Genk Updates: Rossella Biscotti racconta ai nostri microfoni la sua opera esposta a Manifesta 9. Aspettando il lavoro di Documenta 13….

È una delle due presente italiane a Manifesta, Biennale Europea dell’Arte Contemporanea arrivata alla nona edizione, e presto la ritroveremo in quel di Kassel, invitata a Documenta 13. In diretta da Genk la videointervista a Rossella Biscotti (classe 1978, Molfetta), che ci spiega la sua esperienza diretta con la manifestazione ed in che modo si […]

È una delle due presente italiane a Manifesta, Biennale Europea dell’Arte Contemporanea arrivata alla nona edizione, e presto la ritroveremo in quel di Kassel, invitata a Documenta 13. In diretta da Genk la videointervista a Rossella Biscotti (classe 1978, Molfetta), che ci spiega la sua esperienza diretta con la manifestazione ed in che modo si è relazionata al tema The Deep of the Modern, proposto dal team di curatori composto da Cuauhtémoc Medina affiancato da Katerina Gregos e Dawn Ades. Sentiamo quello che ha da dirci…

– Valentina Grandini

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Valentina Grandini
Profilo: Valentina Grandini (Pietrasanta, 1978) è storica dell’arte, curatrice indipendente, art advisor, fotografa e organizzatrice di mostre ed eventi legati all’arte contemporanea. Dal maggio 2011 collabora con Artribune. Dal 2008 svolge l’attività di art advisor collaborando con collezionisti privati alla creazione, all’incremento e alla gestione delle proprie collezioni, seguendo il lavoro di artisti italiani e stranieri, soprattutto delle ultime generazioni. Dal 2005 al 2008 ha lavorato per la Galleria Enrico Fornello di Prato e ha collaborato con istituzioni pubbliche e private creando progetti espositivi. Dal 2007 cura e progetta allestimenti artistici per alberghi, aziende e privati, con fotografie proprie ed opere d’arte contemporanea. Tra gli alberghi si ricordano l’Hilton Garden Inn, l’Hotel Brunelleschi, l’Hotel De La Ville ed il Demidoff Country Resort di Firenze, l’Una Hotel Versilia di Lido di Camaiore ed il Principe di Piemonte di Viareggio.
  • moby

    ascolti tutta l’intervista (monologo) e poi dici:
    va bene, una storia interessante.
    Ma poi guardi il lavoro e .. e allora?
    Probabilmente è un problema mio se non riesco a coglierne la forza.
    Cioè mi spiego, semplicemente trovo più interessante ciò che mi racconta l’artista. Ma allora cosa devo avere? tutte le volte l’artista di fianco che mi spiega il senso del lavoro??
    Spesso nell’arte contemporanea constato questo fattore. ed è la cosa che mi irrita di più: cioè il fatto che ormai parole parole parole e sempre parole e rimangono solo parole…
    Ma non dovrebbe essere l’oggetto alla fine a parlare? Una persona si definisce artista in quanto bravo conversatore??

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte Sui Generis)

      Giustificare un lavoro privo di elementi significanti è per un “artista” una misura di difesa…

  • “Ma non dovrebbe essere l’oggetto alla fine a parlare? Una persona si definisce artista in quanto bravo conversatore??”
    …non e’ mia abitudine commentare o esprimere giudizi sui lavori altrui, e quindi, senza che ciò sia preso con diretto riferimento alla Biscotti o al suo lavoro, mi permetto dire che se un “lavoro” non riesce a parlare da solo (e, sottolineo che poco importa se esso “dica” ciò che l’autore aveva effettivamente in mente o meno), a mio modesto avviso, e’ un lavoro che “ha fallito”. Quanto all’artista e’ sempre molto interessante ascoltarlo parlare delle proprie idee e della sua ricerca, lo diventa terribilmente di meno, quando il “racconto” si riduce ad una spiegazione “didascalica” di un suo lavoro, sempre a mio modestissimo parere, questo e’ ciò che un artista non dovrebbe mai fare.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte Sui Generis)

      Il problema diffuso, ampiamente nell’arte contemporanea, è che fin troppe volte l’opera è indisponibile ad ogni tentativo ermeneutico e quindi l’oggetto, o meglio, l’intenzione dell’autore non è mai o, eccezion fatta per pochi artisti di talento, riconoscibile. Ogni spiegazione dovrebbe essere inutile e non dovrebbe appartenere al linguaggio artistico che è un altro paio di maniche. In arte non si giustifica mai nulla come anche del resto in letteratura o nel teatro. Il critico dovrebbe recuperare l’intenzione dell’autore, se il suo approccio ermeneutico è poco poco corretto: non è importante che l’artista spieghi la sua opera, perché ciò tradisce una difficoltà comunicativa intrinseca all’opera e che richiede da parte dell’artista un ulteriore intervento comunicativo. Non è altrettanto importante descrivere l’opera anche secondo quel che vi vede personalmente il critico, che deve limitarsi solo a far parlare l’opera e l’intenzione poetica dell’artista.

  • Scusate se intervengo, ma secondo me l’intervista è solo una descrizione in più di dati, fra l’altro interessanti, che l’artista fornisce, e che gravitano intorno al lavoro.
    Ci sarebbe da dire che il tutto ricorda un po’ le sculture da pavimento di Carl Andre, e come in quel caso, è necessaria la partecipazione dello spettatore che le veda e anche ci cammini sopra, se lo desidera, ma che in questo caso non può farlo, essendo a centinaia di chilometri seduto comodamente davanti al suo PC.

    • Posso essere in buona parte d’accordo con te Caro Savino. Pero’ io attenuerei l’importanza della comunicazione o della possibilità di cogliere “l’intenzione dell’autore”. Un’opera, quando e’ finita vive di vita propria e prescinde persino “dalle intenzioni dell’autore” (sai bene che esistono numerosi esempi di “capolavori” che sono per noi tali proprio perché attribuiamo, loro, oggi, “intenzioni” o “valori” che l’autore, con tutta probabilità, non aveva affatto)

  • massimo mattioli

    l’arte non può “parlare”
    men che meno l’artista deve spiegare o illustrare la sua opera
    questa è la negazione dell’arte visiva
    diventa altro, diventa letteratura, diventa comunicazione
    Zhdanov

    l’arte – ma è dono di pochi – deve EVOCARE
    deve massaggiare il cervello
    deve risvegliare rigagnoli di neuroni assopiti
    deve gettare ponti fra situazioni vicine
    deve far suonare in sinfonia tutti i sensi

    • Caro Massimo, ho posto il verbo “parlare” tra virgolette appunto per significare che esso andava inteso in senso figurato o, se preferisci, “altro”. L’ultimo periodo del tuo post ne da’ un possibile esempio che non è, per altro, esaustivo o esclusivo.

    • s. m.

      cioè nel 2012 citiamo zhdanov come riferimento culturale e “aiuto” alla lettura di un’opera? perché non risolviamo dunque il problema dell’attuale crisi economica con un bel piano quinquennale alla stalin?

  • Ma suvvia che dogmatismo. E allora l’arte concettuale dove a volte l’Opera è un Testo? Oppure la performance…
    Non esistono ricette precise.
    E non per questo tutto è lasciato al caso.
    Anche in questo caso, si usano parole per dire che le parole non devono essere usate.
    Non è una contraddizione questa?

    • No, non è una contraddizione e non sempre si “usano parole per dire che le parole non devono essere usate” ma, sempre, l’opera deve comunicare ció che non sarebbe possibile comunicare in maniera altrettanto opportuna con le parole… e, in questo, non c’è alcun “dogmatismo” mentre ce n’è in abbondanza nelle (spesso complicate e stucchevoli) “spiegazioni” di critici e, purtroppo, a volte anche degli stessi autori proprio perché, spesso, le “spiegazioni” si concretano appunto in questo: “ecco, io ti dico ció che tu devi vedere nell’opera e quello che devi pensare guardandola”

      • Indubbiamente ogni opera d’arte visiva deve avere una propria autonomia comunicativa. Ma sostenere che non si possa parlare d’arte e che un artista non debba in alcun modo spiegare il suo lavoro mi sembra eccessivo e forse non è del tutto fuori luogo l’accusa di dogmatismo di Angelov.
        Parlare o scrivere d’arte è molto difficile. Ma credo sia possibile, anzi doveroso. Si rischia altrimenti di condannare il linguaggio visivo a rimanere ancorato ad una fruizione prettamente fisica, basata sul rispecchiamento e sui codici iconici. Dopo la rivoluzione concettuale, dipingere al solo scopo di rappresentare la realtà sarebbe vuoto esercizio. L’ineffabilità è la resa dell’uomo di fronte a ciò che non comprende. Non credo in un’arte che sia aspirazione alla contemplazione dell’indicibile, del divino o del sublime. La traduzione in segno dell’umano sentire è sforzo di comprensione e ansia di perfettibilità: un segno di questo tipo è traducibile nel linguaggio verbale perché è portatore di significato.
        Parlare d’arte, spiegare l’arte vuol dire rielaborare significati: è, a mio parere, un esercizio complesso ma indispensabile affinché la ricerca non giunga a un punto morto. Se Mondrian, Malevič o Kandinsky non ci avessero lasciato i loro scritti, ci avrebbero privato di strumenti indispensabili per la comprensione della loro opera.

        • La CONTEMPLAZIONE del sublime, inteso come postulato inafferabile e indicibile, è attività passiva e per questo mortifera (altro che lenzuoli di Cattelan!). Credo nella sfida tutta umana della tensione verso un sublime laico e terreno, che non va contemplato ma vissuto. Un sublime di cui si possa dunque parlare, perché semanticamente tangibile e parte integrante del quotidiano sentire.

          • “La CONTEMPLAZIONE del sublime, inteso come postulato inafferabile e indicibile, è attività passiva”… certo ma il tentativo di comunicarlo e’, invece, comportamento assolutamente “attivo”
            “Un sublime di cui si possa dunque parlare, perché semanticamente tangibile e parte integrante del quotidiano sentire.” … di tutto “si può parlare” altra cosa e’ il “comunicare efficacemente” che comporta non solo il “comunicare il concetto” ma anche il farlo con immediatezza, completezza, senza ridondanza e pleonasmo… ti faccio un esempio banale e fuori dal “contesto artistico” : posso scriverti un breve saggio (o un romanzo o un trattato) sulla fame nel mondo o sugli abusi ai minori abbandonati o sulla violenza sugli animali ma, sai benissimo, che se intendo sollecitare un tuo intervento concreto su uno di questi problemi ho molta più probabilità di successo con l’uso di una sola “buona” fotografia.

          • Vorrei citarti un libro del professor Edgar Wind: L’Eloquenza dei Simboli.
            Inizia così:
            Un autore molto conosciuto, che ostenta di non amare l’uso dei simboli, si dice abbia chiesto: “Che cos’è un simbolo? Dire una cosa ed intenderne un’altra. Perché non dirla direttamente?”.
            Per la semplice ragione che certi fenomeni tendono a dissolversi se li avviciniamo senza cerimonie.

            Si tratta di un librone a cui varrebbe la pena di dare un’occhiata, e che forse può spiegare perché divagare a volte sui temi del sublime e dell’ineffabile, non sarebbe poi del tutto tempo sprecato.
            A presto.

          • Ti ringrazio per la segnalazione! Personalmente non ritengo affatto sia tempo sprecato “divagare […] sui temi del sublime e dell’ineffabile ” ;-)

        • Caro Vincenzo permettimi alcune precisazioni e chiarimenti,altrimenti si rischia di fare discorsi paralleli ma apparentemente contrari.

          “sostenere che non si possa parlare d’arte e che un artista non debba in alcun modo spiegare il suo lavoro”
          … non ho mai scritto che non si possa parlare d’arte (altrimenti perché mai scriverei questi commenti?) o che un artista non possa spiegare il suo lavoro (ho anzi scritto che e’ sempre interessante ascoltare o leggere ciò che ne dice) mentre ho stigmatizzato le spiegazioni “didascaliche”, da chiunque provengano ed in particolare se provengono dall’autore. E’ evidente che si possa e si debba parlare d’arte e che un artista abbia il diritto ed a volte il dovere di parlare del proprio lavoro. S, pero’ , ciò si esaurisce o si concentra nello spiegare tecniche e materiali e “significati” ad essi attribuiti o nell’esplicitare verbalmente il messaggio che, nelle intenzioni dell’autore, l’opera doveva convogliare, quasi “editando” un “dizionario” ed una “grammatica” cui dover far obbligatorio riferimento per la sua “comprensione”, ritengo che si faccia un pessimo servizio all’opera d’arte. Essa, cosi’ ridotta a veicolo di una comunicazione inequivocabile, vien posta nello stato “servile” di “illustrazione” del discorso medesimo.

          “Si rischia altrimenti di condannare il linguaggio visivo a rimanere ancorato ad una fruizione prettamente fisica, basata sul rispecchiamento e sui codici iconici”
          E’ proprio per evitare tale pericolo che occorre evitare di creare “codici iconici” verbalmente formulati e stabiliti una volta per tutte. Marcel Duchamp il primo a teorizzare e combattere “l’arte retinica”, l’incontestato “padre” dell’arte concettuale, ben raramente “spiego’ ” un un suo lavoro e leggere ciò che disse o scrisse a proposito del proprio e degli altrui lavori e’ un esercizio altamente raccomandabile a tutti (e sono moltitudine) quegli artisti e critici ammalati di “spiegazionismo”

          ” Dopo la rivoluzione concettuale, dipingere al solo scopo di rappresentare la realtà sarebbe vuoto esercizio”
          …lo divenne già molto prima, praticamente dall’invenzione della fotografia, e se ne rendevano conto molto bene persino gli Impressionisti (..peccato che molti oggi l’abbiano dimenticato ;-) )

          L’ineffabilità è la resa dell’uomo di fronte a ciò che non comprende. Non credo in un’arte che sia aspirazione alla contemplazione dell’indicibile, del divino o del sublime. La traduzione in segno dell’umano sentire è sforzo di comprensione e ansia di perfettibilità: un segno di questo tipo è traducibile nel linguaggio verbale perché è portatore di significato.”
          Tra queste tue affermazioni c’e’ una vaga, sottile incompatibilità o contrasto e questo dipende, forse, dal tuo (e non sei affatto l’unico) utilizzare ed intendere il termine “ineffabile” (termine che ho evitato di usare proprio per non far incorrere chi l’avesse l’etto in questo errore) quale sinonimo di “trascendente” di “sublime” o addirittura di “Divino” e non semplicemente, come ho scritto sopra, ” ció che non sarebbe possibile comunicare in maniera altrettanto opportuna con le parole”.
          Ti faccio un esempio, al di fuori del mondo dell’arte : hai mai ascoltato un’assaggiatore descrivere il gusto ed il profumo di un vino? usa una serie di termini ed aggettivi, a volte pratici, a volte fantasiosi, tutti “evocativi”. Puoi dire, dopo averne ascoltata la descrizione ed anche ammesso che tu sia un esperto di tali termini, di aver “ricevuto” la comunicazione più “opportuna” delle sensazioni gustative ed olfattive cui essa si riferiva? O solo assaggiandolo tu stesso riuscirai finalmente a “comprenderla” appieno? Le parole, per quanto “ad hoc” non sono in grado di far “provare” a te le medesime (o almeno assimilabili) sensazioni di quelle che il discorso tenta di comunicare. Questo e’ uno dei mille casi di “ineffabilita’” che ci si presentano ogni giorno: gusti, profumi, sensazioni, stati d’animo, sentimenti, ideali e molto del pensiero umano più profondo sono , in misura minore o maggiore “ineffabili” e, per tanto, meglio esprimibili e comunicabili con veicolo diverso dalle parole. L’arte e’ uno di tali possibili veicoli, spesso il migliore.
          Altro che “resa dell’uomo di fronte a ciò che non comprende”, piuttosto estensione della sua possibilità di comunicare ciò che ha “compreso”, “sentito”, “visto” , “gustato”, “provato” ma non ha sufficiente bagaglio linguistico per “comunicare opportunamente” ( o efficacemente). E questo per dimenticare “l’universalità” del linguaggio dell’arte che può ed, anzi, deve trascendere le infinite possibili barriere linguistiche.

          • Mi permetto un’ultima considerazione sull’argomento e poi chiudo. A tutti coloro che trovano importante che l’autore “spieghi” il concetto di una sua opera ricordo solo che, facendolo, esso “ruba” molto più di quanto non “dia” : fornendo la “sua spiegazione” (che diventa automaticamente l’unica possibile) depriva gli spettatori (e quindi l’opera stessa) di tutti i possibili significati “altri” che essi avrebbero potuto “scoprirvi” (e che l’opera avrebbe, quindi, potuto veicolare).
            Mi sia consentita una modestissima “autocitazione”. Da molti mesi porto avanti un lavoro su FaceBook : “posto” ogni giorno una foto, scattata in giornata, chiedendo agli “amici” di darle un titolo, dare un’occhiata ai diversi e sempre interessanti “significati” che i vari titoli “forniscono” all’immagine nuda e cruda credo che possa essere, al proposito, piuttosto interessante:
            https://www.facebook.com/media/set/?set=a.107178315959642.12969.100000024219811&type=3

  • Da queste cose capiamo come l’opera (ma parlo di ogni opera anche esterna al piccolo mondo dell’arte) non sia fatta di piombo e rame ma di “luoghi” e “relazioni”. Perchè non siamo difronte ad alcuna qualità, ad alcun valore.

    La sbrodolatura-spiegazione lunghissima è ad un livello più che elementare, più che grossolano. Conosciamo questo lavoro, il lavoro esiste, nella misura in cui viene selezionato attraverso certe relazioni e all’interno di certi luoghi. Tutta la storia dell’europa è legata al lavoro in modo assolutamente banale e prevedibile. E allora molto meglio certi spunti da arte povera 2000 di Micola Assael che questa affanno imbarazzante. Ci si improvvisa storici e archeologi senza urgenze, senza motivazioni alcune.

    C’è una forzatura enorme tra impeto teorico (ma poi a cosa servono questi riferimenti storici???) e formalizzazione finale. Come si fa a parlare di intervista???? Questo è un monologo: perchè la giovane critica NON ha chiesto le urgenze e le motivazioni di questi feticci della guerra fredda??? A cosa servono??? Ad arredare? A ricordare cosa??? Ad accendere le luci? Il punto è ricilcare??? Siamo veramente ridotti così male?

    I giovani artisti sembrano costretti a diventare “giovani indiana jones” alla caccia della citazione più insolita e della forma più in linea con Moussoscope: scienziati, antropologi, ingenieri, storici, economisti improvvisati, che cercano di dare -affannosamente- contenuto al vuoto pneumatico in cui vagano. C’è affanno nella stessa voce dell’artista quasi strozzata in alcuni punti.

    Queste dinamiche vacue sono gravissime e termometro di questo periodo storico: assenza di contenuti, giovani costretti alla retorica e all’arrendevolezza da “paesi per vecchi”, predominio di luoghi e pubbliche relazioni rispetto ai contenuti. Speriamo nel lavoro di Documenta perchè questo è inclassificabile. Tanto più in questo periodo storico.

    LR

  • paoletta

    l’arte ti deve rapire. deve entrarti dentro. tutte queste parole sono superflue e servono solo a dare una spiegazione all’inutilità dell’opera. non ho nulla contro questa artista, ma il lavoro parla da sè. arte che non serve e che non verrà ricordata. ed è un peccato perchè di grandi artisti che non hanno forse mai varcato i confini solo perchè non hanno i giusti contatti ce ne sono moltissimi. che ti arrivano al cuore senza parlare.

    • oblomov

      paoletta, ha ragione, se è solo questione di “contatti” allora non facciamo tanto cine se una o uno è “invitato” in un posto…si sa..non è chiaro con che criterio vengano fatti gli inviti e…allora la cosa stessa dovrebbe perder peso…sbattiamocene un po’ di manifesta e documenta ecc ecc

  • ROSSELLA JONES
    E LA CENTRALE MALEDETTA

    Da queste cose capiamo come l’opera (ma parlo di ogni opera anche esterna al piccolo mondo dell’arte) non sia fatta di piombo e rame ma di “luoghi” e “relazioni”. Solo “luogo” e “relazioni” possono giustificare la selezione di questo lavoro per Manifesta (e quindi le relazioni e i luoghi di cui l’artista ha potuto godere, se vogliamo il curriculum vitae).

    La sbrodolatura-spiegazione risulta grossolana e gratuita nelle sue motivazioni.
    Conosciamo questo lavoro, il lavoro esiste, nella misura in cui viene selezionato attraverso certe relazioni e all’interno di certi luoghi. Tutta la storiella dell’Europa è legata al lavoro in modo assolutamente banale e prevedibile, tanto che risulta invisibile. E allora molto meglio certi spunti da arte povera 2000 di Micol Assael rispetto a questo affanno imbarazzante. Ci si improvvisa storici e archeologi senza urgenze, senza motivazioni alcune. Mentre nelle scelte e nei materiali ci si ritrova nostalgicamente arenati negli anni 60-70.

    C’è una forzatura enorme tra impeto teorico (ma poi a cosa servono questi riferimenti storici???) e formalizzazione finale. Come si fa a parlare di intervista???? Questo è un monologo: perchè la giovane critica NON ha chiesto le urgenze e le motivazioni di questi feticci della guerra fredda??? A cosa servono??? Ad arredare? A ricordare cosa??? Ad accendere le luci? Il punto è ricilcare??? Ricordare cosa? In questo modo? Perchè? La memoria è ben presente a tutti, ma nessuno agisce di conseguenza. Ma in questo caso memoria di cosa???

    Il giovane artista sembra costretto a diventare il “giovane indiana jones” alla caccia della citazione più insolita e della forma più in linea con Moussoscope: scienziati, antropologi, ingenieri, storici, economisti improvvisati, che cercano di dare -affannosamente- contenuto al vuoto in cui vagano. C’è affanno nella stessa voce dell’artista quasi strozzata in alcuni punti.

    Queste dinamiche vacue sono gravissime e termometro di questo periodo storico: assenza di contenuti, giovani costretti alla retorica e all’arrendevolezza da “paesi per vecchi”, predominio di luoghi e pubbliche relazioni su ogni altro aspetto. Speriamo nel lavoro di Documenta perchè questo è inclassificabile. Tanto più in questo periodo storico.

    LR

    • Giacomo Renzi

      Caro Luca,

      sono d’accordo con te. Ma basterebbe semplicemente dire che, come d’altronde mostra anche la biennale di berlino, la gran parte del sistema curatoriale oggi per arte intende un contenuto corretto (banale come ben dici) che viene confezionato in forme che non sono più che citazioni. Qui le soluzioni di Carl André vengono applicata senza minima evoluzione per scopi illustrativi.
      In questa mentalità da piccolo borgese l’arte si trova sotto processo da parte di una specie di funzionalismo moralistico mediatico.

      Giacomo

    • Bravo Luca, hai colto perfettamente la questione. Oh, il bello è che questa grande artista lo scorso anno aveva rifiutato sdegnosamente – seguita da un’ampia e inusuale copertura mediatica – l’invito al Padiglione Italia di quel lazzarone di Sgarbi ……..ma evidentemente se già sai che rappresentarai l’Italia a Documenta ………

  • Peccato non si vedano i volti ne’ della Grandini ne’ della Biscotti…sarebbe interessante vederle mentre una dice all’altra: hai fatto shopping, oggi? Sì, “…ho comperato all’asta 3 tonnellate di piombo e 500 chili di rame…”.

    Ed ancora più interessante, sarebbe stata l’espressione del banditore d’asta: “..sono 3 tonnellate e un po’….che faccio, lascio…? “.

    Ma dopo averli comperati, glieli hanno incartati?

  • andrea bruciati

    pienamente condivisibili le affermazioni di Luciano Gerini (ore 18.30)

  • Matteo Verdi

    Il problema è evidente, questo lavoro, formalmente identico a De Maria, potrebbe essere di chiunque si rifà oggi agli anni ’70 e cioè di un’infinità di altri artisti. Il vero dramma è che la Biscotti un giorno pagherà molto cara la miopia dei critici e curatori che ora la sostengono, perché con questo tipo di lavoro presto scomparirà, come abbiamo visto scomparire mille altre promesse italiane invitate a destra e manca manco fossero il Papa. Bisognerebbe che i critici che sostengono un arista si facciano avanti pubblicamente a difendere un lavoro insostenibile come questo, che giustamente viene attaccato. Che se ne assumano la responsabilità, a cominciare dai curatori mediocri di Manifesta, per finire con la direttrice di Documenta. Possibile che in Italia non c’era di meglio?!

    Matteo Verdi

  • Sto leggendo “1972 arte povera a Torino” di Mirella Bandini, una serie di interviste realizzate ai protagonisti del movimento che avevavo all’epoca più o meno la stessa età di Rossessa Biscotti. Senza fare qui agiografie, ne esce un immagine viva di quel periodo, in cui l’essere artista vuol dire essere portatore di grandi istanze, ma anche di complessi analisi (il rapporto con il tempo, il processo cretivo, il confronto con la realtà).
    Insomma niente delle storielle che qui si sentono, che paiono parole prese dalle visite guidate delle mostre di Goldin. Non critico l’opera della Biscotti che non ho visto di persona, ma il mondo dell’arte, di critici “de sinistra”, di collezionisti 60-70enni che la sostiene, nonostante tutto…

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte Sui Generis)

      E’ ormai provato che tanti notabili critici-cicisbei sono la rovina dell’arte.

  • Non mi starei a perdere in questa sede su discussioni rispetto al sublime e l’ineffabile. L’opera della Biscotti a Manifesta è l’ennesimo sintomo grave (molto grave) di una situazione che si protrae da tempo, che si contorce e che si cerca di tenere sotto al tappeto. Aspettiamo Documenta ma temo che il livello non cambierà. E non si tratta di ARTE, perchè l’arte è la cartina tornasole di quello che capita intorno.

    Questi curatori e critici che continuano a selezionare “a caso” per comporre il LORO film, la loro opera, prima o poi dovranno fare i conti con questa situazione di vuoto. La Biscotti è la prima vittima di questo: perchè dalle sue stesse parole, da quella voce strozzata e affannata nel giustificare la sua opera, si capisce che non ci crede neanche lei a quello che fa. Che vita è? Continuare a prendere in giro gli altri e se stessi?

    Una critica è sempre limitata dal testo, la bravura sta nel renderla al meglio nel “testo”. In questo caso: cosa spinge una giovane donna cosmopolita di tren’anni ad andare ad un ‘asta di una centrale nucleare chiusa e comprare non so quante tonnellate di piombo e rame? A suo parere questa azione ha valore. L’opera in mostra è la testimone di questa azione di valore. Anche lasciando stare la resa formale “arte povera anni sessanta” (una certa retorica del passato diventa sintomaticamente contenuto per giovani arrendevoli in un paese per vecchi) dove sta il valore di questa attività di riciclaggio? Perchè non usare il parquet di casa Biscotti a Molfetta o i materassi della “casa chiusa” che a Saigon operava durante la guerra del Vietnam?

    Ma per un testo più puntuale invito a “Rossella Jones e la Centrale Maledetta” su whitehouse.

    LR

  • @Luciano: hai ragione quando dici che rischiamo di fare discorsi paralleli e solo apparentemente contrari. Mi sembri fin troppo sensibile al fascino della parola (dai l’impressione di essere lettore e ascoltatore attento, oltre che acuto commentatore) per sminuirne così apertamente l’importanza. Ovviamente ogni operazione di traduzione comporta una perdita. Nessun testo potrà trasmettere l’intero universo semantico che si cela dietro un’immagine, ma di sicuro offrirà al pubblico e agli artisti spunti di crescita intellettuale. Leggere una poesia in traduzione non restituirà mai pienamente la ricchezza dei versi nella lingua originale, ma dovremmo smettere di tradurre poesia? Inoltre il processo di transcodifica è anche prova della pregnanza semantica: quanti bluff si celano dietro vaghi aloni di ineffabilità! Per fortuna qui si discute e c’è spazio per la parola, anche per divagare sui temi del sublime…
    Concludo con una domanda. A tuo parere oggi nel mondo dell’arte ci sono più malati di “spegazionismo” (per usare la tua espressione) o di approssimazione? A me sembra che prevalga la tendenza ad analisi superficiali e inconsistenti, piuttosto che la volontà di innalzare il livello del dibattito culturale. Per questo mi sembra opportuno insistere sul valore della parola.

    • Caro Vincenzo, credimi io ho la massima considerazione per il valore della parola e sono un appassionato lettore, anche e soprattutto, di critica d’arte, (possibilmente di buona critica d’arte (anche se e’ sempre più difficile trovarne) e di testi di artisti. Quando parlo di ineffabilità, e’ forse opportuno che lo precisi. non penso tanto ad una “carenza” o “povertà” e, men che meno, ad una “inferiorità” del “linguaggio delle parole” quanto a tutto quel vasto campo di polisignifcati a volte contraddittori a volte connessi solo da assonanze ed associazioni o semplicemente da coincidenze (spesso del tutto casuali e personali), che s’intrecciano e si valorizzano a vicenda che caratterizza il mondo, come ho già scritto, di ” gusti, profumi, sensazioni, stati d’animo, sentimenti, ideali e molto del pensiero umano più profondo” e non solo.
      Penso anche a tutti i significati soggettivi che un’opera d’arte trova nel suo spettatore. Ma, soprattutto, penso alla “economicità” ed immediatezza della comunicazione “visiva” (ma sarebbe meglio dire “altra” perché ovviamente dobbiamo comprendervi anche la musica e la poesia, il gesto e persino “la parola” quando, come in molta arte concettuale, essa vine usata, appunto, in modalità “altra” rispetto alla sua naturale) .
      Per comprenderci bene, quando sostengo “la comunicazione dell’ineffabile” non nego affatto che tale comunicazione non potesse essere (almeno a certe condizioni) prodotta tramite la parola ma penso piuttosto al fatto che la parola avrebbe, probabilmente, dovuto dilungarsi e complicarsi e diventare ridondante per raggiungere lo scopo e, sia chiaro, pleonasmo e ridondanza sono due possibili, a volte validissimi, media anche nell’espressione artistica.
      Vorrei farti l’esempio di un’opera che amo molto ” Ulysses di J. Joyce : per avvicinarsi ad una possibile comunicazione del “colloquio interno” che si svolge nella mente di pochissimi personaggi (in realtà quasi solo di due) nell’arco di sole 24 ore sono occorse all’autore più’ di mille (per altro splendide) difficilissime pagine di testo cui, un preparato ed assiduo lettore, deve dedicare almeno una buona settimana di attenta lettura. Ci sono opere d’arte visuale che riescono in una tale comunicazione quasi d’acchito, penso a molte opere di Marc Chagall, a certe serie fotografiche di H. Cartier Bresson, o comunque in tempi molto più’ contenuti, ma con una enorme maggior ricchezza di “stimoli”, a certi video come gli episodi di Cremaster di Mattew Barney, o “the Clock” di Marcley, ad esempio. ( sono esempi che mi vengono a mente al momento ma ve ne potrebbero essere certo di migliori e, ciascuno di noi, potrebbe trovarne altri a lui più graditi).
      Credo che ti sia perfettamente chiaro che quanto ho detto non significa assolutamente che io pensi che il lavoro di Joyce sia “inutile”, “superato”, “obsoleto”, anzi, lo ribadisco, e’ per me uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale!!! Quel che dico e’, invece, che “la comunicazione dell’ineffabile (e, per intenderci, per me Ulysses e’ “comunicazione di ineffabile”) può, a volte, trovare veicoli di maggior immediatezza ed anche (e forse) di eguale efficacia e spesso di più’ universale comprensibilità.
      Questo dimenticando quanto ho già scritto a proposito della capacita’, da parte del linguaggio artistico, di veicolare simultaneamente comunicazioni affatto diverse a seconda del “ricettore”. Certo la critica o il “discorso” dell’autore mi potranno poi “arricchire” e fornire ulteriori motivi di riflessione ma, ti confesso che, se appena mi e’ possibile (intendo dire, per esempio, in relazione a tutti i “lavori nuovi”), prima vado a vedermi (o ascoltarmi) i lavori e solo dopo, meglio qualche giorno dopo, mi leggo critiche e statements dell’autore … e magari poi torno a rivisitare l’opera.
      Per rispondere, infine, alla tua domanda ti dirò che ritengo che “spiegazionisti” e “approssimativi” (e peggio ancora i “pseudo-psico-filosofic-intelletual-gergali”) non siano categorie separate ma spesso si confondano e si sovrappongano e sempre, almeno in parte, si identifichino… e quel che e’ peggio siano “moltitudine”

  • L’opera della Biscotti a Manifesta è l’ennesimo sintomo grave (molto grave) di una situazione che si protrae da tempo, che si contorce e che si cerca di tenere sotto al tappeto. Aspettiamo Documenta ma temo che il livello non cambierà. E non si tratta di ARTE, perchè l’arte è la cartina tornasole di quello che capita intorno.

    Curatori e critici che continuano a selezionare “a caso” per comporre il LORO film, la loro opera, prima o poi dovranno fare i conti con questa situazione di vuoto. La Biscotti è la prima vittima di questo: perchè dalle sue stesse parole, da quella voce strozzata e affannata nel giustificare la sua opera, si capisce che non ci crede neanche lei a quello che fa. E come potrebbe essere diversamente?? L’opera nasce gratuitamente attraverso un superficiale retorica del passato: prendo un fatto passato e lo formalizzo con un feticcio di quel fatto.. Perchè? Non esiste urgenza, non esite un contenuto che non sia quello di proporre gadget di un immaginario di guerra fredda, gadget per film (vedi La talpa). E non stupisce perchè le grandi mostre sembrano luna park per adulti pseudointellettuali. A quando le mutande di Lenin o il reggiseno di Hannah Arendt???

    Una critica è sempre limitata dal testo, la bravura sta nel renderla al meglio nel “testo”. In questo caso: cosa spinge una giovane donna cosmopolita di tren’anni ad andare ad un ‘asta di una centrale nucleare chiusa e comprare non so quante tonnellate di piombo e rame? A suo parere questa azione ha valore. L’opera in mostra è la testimone di questa azione di valore. Anche lasciando stare la resa formale “arte povera anni sessanta” (una certa retorica del passato diventa sintomaticamente contenuto per giovani arrendevoli in un paese per vecchi) dove sta il valore di questa attività di riciclaggio? Perchè non usare il parquet di casa Biscotti a Molfetta o i materassi della “casa chiusa” che a Saigon operava durante la guerra del Vietnam?

    Ma per un testo più puntuale invito a “Rossella Jones e la Centrale Maledetta” su whitehouse.

    LR

  • hecco

    E’ importante questa “intervista”, perchè permette a molti di comprendere quanto sia modesta questa ricerca. Direi piatta. Ho cercato Biscotti nella lista di Documenta ma non l’ho trovata, ma partecipa alla sezione principale? Riguardo i critici, francamente, c’è anche da dire qualcosa… che tristezza che mi fanno questi piccoletti…

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte Sui Generis)

      Questi “piccoletti”, ovvero: : critici-curatori- cicisbei che si pronunciano sugli “artisti” e sulle cose contemporanee, (quasi con un’autorità incontrovertibile) sono i nuovi preti dell’ odierno Olimpo dell’Arte. Solo essi sono ammessi nei musei-mausolei, nelle gallerie, fiere, salotti buoni etc. Tutto il resto non esiste…

      Contraddirli è un’eresia. Da un pezzo si sono messi in testa di spiegarci cose che già sappiamo: i feticci d’allevamento…, per farceli apparire come autentiche “opere d’arte”. Ma l’esperto è nudo!

  • Ecco il terziario ipervanzato (quello legato ai linguaggi estetici) generare un nuovo medium: un’opera espansa in cui l’artista e il suo lavoro, il pezzo di sistema dell’arte che lo supporta/critica/commenta e i vari media (estetici e tecnologici) coinvolti si fondono in un’unità nella quale la parte ‘artistica’ NON risulta essere la più rilevante.

    Un’opera derivativa, banale e iperconcettuale; un’intervista-monologo-performance più simile ad un’interrogazione scolastica (che non sta andando bene) che non ad un discorso intellettuale; il taglio critico (NB: non pervenuto) dei curatori che hanno selezionato l’artista e il lavoro; il commento del web e la chiacchiera del pubblico; i vari media coinvolti che divengono essi stessi parte dell’ ‘opera’ (più significativi intervista e commenti che non le lastre di metallo) – tutti questi elementi, singolarmente inefficaci, formano un insieme che risulta maggiore della somma delle singole parti.

    Come non notare la capacità di una tale ‘opera’ di far nascere un vero e proprio teatro dell’assurdo in cui ad alcune fondatissime perplessità critiche il resto del ‘pubblico’ reagisce disquisendo sterilmente sui concetti di parola e linguaggio, di sublime ed ineffabile.
    Questo paese si compiace di correre verso il disastro focalizzandosi sempre su un qualcosa di ‘altro’. Evidentemente in ogni italiano ‘colto’ si nasconde l’aspirazione ad impersonare – non ad essere – l’Umberto Eco del palazzo.

    http://www.facebook.com/SpaziDocili

  • Marco

    Ho visto Manifesta 13 : la mostra più brutta mai fatta nella storia dell’arte contemporanea ! mostra da baraccone d’avanspettacolo, artisti mediocri curatori mediocri, improbabili remake e dejà vu ! Per me è stata un’esperienza terrificante.
    Poi sono andato a Londra alla Hayward Gallery, per « Invisible: Art about the Unseen 1957 – 2012 » e mi sono riconciliato con l’arte.

  • In riferimento al lavoro di Rossella Biscotti:

    Quando nostalgia fa rima con idiozia

    Ultimamente moltissimi giovani artisti fanno sistematico riferimento alla storia e al passato. Assistiamo ad un vero feticismo della citazione: peschiamo da wikipedia e formalizziamo come vuole la moda, sfogliando le fanzine giovanilistische Mousse e Kaleidoscope. La tecnica è quella di lavorare su immaginari accattivanti, esattamente come fa il cinema o la letteratura. E’ come se il giovane artista dovesse riempire ostinatamente un vuoto, o voler fare a tutti i costi l’artista. La citazione del passato fornisce un contenuto sicuro, spesso non criticabile e che permette di formalizzare in mille modi accattivanti: i calchi dell’aula bunker, le sculture e le facce divalolesche dei babilonesi, il rame e il piombo della centrale nucleare dismessa, le dimensioni della cella di aldo moro, riferimenti all’occultismo e alle donne barbute, riferimenti alla psicologia incrociati con immaginari di inizio secolo, recupero delle lettere degli anarchici, recupero della giornale di quel giorno del 1966, ecc. ecc. Giovani Indiana Jones scatenati che, come fossero nel fast food della storia, imbarcano citazioni e riferimenti con la stessa facilità e leggerezza con cui postano su Facebook. Costoro non hanno alcuna preparazione specifica, sola una conoscenza dozzinale da fast food; semmai assorbita leggendo qualche libro trovato in qualche mercatino dell’antiquariato mentre passano giornate tra Berlino e Amsterdam mantenuti dalla benemerita Nonni Genitori Foundation. Una nostalgia del passato che diventa idiozia, che diventa quasi una retorica per essere accettati da un paese per vecchi, da un occidente per vecchi. E’ come se questi giovani venissero pagati per il loro silenzio e la loro arrendevolezza dalla Nonni Genitori Foundation che trova le sue radici negli stessi periodi storici spesso esaltati dalle opere di questi giovani. Una “generazione nulla”, come la definisce Jerry Saltz in un recente Flash Art, che si lamenta sistematicamente per “un mondo che fa schifo” ma che poi non riesce a fare nulla e che procede nel più banale individualismo opportunista. Dall’italia molti scappano come eterni Peter Pan, sospesi tra una residenza d’artista e quell’altra, ma sempre impegnati a riempire ostinatamente quel vuoto con qualcosa che possa risolvere il loro disagio. Se il presente è deludente e il futuro incerto, non ci resta che esaltare il passato; quel passato che ad un’analisi superficiale appare mitico e portatore di valori sani e primari. Costoro non scappano solo dall’italia schiacciati da esterofilia e complessi di inferiorità, ma scappano anche da un presente e da un futuro che non sanno e che non vogliono risolvere. Tutto andrà bene fino a quando potranno lavorare bene di pubbliche relazioni e fino a quando la Nonni Genitori Foundation continuerà a pagare. Dopodichè, forse, costoro cresceranno.