L’artista-poeta che pubblica un libro con i suoi versi (e sceglie di farlo su Amazon)
Dopo aver pubblicato nel 2020 il diario Librosogni con Skira, l’artista visiva e performer Reverie torna al libro, ma con una raccolta di poesie e sceglie di pubblicarla con Amazon. Mentre prepara una personale a Milano e una performance di stand up. Ci racconta tutto in questa intervista
Reverie è un’artista visiva conosciuta anche per la pratica della performance. Classe 1994, nata a Vinci, crea lì le sue opere mentre abita stabilmente nella sua casa studio di Milano.
Scrive di sé: Ha sposato Arte il 6 luglio 2016 e vivono insieme in un matrimonio aperto. Lavora per cicli tematici: “Sacramenti atei”, “Sogno” e l’attuale è “Il rito quotidiano”. Nella sua produzione non ha limiti espressivi: realizza sculture con qualsiasi oggetto e corpo (anche di animali vivi come la stella marina o deceduti come la placenta di agnellina o il teschio di una puledra): dalla parola ossessiva e costante all’istallazione, dalla fotografia al video, dall’abito alla malattia.
La pratica artistica di Reverie
La sua arte è radicale, disturbante e collettiva. Lei stessa sostiene che l’arte visiva è l’unica arte che si possa chiamare tale, che l’arte non deve curare e che non esiste l’arte-terapia; che esorcizza le esistenze di tutti attraverso la propria e solo così le sue opere possono essere lette da tutti attraverso le più personali visioni e concorrere così a rappresentare l’universale. Dopo nove anni bui Reverie racconta la sua nuova nascita nel mondo: sporca, sbagliata, fragile, viva.

La poesia e il nuovo libro di Reverie
L’artista ha ripreso a scrivere dopo un lungo blocco durante il secondo ricovero in psichiatria. Nasce da qui il nuovo libro Poesia Malata, in pubblicazione e distribuzione su Amazon. I testi di questo volume partono dal momento in cui si è rialzata davvero. Le abbiamo chiesto di raccontare questo progetto che si intreccia profondamente con la sua pratica artistica.

Intervista a Reverie
Reverie, il tuo Poesia Malata, in questa rubrica dedicata alla poesia italiana contemporanea, rappresenta una bella sorta di stranezza. Questo perché la tua opera non si limiterà alla raccoltacartacea ma farà parte di un progetto più ampio legato a una mostra personale e una performance. Ci racconti di cosa si tratta?
Ho ripreso a scrivere poesie durante il mio secondo ricovero in psichiatria, ma “Poesia malata” comprende i testi a partire da giugno 2025 quando sono tornata a Milano e ho ripreso in mano la mia vita perché erostanca di stare male e di sopravvivere e basta. L’intero corpus di lavori, opere e parole che da adesso, maggio, fino a settembre porterò alla luce parte da qui, da questo volume. Mi sono ritagliata i mesi estivi per elaborare poi non solo una mostra, “Amare non mi sazia” (che inaugura il 17 settembre 2026 presso C+N Gallery CANEPANERI a Milano accompagnata dal testo critico di Milovan Farronato), ma anche unaperformance, “Mangiata viva” (il 15 settembre 2026 presso Salone 14 Yellowsquare a Milano) che trattassero le stesse tematiche di fame, amore e salute mentale ma in modo diverso e con media diversi.
Ovvero?
Nelle poesie sono cinica, disillusa, una neo-diciottenne che scopre il sesso e il mondo nella sua interezza dopo dieci anni di castità a seguito di due abusi sessuali, cinque anni di bullismo e altri traumi anche sociali, cercando se stessa ma perdendo l’innocenza e il suo essere sognatrice per definizione (il mio nome è anagrafico, non d’arte) nella brutalità delle dinamiche che si trova a subire.
Nella mostra racconto senza filtri questa educazione affettiva e fisica, gli abusi subiti, il rapporto con la morte e col tempo, il mio corpo, l’illusione degli uomini che pensano di dominarti e usarti; invece sei tu a creare, con la loro saliva, opere e illusioni.
E nella performance?
Userò la stand up, che studio da settembre e con cui ultimamente faccio diversi open mic che mi hanno fatto scoprire, inaspettatamente, quanto ami questo linguaggio, per veicolare gli stessi messaggi: mi sputtanerò dandomi in pasto al pubblico, parliamoci chiaro, raccontando i miei date più rovinosi, il love bombing, i tentativi malandati di trovare escamotage per cancellare la mia dipendenza da cibo, che non mi lascerà mai, la risalita, le cadute, i giudizi… ma facendo assolutamente ridere.
In generale ciò che lega questa triade di progetti sarà la schiettezza e la cristallinità: sarò oscena e scomoda, estrema e sbagliata, e mi metterò alla pubblica gogna.
Mi piace pensarmi come un “Incendiario” di Palazzeschi nel 2026 nel centro di Milano: voglio che bruciamo tutti insieme, anche se io sono e resterò in gabbia.

Hai scelto di pubblicare la tua raccolta tramite Amazon senza passare dal sistema delle case editrici. Perché?
Non sono nuova nella pubblicazione di libri. Prima del Covid uscii con librosogni insieme a Skira Editore. Per Poesia Malata non nego essermi mossa nello stesso senso inizialmente e di aver attirato l’attenzione di importanti case editrici. Era una sfida data la schiettezza della raccolta e sinceramente sono stata subito stupita dell’apprezzamento e di trovare persone che credessero nel progetto. C’erano anche diversi nomi del mondo dell’arte interessati a scrivere il testo critico di apertura. Ma poi ho capito che a differenza del libro precedente o del mio primo libro d’artista, Sacramenti Atei, desideravo che questo fosse composto solo di parole che arrivassero direttamente e il più velocemente possibile al pubblico: una dose dritta in vena e senza possibilità di distrazione.
Spiegaci meglio.
Ho scelto quindi questa formula pop e il libro verrà presentato con un reading nella galleria che segue il mio lavoro, e in contemporanea con una diretta YouTube sul mio canale, Reverie in Arte. Ho voluto che nonavesse editore, non avesse testo critico introduttivo e che non avesse copertina. Infatti, come prima cosa chiedo a chi acquisterà il volume di strappare la copertina che considero provvisoria: è un obbligo, non semplicemente una volontà dell’autrice, solo così Poesia Malata potrà dirsi pronto per essere letto. Nel caso poi ci dovessimo incontrare, potrò fare una dedica speciale a chi mi porterà il libro acquistato e con strappo iniziale.
Che cosa è Poesia Malata?
È il diario di una persona malata che decide per la prima volta di vivere davvero e non più soltanto di sopravvivere. È il racconto di uno studio antropologico attraverso le dating app e i rapporti umani, usando gliuomini al posto delle sigarette, mentre loro vogliono soltanto l’esperienza di incontrare un animale esotico nella gabbia di un circo per poi lasciarlo lì e andarsene in silenzio.
Racconta un tentativo di rinascita, non ancora totalmente riuscito, e la scoperta di un amore che avevo conosciuto soltanto nella sua forma non consensuale. Ma credo possa dare anche speranza: che una persona, pur vivendo realmente all’inferno (e non lo dico in senso attraente o poetico), possa trovare il proprio equilibrio e almeno qualche attimo di purgatorio.
Perché?
Perché il paradiso è noioso e non interessante e perché io amo il fatto di essere speciale come uno scarto sociale. Vado nell’umido, accanto agli avanzi della cena della sera prima e ai fazzoletti usati. Ma io qui ci stobene e soprattutto sono consapevole della mia esistenza fisica e mentale. D’altronde dal letame nascono le rose dalle spine più vere. Se in “librosogni” scrivevo che il mio corpo è il mio muro e in generale ho sempre ritenuto e riterrò sempre lo stomaco il primo cervello, adesso sento che l’organo principale è la pelle: assorbo tutto, cambio colore, ma io non cambio mai.

David Foster Wallace diceva che la letteratura gli serviva per sentirsi meno solo. È così anche per te? Che legame senti con chi ti legge e cosa senti di provare per lei o lui?
Il grande motivo che muove la mia arte è indagare ed esorcizzare le vite di tutti e lo faccio concretamente attraverso la mia. Per me significa condividere tempo, l’unica cosa che realmente possediamo perchéneanche il nostro corpo ci appartiene. Potrei vivere serena e imperturbabile, “nascosta” come avrebbe voluto Epicuro, anche perché tutto ciò che ho attraversato e che vivo l’ho metabolizzato da tempo. L’arte è sociale e politica, non esiste l’arte-terapia e infatti non la concepisco.
Metto la mia vita in vetrina e a disposizione perché possa far respirare tutti: siamo tutti sulla stessa barca nell’oceano, siamo insieme malgrado le nostre solitudini e malgrado ciascuno si salvi da solo. Ciò che mi muove quando scrivo poesie o creo opere è arrivare al momento ultimo: quello della fruizione. Non amo spiegare i miei lavori, ritengo che ciascuno col proprio bagaglio possa percepire ciò che queste opere gli comunicano.
Qual è la tua relazione con il lettore?
Provo nei suoi confronti un grande legame, un filo rosso invisibile e indistruttibile. Ma la poesia non mi aiuta a sentirmi meno sola. Anzi. Ogni volta che rileggo i miei scritti, che ho volutamente buttato giù di getto in pochi secondi senza una grammatica corretta e con alcuni neologismi o onomatopee, a volte provo dispiacere, pena o stima per il mio coraggio e la mia incoscienza. Poesia Malata sono io negli ultimi dodici mesi in cui mi sono veramente buttata a vivere nel mondo senza paracadute per ritrovarmi. Dopo la malattia mi sono ritrovata a rinascere nel fango, scoprire me stessa, difendermi dalla malattia mentale e dalla dipendenza, provare finalmente piacere e incontrare l’altro. Mi piace pensare che questa raccolta porti alla luce ciò che ciascuno di noi vive ma non vuole dire a se stesso: non deve esserci vergogna, non devono esserci tabù con noi stessi e soprattutto non deve esserci giudizio.
Cosa intendi nello specifico?
Per il mio aspetto fisico ho subito giudizi costanti da parte di vecchie amicizie e nuovi amanti e ritengo che nessuno dovrebbe vivere una situazione simile: non accetto specchi non richiesti, fanno più male dellospecchio in bagno ogni mattina, che per mesi comunque ho tenuto coperto.
Di recente ho ripreso il mio “diario di specchi” e ho imparato a mandare a fanculo chiunque abbia da dare un’opinione non richiesta: è necessaria una certa dose di intelligenza emotiva, ma nel mondo di oggiscarseggia terribilmente. E appunto ciascuno si salva e si vive da solo, l’ho già detto e lo ribadisco. Io so chi sono e come sono fatta e a chi legge i libri dalla copertina posso solo dire di imparare a strapparla e a volte anche a cucirsi la bocca, o a ingoiare, dipende dalle circostanze…

A chi scrive si tende, talvolta, a chiedere quanto di vero e autobiografico ci sia nell’artificio del testo – che sia poesia o prosa. A me, invece, verrebbe da farti esattamente la domanda opposta: in “Poesia Malata” c’è qualcosa di te che hai lasciato non detto?
Assolutamente niente. Nella vita, nella virtualità, nelle opere, nella poesia non riesco a non essere cristallina. Mi sono cresciuta imponendomi di essere sempre e solo me stessa e con lo stesso approccio mi sono spogliata in questi mesi intensi e in “Poesia malata”.
Potete leggere del mio odio per i medici che trattano i pazienti nei ricoveri in psichiatria come deportati in campi di concentramento; del mio percorso con la terapia che nel mio caso è stata un flop; deglipsicofarmaci che ho smesso di prendere da sola; del tempo di cui mi sono riappropriata; della conservatorship alla Britney Spears in cui mi trovo e che mi pone in una prigione dorata in cui non decido niente e in cui dipendo da altri per tutto; della scoperta del sesso dopo due violenze subite a 15 e 21 anni; dello studio sociologico tramite le dating app e attraverso gli uomini che incontravo; dei giudizi subiti sul mio corpo e aspetto che, dopo anni di depressione e dipendenza da cibo, si erano trasformati; del mio tornare a riconoscermi; delle mie vittorie e delle mie ricadute; della mia solitudine; del lavorare, dell’innamorarmi e poiilludermi; del ghosting continuo ricevuto; della fame costante che non mi abbandona, perché sono come una cocainomane sempre in cerca di una dose e non sarò mai sazia soprattutto dopo l’ennesima abbuffata; del piacere nel farmi male; del non piacere nello scopare (perché appunto “amare non mi sazia”); dei graffiti illegali di notte; dei furti dalla spazzatura; del tentativo di fumare per cancellare l’altra dipendenza; deitentativi di suicidio prima col cibo o pensando all’impiccagione…
Cosa vorresti che arrivasse?
Un riflesso chiaro di me: non sono la gentile donzella stile Beatrice dantesca che molti pensano non conoscendomi, non lo sono mai stata. Io sono strega, una creatura aliena, una santa sbagliata, come tutti. E non ho paura di dirlo ad alta voce.
Con la mostra e col libro faccio male, lo riconosco, ma con la performance Mangiata viva farò ridere, lo prometto.
In una parola, cos’è la poesia per te? Ha più a che fare con la gioia o con il dolore?
La poesia è un tramite.
Ho sempre scritto, non solo poesia, e credevo che la scrittura sarebbe stata il mio lavoro. Poi ho trovato Arte, ci siamo sposate nel 2016 e il mio percorso è stato diverso e sì, ritengo di non poter far altro se non quello che faccio, e continuerò a lottare per questo.
Così attualmente uso la poesia come forma di espressione. Nel libro precedente avevo scelto la raccolta di sogni per raggiungere questo obiettivo. Nelle opere di adesso uso parti del corpo e anatomie. A volte si è trattato di un paracadute della Seconda guerra mondiale (come figura del mio “Icaro contemporaneo”), altre può essere la parola “antifame” scritta con gli strass su un perizoma e condivisa con una polaroid che inquadra il mio culo a veicolare un messaggio. La poesia ha a che fare con qualsiasi emozione. È universale e assoluta. Dovremmo cibarcene tutti.
Perché adesso che mi sento bene
È una condanna più atroce
Mi manca essere hummus
Umida e bagnata
Dalle lacrime
Invece adesso è il sudore
Che mi lubrifica il mediastino
Dove stava il cuore
Che non ho più
Perché l’ho buttato
In un sacchetto dell’umido
E non l’ho mai recuperato
Maria Oppo
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati