Blanche Neige al Teatro dell’Opera di Roma

Angelin Preljocaj torna al Teatro dell’Opera di Roma con la prima rappresentazione capitolina di “Blanche Neige”.

Angelin Preljocaj, Biancaneve. Photo Yasuko Kageyama
Angelin Preljocaj, Biancaneve. Photo Yasuko Kageyama

Stimatissimo coreografo franco-albanese, Angelin Preljocaj (1957) è capace di spaziare da tematiche astratte a rivisitazioni di balletti classici, da Empty moves a Le Parc e Annonciation sino alla personale edizione del Sacre du Printemps, capolavoro di Stravinskij, famosissimo per la versione ideata da Pina Bausch.  
Il balletto Blanche Neige, il cui debutto risale a più di dieci anni fa (Biennale de la danse de Lyon, settembre 2008), si apre in un’atmosfera cupa e spettrale. La regina madre si divincola a terra tenendo con forza il grembo, all’interno di un edificio dalle altezze gotiche.
Nella sala del trono si tiene un grande ballo, i cortigiani si preparano a ottenere il favore della principessa, con energia e dedizione. Dinamicità ‒ salti, calci in aria e piroette ‒ e abiti da schermidori o corsari: una morbida veste bianca fasciata sul busto da bande brune per le donne, camiciole con bretelle incrociate e pantaloni rinascimento, lunghi fino al ginocchio, per gli uomini.
Bruno Bettelheim, psicoanalista austriaco, autore de Il mondo incantato, legge le fiabe in chiave psicologica, indagando le problematiche e i disturbi legati alla crescita dei bambini. Si rivolge alla storia di Biancaneve come incarnante il complesso di un “Edipo rovesciato”. Preljocaj porta in scena, per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma, un immaginario che attiene, come egli stesso afferma, alle radici dell’umanità, capace di comunicare e toccare corde comuni. La preoccupazione estetica dell’apparire, il mito della bellezza e come la stessa influisce sulla mente, trasformando le re-azioni di chi passivamente ne gode; la potenza del fascino e il dramma della vanitas. Lo sfiorire, nel passare degli anni, e l’invidia di chi non accetta in disparte questo destino. Se Elena di Troia accese la miccia per lo scatenarsi della guerra, cosa escogiterà la matrigna vedendosi rubato il primato e la corona?

Angelin Preljocaj, Biancaneve. Photo Yasuko Kageyama
Angelin Preljocaj, Biancaneve. Photo Yasuko Kageyama

LA TRAMA

Una Biancaneve vestita stile impero ‒ che ha poco di candido a parte la tinta del vestito, un body plissettato in piccole velette che, continuando in uno spacco provocante, lascia libere le gambe, muscolose e toniche, sino all’attaccatura del fianco ‒ si muove aggraziata e sbarazzina, ondeggiando tra i commensali e scegliendo il suo cavaliere, il principe che le ha fatto dono di un foulard rosso fuoco.
Il “momento dello specchio” è reso in una maniera convincente e intrigante: vengono calate le quinte insieme a una grande cornice dorata. La perfida regina, interpretata da Virginia Giovanetti, rimane da sola con i suoi fedeli felini e interroga lo specchio delle brame: un’altra ballerina riecheggia i movimenti goccia a goccia, con tale precisione da innescare il dubbio che sia realmente impiegata una superficie specchiante; persino i due gatti hanno le loro controfigure.
Dopo la rivelazione dello specchio stregato, si scatenano risvolti dal côté crudele: la fanciulla è attorniata da quattro famelici cacciatori che, commossi o meglio abbagliati dalla sua bellezza, decidono di risparmiarne l’esistenza. Entra in scena il cervo che verrà sacrificato al suo posto. La ballerina Marta Marigliani dà vita a una danza dalla cadenza ipnotica e una luce intermittente aumenta il fascino dell’immagine stroboscopica.
L’espediente della parete verticale rappresentante la miniera, dotata di aperture che i sette nani varcano per calarsi dalla montagna, regala un momento di danza acrobatica. I ballerini sospesi a delle funi sobbalzano, si innalzano e lievitano in aria, disponendosi in formazione come aerei da parata per poi scendere in picchiata sul palco e svegliare Biancaneve.

COSTUMI E LIETO FINE

Attenzione minuziosa va posta soprattutto ai costumi, tutti ideati e realizzati da Jean-Paul Gautier su richiesta di Preljocaj. Il coreografo era infatti rimasto stregato dalla collezione ispirata alla favola della Sirenetta.
La regina si contraddistingue così per uno stile punk e accattivante: stivali in pelle nera con tacchi a spillo e gonna-corolla, un tulipano nero screziato di rosso, l’armatura di un bustino. Tramutandosi nella vecchia mendicante per trarre in inganno Biancaneve, indossa un mantello largo con venature argentee. Capelli grigi e arruffati in contrasto con la mela rosso carminio, fiammeggiante, da portare alle labbra della fanciulla. La mela della vendetta con la quale la matrigna, forte del morso della giovane, la trascina di peso, scuotendola e cercando di fiaccarla grazie al veleno.
Il momento di danza più poetico e acuto è senz’altro il passo a due finale. Biancaneve è adagiata su una lastra di cristallo, il principe cade a terra languidamente premendo il proprio petto sul pavimento, strisciando e facendosi forza con le braccia. Trascina dai piedi il corpo esangue dell’amata verso gli abissi in cui il dolore lo sta facendo sprofondare. Una scena che ha il sapore e il languore melenso caratteristico dei dipinti preraffaelliti. La testa di Blanche Neige ricade senza vita, le braccia lungo il corpo rigido. Una bambola in carne e ossa che reagisce come un peso morto alle spinte disperate, agli stimoli, al petto pulsante dell’uomo. Facendo tornare alla mente le laceranti fotografie della doll di Hans Bellmer.
Il fuoco della passione, più che l’amore puro tipico della fiaba, restituirà fervore alle membra della principessa, donando quel lieto fine che, grazie ai fratelli Grimm, tutti conosciamo.

Giorgia Basili

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Giorgia Basili
Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza con una tesi di Critica d'arte sul cinema di Pier Paolo Pasolini, letto attraverso la lente warburghiana della Pathosformel. Collabora con diverse riviste di settore prediligendo tematiche quali l’arte urbana e il teatro, la cultu-ra e l’arte contemporanea nelle sue molteplici sfaccettature e derive mediali. Affascinata dall’innesto del visivo con la letteratura, di tea-tro e mitologia, si dedica alla scrittura di poesie per esprimere la propria sensibilità e il proprio pensiero estetico-critico su ciò che la circonda.