, che nel 1967 coglie Sophia Loren nel contesto domestico mentre posa accanto al suo ritratto dipinto da Vacchi. Un’immagine che, oltre al valore documentario, rivela i meccanismi di dialogo tra arte, identità e rappresentazione tra il volto reale e quello filtrato da due artisti. 

A solidificare il rapporto sempre più viscerale con la città è il ciclo di opere su Federico II, di cui in mostra ‘La telefonata di marmo’ e ‘L’amante di Federico II di Hohenstaufen’, entrambe dipinte nel 1966. Le tele sono una rappresentazione combinata di una sottile ironia con una tensione visiva che nasce da figure volutamente alterate. I riferimenti allusivi a un immaginario nascosto nel territorio napoletano sono frammenti al chiaro di luna; una riflessione enigmatica sulle azioni custodite nella storia del golfo. 

L'amante di Federico II di Hohenstaufen, 1966, Courtesy Fondazione Vacchi
L’amante di Federico II di Hohenstaufen, 1966, Courtesy Fondazione Vacchi

Il linguaggio poetico di Vacchi 

Le altre opere in mostra sono rappresentative della ricerca viscerale dell’artista, un’indagine profonda delle dinamiche dell’inconscio e del mondo fiabesco, quasi mitologico. 

La dimensione surreale dell’iconografia di Vacchi si evince già dalle prime sperimentazioni materiche, inizialmente molto dense, poi più riflessive, testimoniando una continua ricerca delle forme rappresentative della natura, della dislocazione del soggetto nel paesaggio e della dinamica simbolica tra immagine e significato. 

Con la sua produzione, l’artista costruisce un sistema di segni che costantemente mette in tensione l’immaginazione, la memoria e la realtà.  In ‘Primo memoriale organico’ (1959), Vacchi è ancora in contatto con Napoli. Nell’opera adotta una linea pittorica irregolare che sembra sondare le profondità del Vesuvio più che rappresentare la superficie, configurando la rappresentazione come un racconto vivo dell’energia della natura. 

Per un volto del paesaggio’ (1962) suggerisce un attrito tra soggetto e intorno. La potenza del sole e la presenza di un unico soggetto, il volatile quasi caricaturale incontro ad alberi informi, crea un disequilibrio che sembra rendere muti i due elementi: condividono lo spazio, ma non dialogano serenamente. Il colore sanguinolento del cielo appare sciogliersi in un paesaggio dimenticato. 

Per un volto del paesaggio, 1962, Courtesy Fondazione Vacchi
Per un volto del paesaggio, 1962, Courtesy Fondazione Vacchi

 
Le opere in mostra a Napoli 

La mostra prosegue con ‘Iter itineris secondo’ (2005), opera più tarda dell’artista, in cui si rielabora il tema del gregge, trasformandolo in un gruppo di figure avvolte da un rosso tagliente. Gli agnelli, caratterizzati da orecchie affilate e innaturali, sono svegli e poco ingenui. Marciano inevitabilmente lungo il percorso definito, a seguito di bianchi solchi che alludono ad ali a riposo, ma sempre salvifiche verso il futuro. In miniatura, un tempio greco introduce l’idea di una memoria culturale lontana, eco quasi inaudibile. 

Tra le ultime opere dell’artista, ‘Della Melancholia Seconda’ racconta uno spazio con le sue tracce. È testimone di un passato e narrazione di un presente. La tela propone un interno rarefatto, debitore della struttura compositiva dell’ultima cena leonardesca, svuotato dai suoi commensali. Si lascia il posto, tuttavia, a figure di animali fantastici che affiorano ai margini, insieme alla mano centrale con un dito rivolto verso l’alto. Ogni figura vivente sembra intrappolata tra le trame dell’ambiente. 

Il dialogo tra allegoria e interrogazione metafisica mette in evidenza la volontà di Vacchi di esplorare le possibili dinamiche emotive dei tempi e dei luoghi. 

Elizabeth Germana Arthur 

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