Tutto l’oro e il marmo nel gusto architettonico di Donald Trump 

Arte e architettura possono essere forme di rappresentazione e presentazione del potere, e Donald Trump lo sa. Dalla Trump Tower alla “nuova” Casa Bianca, le sue scelte estetiche hanno molto da dire di lui e della sua politica

All’inizio del 2029 il nuovo inquilino della Casa Bianca troverà cambiata la residenza più famosa d’America rispetto a come si è mantenuta negli ultimi decenni. Dopo la radicale ristrutturazione del dopoguerra la prassi delle coppie presidenziali è stata quella di apportare contenute modifiche agli ambienti privati, sostituire i corredi e i servizi di porcellana o poco più. Ma oggi il presidente Trump è tornato costruttore con la sua predilezione per la rappresentazione di ricchezza e potere secondo un gusto classicista esageratamente tronfio, affine a quella sobrietà kitsch che in Italia qualche tempo fa abbiamo scoperto con le perquisizioni ai Casamonica. 

Donald Trump tra New York e la Florida 

La nobile Casa Bianca sembrerebbe attagliarsi a Trump più delle scatole di cristallo newyorkesi. La pulizia delle forme di un modernismo sobrio insinuato nella Grande Mela da un ascetico architetto come Mies van der Rohe, molto più amante delle mistiche letture dell’austero Meister Eckhart che non del chiasso, non fa per l’ex (?) immobiliarista che, sebbene sceso a patti per la sua Trump Tower con uno stile credibile nella capitale della finanza, ha sempre conservato un gusto naive che a Mar-a-Lago in Florida assume la forma di un coloniale pittoresco dei ‘bei’ vecchi tempi. Senza remore di sorta, legittimato da un ritorno al potere, in questo secondo mandato lo stile trumpiano si esprime ancor più esplicitamente. 

Tutto l'oro e il marmo nel gusto architettonico di Donald Trump 
Donald Trump

“Make America Beautiful Again” 

Gli interni della Casa Bianca hanno visto una subitanea vampata d’oro. Make America Great Again è proprio il ritorno all’età dell’oro: non quello dei cercatori del Klondike, semmai quello di Goldfinger. Ciò che verso la fine del primo mandato fu solo accennato in questo secondo si sta realizzando. Nel 2020 l’attenzione fu attirata dal cosiddetto ordine esecutivo “Make America Beautiful Again” per la sua proposta di indicare lo stile classico come il più adeguato a rappresentare la dignità degli edifici federali, scalzando una tradizione modernista avviata dagli anni ‘60. 

La sala da ballo di Trump alla Casa Bianca 

Ora la via indicata da Trump è realtà nei lavori per la nuova Casa Bianca. Fin qui nulla di strano, salvo la scala dell’intervento: la nuova White House State Ballroom che sarà realizzata al posto della demolita ala est sarà una sala da ballo di circa 8.000 mq contro i 5.000 dell’originario corpo centrale del complesso, probabilmente finanziata attraverso donazioni di grandi magnati

Il gusto autocratico di Donald Trump 

Ma tornando allo stile presidenziale ritorniamo a dire che è la mancanza di misura il suo carattere più specifico, perché lo stile classico si pone in continuità con una tradizione americana che vedeva in esso un inno alla libertà. La libertà del Nuovo Mondo contro il re che a Londra risiedeva nel palazzo di St.James in stile Tudor, ed esercitava il suo potere da Westminster. Oggi Trump sembra voler seguire quella linea stilistica forse fraintendendo la scelta originaria dei padri fondatori, rapito dal fascino imperiale di timpani e capitelli. Un fraintendimento simile all’abbaglio preso da Ronald Reagan nel 1984 che celebrò Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen come un elogio.

Tutto l'oro e il marmo nel gusto architettonico di Donald Trump 
Maurizio Cattelan, America, 2016

L’eterno ritorno del classico negli Stati Uniti 

Una disputa sui linguaggi potrebbe essere semplicemente una chiacchiera tra specialisti ma negli Stati Uniti, dove la Storia non ha la profondità dei fondali europei, il dibattito sullo stile della propria rappresentazione in architettura con un ritorno al classico ricorre più o meno ogni cento anni. A fine ‘700 Thomas Jefferson, estensore della Dichiarazione di Indipendenza, tracciò i lineamenti di un’architettura classica per la nuova repubblica. Poi, negli Anni ‘30 dell’Ottocento, il pensatore che ritenne necessaria una più profonda indipendenza culturale dal vecchio continente, Ralph Waldo Emerson, nel saggio Nature tuonò: “Perché mai dovremmo annaspare tra le ossa inaridite del passato o camuffare la generazione vivente con gli abiti sbiaditi d’altri tempi?”. Pochi tentarono di costruire un linguaggio americano e a fine secolo la costa orientale era di nuovo ripiombata nella moda storicista tornata in gran voga in quella che viene definita la Gilded Age, l’età dorata. È da quella costa che Trump proviene. 

L’architettura come terreno di scontro 

Quando poi il paese si mostrò al mondo nella celebrazione dell’Expo di Chicago del 1893 due partiti si fronteggiarono: quello della scuola di Chicago, che riteneva un valore la novità americana, e quello della raffinata costa orientale di gusto europeo. Il gusto classico ebbe la meglio e l’area espositiva, la White City, divenne modello per un rinnovamento urbano di molte città americane, e non solo, all’insegna della della monumentalità. Eretici rimasero in pochi, tra questi Frank Lloyd Wright, colui che avrebbe proposto a New York il suo museo Guggenheim non bianco come oggi lo vediamo, ma d’un rosso vivo, scandaloso nell’America maccartista. La Fondazione Guggenheim, mantenendo forse dalla sua origine quel pungolo di “stranezza” artistica che non ha riguardi di nessuno, quando nel 2016 Trump chiese in prestito al museo un Van Gogh per la Casa Bianca, rifiutò e offrì, con malignità ricercata, America, il water d’oro massiccio di Maurizio Cattelan. Ma all’oro Trump sapeva provvedere da solo. 

Chi condurrà i lavori nell’ala est della Casa Bianca 

Ora il presidente ha carta bianca per delineare il nuovo profilo dell’architettura governativa americana. Attendiamo l’esito dei lavori per la grande sala dei banchetti dove celebrare i riti di corte. Ad esser sinceri dai primi disegni che girano in rete il progetto sembra essere molto meno kitsch di come Trump avrebbe potuto concepire. Il progettista è l’architetto James C. McCrery. Profilo interessante il suo, perché si forma nello studio di Peter Eisenman che, per quanto attento studioso del linguaggio formale dell’architettura di ogni tempo, è quanto di più lontano dal progetto storicista. 

Il futuro architettonico di Trump 

Fin qui è chiaro quanto l’ego straripante di un uomo d’affari trovatosi nel più alto d’ufficio d’America cerchi narcisisticamente una sua rappresentazione. La strada aperta con le demolizioni presso la Casa Bianca è anticipatrice di un simbolo ancora più alto all’orizzonte: un arco trionfale. Quasi nessuno ha osato erigerne uno dopo Napoleone. Trump ha in programma per il 2026, anno del 250° dell’Indipendenza Americana, di far realizzare questo nuovo monumento ‘romano’ di fronte al Lincoln Memorial, verso il cimitero monumentale di Arlington. Staremo a vedere. 

Carlo Nardi 

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