Storia di un Seme d’Arancia. Lieto fine per la grande scultura di Emilio Isgrò a Barcellona Pozzo di Gotto. Scongiurato il trasferimento, partono i restauri. Con una mostra di Ferdinando Scianna

Aveva rischiato di essere spostata, qualche anno fa. L’amministrazione di Candeloro Nania, sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto e cugino del senatore pdl Domenico Nania, nel 2011 aveva deliberato: il grande Seme d’Arancia di Emilio Isgrò andava trasferito altrove. Via dal luogo per cui era stato pensato dallo stesso artista, originario della cittadina messinese. L’opera […]

Ferdinando Scianna, Emilio Isgrò con un seme d'arancia, 1998

Aveva rischiato di essere spostata, qualche anno fa. L’amministrazione di Candeloro Nania, sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto e cugino del senatore pdl Domenico Nania, nel 2011 aveva deliberato: il grande Seme d’Arancia di Emilio Isgrò andava trasferito altrove. Via dal luogo per cui era stato pensato dallo stesso artista, originario della cittadina messinese. L’opera fu donata da Isgrò alla sua città nel 1998: arrivò dentro un Tir lungo tredici metri, su cui campeggiava la scritta “Questo veicolo trasporta un seme d’arancia”. Un unico seme, alto quasi sette metri, destinato alla zona della vecchia stazione, degradata e da riqualificare: da qui partivano per il Nord treni carichi di agrumi e fragranze di Zagara, un esempio concreto di economia virtuosa, alimentata dai colori e i profumi di un paesaggio bellissimo, tanto celebrato, quanto massacrato.
Si era dunque impuntato il Sindaco Nania: la scultura la voleva installare nei pressi del giardino zen progettato da Idetoshi Nagasawa, togliendola dal luogo per il quale era stata concepita. Una “premura” incomprensibile, a cui si aggiungeva l’assenza dei necessari interventi di salvaguardia. “L’opera non verrà per niente intaccata ma ricollocata in un sito di maggior pregio e più profondo significato“, dichiarò il Primo Cittadino. Più profondo rispetto a quello partorito da Isgrò, dunque: amministratori risoluti, con improvvisa vena creativa.
Molte voci dal mondo della cultura si opposero, da Achille Bonito Oliva, che spiegò come si rischiasse di “annullarne il messaggio, che non ha a che fare solo con l’estetica, ma anche con l’etica’’, fino ad Alfonso Leto, che ebbe parole taglienti, accusando la politica di volere spostare l’opera affinchè “avvizzisca e non germogli più“, facendola “diventare magari un simpatico e inutile “centrotavola” di un giardino giapponese“.
Pericolo scongiurato, in extremis. La nuova amministrazione, insediatasi nel giugno del 2012, rimise tutto al proprio posto. Il seme di Isgrò, simbolo di vita, tributo alla terra, auspicio di rigenerazione e di riscatto dalla schiavitù mafiosa, sarebbe rimasto là, nei pressi della stazione, suo luogo d’appartenenza e di destino.

Emilio Isgrò, Seme d'Arancia, 1998 - Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
Emilio Isgrò, Seme d’Arancia, 1998 – Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)

Oggi, finalmente, un nuovo capitolo si apre, per il candido seme, sciupato dai vandali e dallo scorrere del tempo: Il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la Fondazione di Comunità di Messina hanno annunciato l’inizio delle attività del Cantiere del Seme d’Arancia con l’avvio del restauro. L’iniziativa, curata da Marco Bazzini, vedrà coinvolta la cittadinanza intera, attraverso incontri con le scuole, progetti con le associazioni, assemblee, laboratori didattici: attorno all’opera e al suo recupero si costruirà un percorso di sensibilizzazione per l’arte contemporanea e per il territorio stesso, provando a fare di un’installazione pubblica il perno di un complesso processo culturale e di consapevolezza collettiva. La bellezza da vedere, da comprendere, da proteggere. Interpretata come patrimonio necessario, portatore di senso e attivatore di dinamiche sociali.
Insieme alla presentazione del Cantiere si è inaugurata, al primo piano della vecchia stazione ferroviaria, una mostra di Ferdinando Scianna, dal titolo “Emilio e altri siciliani”. La Sicilia, nei volti del suo popolo: facce di gente comune, ma anche di grandi intellettuali, da Leonardo Sciascia a Vincenzo Consolo, da Sebastiano Addamo allo stesso Isgrò. Immagini intense, nel bianco e nero drammatico e nei tagli eloquenti, che sono piccoli monumenti allo spirito e alla storia dei Siciliani. Dai molti semi, che artisti e scrittori nei secoli hanno piantato, non senza scontrarsi con l’ottusità del potere, continua a fiorire la parte migliore dell’Isola. Contro la logica delle mafie vecchie e nuove, di palazzo o di quartiere.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Un puntuale resoconto di questa vicenda penosa di cui avevo scritto in un documento che fu reso pubblico: “La Sicilia, quella dei municipi, delle pubbliche amministrazioni, dei gestori politici del territorio, è nemica giurata dell’arte contemporanea (di qualità o scadente purtroppo non fa differenza). L’ha sempre respinta e in certi casi perseguita come un’effrazione ai danni di quel diffuso senso dello spaesamento che si prova quando in una piazza, in uno spazio pubblico si tenta di far posto a qualcosa che scardina la consuetudine, il comune sentire di un urbanesimo “domestico” in cui hanno cittadinanza onoraria tutte le fioriere da geometri partorite a cottimo nella penombra degli uffici tecnici comunali, le fontanelle leonine in fintaghisa (in perenne assenza d’acqua), per non parlare della moltiplicazione esponenziale dei padrepio replicanti, perlopiù orrendi redymade di una fede popolare che ha il lasciapassare di tutte le sovrintendenze, di tutte le commissioni urbanistiche, di tutti i comitati civici, irremovibili come se li avesse plasmati direttamente l’ufficio tecnico del paradiso.”
    Ricordo bene l’avvilimento di Emilio Isgrò in quei giorni, ma anche la sua volontà a non mollare la sua opera nelle mani di quella visione di cui sopra.
    Sono ben felice che la vicenda si sia conclusa bene e che il seme d’arancia rimanga dov’è e venga valorizzato.

  • Antonio

    Lei signor Leto mistifica la realtà e tace vicende ben più complesse rispetto alla sua militante e politicante ricostruzione. Per ricostruire una storia si dovrebbero ricercare le voci di tutti i protagonisti ovviamente per fare questo è necessaria una grande dose di onestà intellettuale e un disincanto che evidentemente appartiene a sempre meno “intellettuali” o pseudo tali.

  • …Bene, signor Antonio, io non so affatto nulla delle vicende “ben più complesse” a cui lei fa cenno. Mi è bastato allora apprendere quali fossero i programmi di rimozione del “seme d’arancia”e mi è bastato.
    La mia piccola dose quotidiana di onestà intellettuale, forse non grande quando la sua, io la uso già di per se esprimendo le mie opinabili opinioni corredate almeno da nome cognome.
    Solo in un caso lei potrebbe prendersela così al mio semplice commento che esprime soltanto apprezzamento per l’articolo di Helga Marsala e per la conclusione di questa vicenda che mi ha visto a suo tempo partecipe come artista e come amico di Emilio Isgrò e, insieme a tanti, dell’incredulità per il trattamento riservato alla sua scultura…
    Ciò a me basta. La ricostruzione la faccia pure lei. Chi glie lo vieta?

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