Realizzare un cortometraggio in 48 ore. Il format che costringe il cinema a reinventarsi

Lia Rottoli e Chiara Salinas raccontano l’organizzazione di "48 Hour Film Project", i vincoli e le dinamiche di un contest internazionale che misura creatività e metodo in soli due giorni

Realizzare un cortometraggio in appena 48 ore, partendo da vincoli narrativi imposti all’ultimo momento e gestendo ogni fase della produzione in totale autonomia: è questa la sfida al cuore del 48 Hour Film Project, format internazionale che trasforma il fare cinema in un laboratorio serrato dove ogni minuto, ogni scelta e ogni responsabilità conta.

Per comprendere meglio come funzioni, al di là della sua descrizione formale, abbiamo raccolto dettagli e spiegazioni da chi l’ha vissuto in prima persona: Lia Rottoli, fonica, e Chiara Salinas, direttrice di produzione, due studentesse del corso di laurea magistrale in Televisione, Cinema e New Media dell’università IULM di Milano, coinvolte insieme a un gruppo di quasi quaranta persone in una delle edizioni recenti del progetto tenutasi a Cannes.

Realizzare un cortometraggio in 48 ore. Il format che costringe il cinema a reinventarsi
Ciak utilizzato per le riprese del 48h Film Project, photo credit Isabella Damerio

Le regole del 48h Film Project

Il cuore del contest è semplice ma rigoroso: al via delle 48 ore ai partecipanti vengono assegnati vincoli obbligatori, come un genere cinematografico, una frase, oggetti o altri elementi narrativi, che devono comparire nel cortometraggio finale. Per Rottoli e Salinas, il regolamento è “molto chiaro e disponibile fin dall’inizio”: nulla è lasciato all’incertezza normativa, ma dal momento in cui parte il countdown “non esiste alcun supporto operativo da parte dell’organizzazione”. Ogni decisione, dalla gestione delle location alla selezione degli attori, dai reparti tecnici alla pianificazione delle giornate, compete al gruppo, senza direzioni o aiuti esterni: la responsabilità di decidere come far stare tutto dentro le 48 ore è quindi totale. Come raccontano le concorrenti ad Artribune, devi imparare a lavorare molto più velocemente di quanto faresti normalmente e organizzi ogni fase come se fosse già una consegna definitiva.

Realizzare un cortometraggio in 48 ore. Il format che costringe il cinema a reinventarsi
Durante le riprese del 48h Film Project, photo credit Isabella Damerio

48h Film Project: tempo come vincolo e risorsa

Il tempo, nel 48 Hour Film Project, è un vincolo assoluto: le 48 ore non scorrono come una maratona uniforme. La prima fase è dedicata alla scrittura, seguita dalle riprese e infine dalla post-produzione. Ogni fase deve essere completata entro il proprio arco temporale, senza possibilità di slittamenti, “anche brevi ritardi possono avere conseguenze sull’intero progetto”, spiegano Rottoli e Salinas. La pressione costante del countdown rende indispensabile pianificare con precisione ogni passaggio e prendere decisioni rapide e mirate.

Ci sono momenti morti per il singolo, ma non per il gruppo”, raccontano le studentesse: significa che, mentre un reparto è fisicamente fermo, un altro è già in azione, e così via. Questo rende essenziale la divisione dei ruoli e delle responsabilità sin dal primo minuto, per evitare ingorghi o ritardi nelle fasi successive. Un’altra difficoltà del contest è che, pur avendo libertà narrativa, ogni decisione pratica, dalle location agli attori, fino agli aspetti tecnici della produzione deve essere presa “al volo” e adattarsi alle scelte artistiche in corso. Questa assenza di una “rete di sicurezza” è parte integrante dell’esperienza: chi partecipa lo sa e accetta la sfida fin dall’inizio.

Realizzare un cortometraggio in 48 ore. Il format che costringe il cinema a reinventarsi
Durante la fase creativa el 48h Film Project, photo credit Isabella Damerio

Il 48h Film Project tra creatività e organizzazione

Nel 48 Hour Film Project non conta solo il talento creativo né soltanto l’abilità organizzativa: ciò che fa davvero la differenza è la capacità di unire i due aspetti. La creatività deve trasformarsi immediatamente in azioni concrete sul set, mentre l’organizzazione deve essere abbastanza flessibile da adattarsi a qualsiasi imprevisto. Secondo le partecipanti, chi si trova più a proprio agio in contesti del genere è un filmmaker “reattivo, flessibile e capace di vedere una scena nella propria testa e realizzarla subito”, senza fossilizzarsi su un’idea troppo rigida. Non è richiesta perfezione estetica, ma una visione che regga alla compressione del tempo e alla continua necessità di modificare piani in corso d’opera.
Questo equilibrio tra idea e metodo fa del progetto una palestra intensiva per chi vuole confrontarsi con tutte le fasi del cinema: dalla scrittura alla produzione, dalla regia alla post-produzione, con la pressione costante di un tempo che scorre inesorabile.

Un format che insegna più di quanto mostri: 48h Film ProjectIn conclusione, il 48 Hour Film Project non è solo una competizione, ma un laboratorio. Il tempo, insieme ai vincoli, all’autonomia decisionale e alla mancanza di assistenza, costringe i partecipanti a fare cinema nella sua forma più essenziale: pensare una storia, costruirla, girarla e montarla in un arco temporale veramente ristretto. È una dinamica che può risultare stimolante e faticosa, ma che, dice chi l’ha vissuta, restituisce una comprensione profonda di cosa significhi progettare e realizzare un’opera audiovisiva nelle sue componenti fondamentali. Senza scorciatoie, senza margini prolungati, ma con la tensione continua di un contesto che è, prima di tutto, un banco di prova per la creatività e la capacità di lavorare insieme.

Noemi Ruggeri

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