L’Eterna Estate: Ontologia del Segno e l’Immortalità della Forma

Informazioni Evento

Luogo
ANTI GALLERY
Piazza degli Zingari, 3 , Roma, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

tutti i giorni dalle 17:00 alle 02:00

Vernissage
12/06/2026

ore 18,30

Curatori
Barbara Martusciello
Generi
fotografia, collettiva

Colettiva di artisti che hanno diversamente affrontato il tema portante del progetto all’AntiGallery di Roma, luogo diventato negli anni piccolo spazio espositivo oltre che locale della movida romana, che ha reso questo posto nel rione Monti un punto d’incontro intergenerazionale, frequentato da giovani e anche da fotografi e appassionati del settore.

Comunicato stampa

La collettiva fotografica L'Eterna Estate: Ontologia del Segno e l’Immortalità della Forma, a cura di Barbara Martusciello, coinvolge Alessandro Cidda, Serena Dattilo, Patrizia Dottori, Carmelo Macri, Valentina Malatesta, Roberto Petitti, Andrea Sabatello che hanno diversamente affrontato il tema portante del progetto all'AntiGallery di Roma, luogo diventato negli anni piccolo spazio espositivo oltre che locale della movida romana, che ha reso questo posto nel rione Monti un punto d'incontro intergenerazionale, frequentato da giovani e anche da fotografi e appassionati del settore.

Come spiega la curatrice a proposito dell’esposizione:

“Si tratta di un richiamo a William Shakespeare e al celebre assunto nel Sonetto 18 — «…thy eternal summer shall not fade» («…la tua eterna estate non appassirà») — scelto qui per indagare il rapporto dialettico tra la caducità della bellezza fenomenica e la memoria che il sommo elisabettiano vedeva perpetuate attraverso la poesia e che in mostra sono rese con l'immagine fotografica quale dispositivo di conservazione ontologica.

Se l'estate, nel ciclo naturale, è destinata per necessità fisica al declino e alla corruzione – «And summer’s lease hath all too short a date» («E la durata del possesso dell'estate ha una data di scadenza fin troppo breve») –, lo scatto fotografico si pone come atto di resistenza metafisica contro l'entropia del tempo, cristallizzando il continuum temporale in una forma immutabile.

Si realizza qui quanto teorizzato da Roland Barthes nella sua pubblicazione seminale La camera chiara: nella fotografia, infatti, l'immobilizzazione del tempo avviene come in una – appunto – «cristallizzazione» in cui ciò che è passato viene intercettato e, al contempo, reso perenne. L’estate «eterna» (ciò che non deve svanire) di Shakespeare trova il suo corrispettivo tecnico nel «Noema» di Barthes, quel «È stato» («Ça-a-été») che, per l’influente teorico della fotografia, è attestato proprio dallo scatto che li perpetua.

Alessandro Cidda, Serena Dattilo, Patrizia Dottori, Carmelo Macri, Valentina Malatesta, Roberto Petitti, Andrea Sabatello analizzano quindi questa eterna estate ognuno determinandone una propria versione ma sempre non solo come stagione climatica, bensì essenzialmente come topos della pienezza dell'essere, catturata attraverso la mediazione dell'obiettivo. Attraverso le immagini scelte rileviamo tre concetti portanti insiti nello specifico fotografico e magnificamente espressi dal tema in oggetto. Così, abbiamo l'Istante Sottratto: la fotografia, operando una cesura nel flusso del divenire, riesce a realizzare la trasfigurazione del dato reale auspicata dal poeta elisabettiano, fissando la contingenza luminosa in un presente eterno e incorruttibile; la Scrittura di Luce (Photo-graphia) vede il mezzo fotografico come strumento per evocare quell'“eterna estate” che non conosce crepuscolo. Qui, la luce non è solo oggetto della visione, ma materia sempiterna che rigenera la presenza del soggetto laddove la realtà biologica recede. Infine, con un Archivio dello Sguardo si porta avanti un ragionamento anche sulla capacità della stampa fotografica di farsi custode della memoria, operando quella sintesi tra la mortalità dell'attimo e l'immortalità del documento visivo”.

Conclude la curatrice:

“In quest’ottica, la fotografia non documenta solo il mondo, ma spesso lo trascende”.

L'osservatore che visiterà la mostra è pertanto invitato “a interrogarsi sulla potenza dello sguardo e dello scatto — qui intesi come il verso eterno di Shakespeare — capaci di rendere per sempre ciò che, per sua natura, sarebbe destinato a svanire nell’ombra”.