Intervista ad un gallerista – leggenda. Parla Emilio Mazzoli: “devo dare il buon esempio alla mia età”
Viene consegnato a Bologna, in occasione di Arte Fiera, il premio che l’ANGAMC conferisce ad un grande gallerista. Nel 2026 è la straordinaria storia e carriera di Emilio Mazzoli ad essere premiata
“Un uomo della mia età deve essere un buon esempio”. Emilio Mazzoli, classe 1942, è gallerista, editore, compagno di strada di artisti e intellettuali, promotore culturale. La sua vita è costellata di successi, di una grande passione per l’arte e per i libri, ne ha circa 200mila, insieme a un parco di sculture e una galleria che dal 1977 ad oggi continua la sua attività a Modena e Berlino, anche grazie al lavoro dei figli che hanno raccolto l’eredità paterna.
Il premio alla carriera dell’ANGAMC a Emilio Mazzoli
Nonostante ciò, Mazzoli non si aspettava il premio alla carriera che l’ANGAMC – Associazione nazionale delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea ha deciso di conferirgli nel 2026 (sarà celebrato ad Arte Fiera Bologna sabato 7 febbraio alle 18,30 dai vertici dell’ANGAMC e della fiera). Una carriera venerabile attraversata dal sodalizio con Achille Bonito Oliva e l’amore per la Transavanguardia, ma anche per altri artisti come Tano Festa, Franco Angeli, Gino De Dominicis, da una mostra epocale a Basquiat e molti altri successi, ma anche dall’amara sensazione di essere stato nemo profeta in patria, almeno nella città dove tutto questo in larga parte è avvenuto. Attraversando le epoche dell’arte e la storia del mercato come in questa intervista, dove Mazzoli si racconta a tutto campo, tra ricordi e lo sguardo proiettato verso il futuro.

Intervista a Emilio Mazzoli
Come ha vissuto questo premio conferitole da ANGAMC?
Vivo molto isolato non mi aspettavo questo riconoscimento.
Però la sua è una storia di impegno attivo nell’arte, fin dalla fondazione della galleria…
La galleria nasce come una passione. E come sempre le cose nate dalla passione sono quelle migliori…
Lei spesso ha ricordato che è stato un sacerdote a iniziarla all’arte…
Era Don Arrigo, un personaggio molto interessante, appassionato di cultura e d’arte ed era mio professore alle Scuole Superiori. A Modena allora c’era una galleria che si chiamava Mutina che rappresentava la nuova figurazione italiana e lì cominciai ad andare a vedere le mostre rimanendone coinvolto. All’epoca facevo l’insegnante… lasciai questo mestiere e scelsi il mondo dell’arte che mi piaceva perché era una isola di libertà per me. Un mondo che era molto aderente alla mia maniera di vedere la vita.
Come era il mondo dell’arte quando lei ha cominciato? Un po’ diverso da quello di oggi…
Ma molto diverso, anzi credo che adesso sia tutto cambiato. Naturalmente l’evoluzione deve esistere in tutte le cose, il mondo deve andare avanti e non indietro. E l’artista come dice Achille Bonito Oliva “è un errore biologico”, un unto del Signore. Allora c’erano dei grandi intellettuali che si occupavano d’arte e i galleristi si interessavano anche loro a produrre cultura e ciò che accadeva in quel periodo, nel momento. Era un mondo particolare, meno legato all’economia rispetto a quello di oggi.
E questo è un male?
Credo che l’arte col passare del tempo abbia perso i suoi veri valori. Oggi ci sono molte applicazioni d’arte che senza l’arte primaria non potrebbero esistere. E questo è un debito che penso che la storia in futuro pagherà, perché il nostro presente manca totalmente di poesia.
Le manca quell’arte?
Mi manca di sicuro. Prendi una città come New York. Gli artisti vivevano in un’isola con regole proprie. Se andavi al Village avevi alberghi e case poco costosi, la vita era normale. Poi a un certo punto negli Anni Novanta l’arte è diventata finanza e gli intellettuali sono scomparsi. In Italia c’erano galleristi importanti come Fabio Sargentini e Arturo Schwartz. Ma non era tutto rose e fiori.
Ovvero?
Ad esempio c’era il problema dell’Arte Povera che era anche interessante, ma pensava più alla politica e all’occupazione del territorio che ai valori. Ricordo quando conversavo con Jannis Kounellis che mi parlava di mosse e strategie. L’arte non ha nulla a che fare con questo.
Eppure, lei con Kounellis ci ha lavorato. Almeno nel 1970 quando apre la sua prima galleria Futura…
Quando ho aperto la galleria non c’era alcun mercato. Ho inaugurato con Fabro, Kounellis e altri artisti interessanti. Poi con una personale di Giulio Turcato. Ma non si vendeva, non si riusciva a lavorare. Quindi chiusi la galleria e mi misi a fare il mercante privato, facendo da tramite tra collezionisti e opere. Andavo a Roma, compravo dei quadri e li vendevo. Poi nel 1977 ho riaperto la galleria che porta il mio nome con Zorio, Anselmo e Agnetti. E nel 1978 è nata l’avventura della Transavanguardia.
Anche in reazione all’Arte Povera?
L’Arte Povera era un movimento d’arte ma anche politico e strategico. Con Celant ci parlavo ovviamente ma era un uomo molto interessato al potere. Era una sorta di occupazione, o con me o contro di me. Ho visto piangere tanti artisti, che sono stati esclusi anche se erano anche molto validi. Potrei fare tanti nomi, non avrei alcuna difficoltà.
E con la Transavanguardia, invece?
Io non ne potevo più di tutte queste discussioni e problemi di potere, un giorno mi si presentò Chia che insieme a Cucchi mi disse “Abbiamo un libro da promuovere”, si chiamava Tre o quattro artisti secchi: Presi l’occasione al balzo ed entrai in quel mondo lì. Ma tutti ci furono totalmente contro. “Da Mazzoli espongono i fascisti”, dissero. Però abbiamo avuto successo.
E questa equazione Transavanguardia= Fascismo da dove saltava fuori?
Dall’ideologia dell’Arte Povera. Specialmente da Torino. Erano esaltati e violenti. Hanno fatto piangere un artista come Alighiero Boetti, per dire. Era un sistema militare e militante e secondo il mio punto di vista non in ordine con la morale.
In che senso?
Posso dire che io ho sempre fatto il mio lavoro con dedizione e amore. Per me è importante essere un brav’uomo e una persona per bene. Ho cercato di dare tutto quello che potevo. E francamente non ho mai pensato di diventare una persona nota nell’arte.
Però è successo.
Mio malgrado. Questo lavoro per me era una isola di libertà e non ho mai lavorato contro nessuno. Anche oggi, penso che un uomo che ha una storia debba costituire da esempio.
Torniamo alla Transavanguardia.
Appena è venuta fuori la Transavanguardia, l’Arte Povera fu messa al tappeto. Nessuno la voleva più, non andava più, questi ragazzi stavano piacendo a tutto il mondo. Poi negli Anni Ottanta ci fu questa riunione strategica fatta da Enzo Cucchi, Anselm Kiefer, Jannis Kounellis, Joseph Beuys e Jean Christophe- Amman (Una discussione, Kunsthalle Basel, 1985, ndr.) che mise in grande difficoltà la Transavanguardia, fissandola come momento provinciale. Secondo me fu un grandissimo sbaglio. Il mondo dell’arte rispetto alla Transavanguardia e ad Achille Bonito Oliva ha ancora molti crediti da dare perché è stato dopo il Futurismo l’unico movimento europeo che abbia sconvolto il mondo. E il mondo è arrivato prima dell’Italia sulla Transavanguardia, sono arrivati prima i tedeschi, gli svizzeri, gli americani degli italiani.
E Mario Schifano?
Schifano, Franco Angeli, Tano Festa erano considerati maledetti, fuori dagli schemi. Il mondo della cultura non guardava a loro con attenzione. Poi quando Schifano, che era un uomo veramente buono, è morto son venuti tutti al funerale. Però in vita questi artisti sono stati esclusi, li consideravano dei poveracci. E questa purtroppo è una verità che ha lasciato un segno non indifferente.
Lei è anche un collezionista, soprattutto di libri…
No, collezionista non direi, il lavoro sono sempre stato obbligato a comprarlo e venderlo.
Ma le ho opere le ho vissute e naturalmente se avessi avuto i mezzi me le sarei anche tenute, ma non me lo potevo permettere. Con i libri è un’altra cosa, è una passione legata all’arte. Sono un ammalato di libri io, ne ho circa 200 mila.
Un bel numero
Ho cercato di commentare tutte le mostre che ho fatto, ma anche di non essere assoggettato a nessun potere. La politica in Italia ha le sue colpe. Con tutti questi funzionari che hanno cominciato a sentire l’odore del denaro nell’arte, curatori, curatrici, art advisor, tutti personaggi che non c’entravano niente.
Ma tutto questo denaro c’è veramente?
Il denaro per me c’è quando un quadro te lo pagano. Un’opera ha un prezzo da dire, da dare e da verificare. Poi bisogna vedere cosa c’è dietro. Secondo me ci sono delle grandi truffe in giro. Grandi gallerie internazionali che hanno finanzieri come padroni, o gallerie che sono padrone delle case d’asta e che veicolano il mercato come vogliono loro, distruggendo altri artisti liberi, che non hanno appoggi e non hanno niente.
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Il risultato?
Un disastro totale. Dico sempre: se uno vuol comprare l’arte i migliori affari sono quelli che non si fanno. È diventato un grande circo di economia e gioco d’azzardo, con tutti i nani e le ballerine che ci sono entrati… insomma ne è troppo pieno. Tutte le mostre che ho fatto, ad esempio, mi dovevano piacere ed io dovevo essere il primo a rischiare, anche nel rispetto di chi comperava i quadri da me. Adesso molti lavorano in conto vendita ed è diventato tutto un lavoro che non si capisce che cos’è.
Se lei avesse trent’anni oggi rifarebbe il gallerista?
Ma sicuro. L’arte è caduta, è un movimento in cui navighi nel buio. Il castello è caduto, il palazzo è caduto: facciamolo ricrescere. Ormai l’arte però non c’entra più nulla. Come diceva Gino De Dominicis “il premio alla scultura lo danno al fotografo, il premio alla pittura lo danno al cantante”. Quindi non lo so, io vedo degli artisti oggi che sono a tutte le mostre ma io non so nemmeno perché.
Ma ci sarà qualche d’uno delle nuove generazioni che le piacerà
Di sicuro. L’arte non muore mai. Dico sempre di cercare con il proprio amore, la propria passione, la propria cultura e nella propria generazione quello che c’è. Di lasciar stare quello che è successo prima, vivendo nella propria cultura. Solo che prima si poteva andare al Bar Jamaica e incontrare l’artista e l’intellettuale, il poeta, il pittore e l’attore. Oggi invece si parla solo di soldi, finanza, potere e di escludere questo o quell’altro. Per me il mondo dell’arte è il mondo della bellezza e se uno ha l’occhio giusto per vederla la bellezza non si fermerà mai.
Santa Nastro
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