I dimenticati dell’arte. Storia del fondatore della primissima rivista d’arte contemporanea italiana
Morto a Mathausen nel 1945, Raffaello Giolli è stato un giornalista, critico d’arte e intellettuale antifascista. Ha fondato la rivista Poligono e anticipato molti dei temi tutt’ora attuali nell’arte italiana
Alla fine degli Anni Venti fonda la prima rivista d’arte contemporanea in Italia, e allo stesso tempo difende a spada tratta l’idea di un’arte libera da qualsiasi legame e condizionamento da parte dello Stato. Idee davvero pionieristiche per quei tempi, espresse attraverso articoli, saggi e libri, che hanno fatto di Raffaello Giolli (Alessandria, 1889 – Mathausen, 1945) una figura di intellettuale antifascista tra le più stimabili.
Chi era Raffallo Giolli
Raffaello nasce ad Alessandria da Gaetano ed Emilia Viotti, in una famiglia borghese di stretta fede cattolica. Dopo aver compiuto gli studi liceali tra Milano e Novara, segue la sua passione per la storia dell’arte e si iscrive alla facoltà di Lettere prima a Pisa e poi a Bologna, dove si laurea. Nel frattempo, comincia a collaborare con la rivista Rassegna d’arte, poi con Pagine d’arte e Vita d’arte, dove scrive soprattutto di pittura lombarda ed italiana di Otto e Novecento, che ritiene ingiustamente sottovalutata rispetto all’impressionismo francese. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale lo scopre interventista della prima ora, impegnato a seguire le cronache belliche con una serie di articoli su Pagine d’arte, corredati da immagini di opere degli artisti impegnati al fronte. Segue con attenzione le attività dei futuristi, dei quali disapprova l’eccessivo clamore degli interventi, che a suo avviso distolgono l’attenzione del pubblico dalle opere degli artisti della corrente. Tra di loro salva soltanto Umberto Boccioni, che accusa però di voler distruggere il passato, che invece andava conosciuto e compreso per poter prevedere il futuro. Nel 1919 Giolli comincia una rubrica d’arte sul quotidiano La Sera, concentrandosi sulla Biennale internazionale delle arti decorative, che si tiene alla Villa Reale di Monza nel 1923.

L’arte in Italia secondo Giolli
Nelle sue analisi attribuisce il provincialismo dell’arte italiana all’ arretratezza culturale della società, valutando, secondo la sua formazione crociana, le personalità dei singoli artisti in relazione al contesto storico. Nel 1926 pubblica il saggio Architettura alla garçonne, dove abbandona il nazionalismo architettonico di matrice risorgimentale per abbracciare le nuove tendenze europee, in opposizione all’accademismo portato avanti dal regime. L’anno successivo fonda e dirige la rivista 1927. Problemi d’arte attuale, che due anni dopo ribattezza Poligono: tra i numerosi contributi innovativi figurano due rassegne di progetti architettonici di diversi nuovi negozi e istituti bancari milanesi, dove segnala i rari esempi di edifici non rappresentativi ma “capaci però di esprimere una volontà di rinnovamento in cui modernità e tradizione trovavano una sintesi nel rigore e nella semplicità della forma” scrive Gianluca Fiorilli. La rivista era espressamente rivolta “a chi ignora che l’arte è in una sveglia economica e in un apparecchio telefonico oltre che nel quadro” scrive Giolli. Dal 1925 insegna storia dell’arte in diversi licei milanesi, dal Berchet al Beccaria, fino al momento in cui viene sospeso dall’insegnamento, dopo il suo rifiuto al giuramento fascista.
Giolli, intellettuale antifascista
Nel decennio successivo si interessa principalmente di architettura, che analizza attraverso saggi che criticano la visione dell’arte come qualcosa di superfluo, ignorata oppure strumentalizzata dai regimi totalitari. A questo proposito, l’opinione di Giolli propende per il riconoscimento dell’arte tra le professioni liberali, in modo che la società civile possa sviluppare una sensibilità che permetta di comprendere e apprezzare le opere degli artisti.
La sua posizione politica lo rende inviso al regime, tanto che nel luglio del 1940 viene arrestato dall’ OVRA (Opera vigilanza repressione antifascista) e internato a Istonio Marittimo in Abruzzo per più di sei mesi, per poi essere obbligato a risiedere nella casa di famiglia a Senago. Sostenitore della lotta partigiana, collabora con lo pseudonimo di “Giusto” al quotidiano socialista L’Avanti prima di essere arrestato nel settembre 1944, rinchiuso nel carcere di San Vittore e poi deportato a Mauthausen, dove muore il 5 gennaio 1945.
Ludovico Pratesi
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