Virginia Ryan – Emersioni

Perugia - 13/11/2014 : 30/11/2014

Virginia Ryan impronta da sempre il proprio lavoro su ciò che sotto la superficie “liquida” del sapere globalizzato ancora individua e nel contempo unisce culture e storie geograficamente lontane sul principio di profondi simboli ancestrali largamente condivisi. Di qui il titolo della mostra Emersioni.

Informazioni

Comunicato stampa

Nata in Australia, ma cittadina del mondo e da quindici anni attiva ad Accra, nel Ghana, e ad Abidjan, in Costa d’Avorio, Virginia Ryan impronta da sempre il proprio lavoro su ciò che sotto la superficie “liquida” del sapere globalizzato ancora individua e nel contempo unisce culture e storie geograficamente lontane sul principio di profondi simboli ancestrali largamente condivisi

Di qui il titolo della mostra Emersioni, appunto, dove Ryan presenta per la prima volta a Perugia l’istallazione “Surfacing”, accompagnata dal video “Liminal”, già esposta con successo alla Fondazione Museo Pino Pascali, al Museo Archeologico di Arezzo nella rassegna “Icastica” (2013) e solo in parte a Freemocco (Deruta), ed il gruppo scultoreo ancora inedito “Ghosts” affiancato dal lavoro che concettualmente lo precede “Topographies of the Dark/1” del 2004/2008. Il titolo Emersioni intende annunciare la duplicità di senso del lavoro di Ryan nell’aspetto propriamente fisico di ciò che emerge dalle acque e le acque restituiscono e nell’aspetto metaforico di ciò che dai più antichi simboli ancestrali emerge nella “liquidità” dei miti del presente. Dall’acqua, come mare, elemento d’origine e distruzione con cui l’uomo ovunque e sempre si confronta trovandovi le proprie metafore esistenziali più intense, emergono le sette sculture di “Surfacing”, realizzate in ferro ed hair exstensions, ritraduzione del mito di Mami Wata, dall’inglese Mammy Water con cui i colonizzatori chiamavano le immagini di una divinità mezza donna e mezza pesce delle popolazioni costiere dell’Africa Occidentale, ancora particolarmente presente in Ghana ed eccezionalmente sovrapponibile, nella sua ambivalenza di potenza seduttiva creatrice quanto distruttiva, al mito mediterraneo della sirena il cui dolce canto stregava i naviganti. In quello stesso mare, che è elemento e mito ancestrale, scarichiamo i nostri rifiuti, perdiamo oggetti anche cari, lembi di storia personale che l’acqua a volte restituisce come presenza/assenza spogliata del contingente. Raccolti con cura, questi oggetti formano i due “Ghosts”, colossali totem assemblati con pezzi di ciabattine, pettinini, braccia e gambe di bambole, galleggianti per reti da pesca, recuperati fra il 2010 ed il 2011 nella laguna di Abidjan. Il loro inquietante volume di anonimi residui umani, tanto simili a quelli che potrebbero affollare le spiagge italiane, come la sirena, canta del nostro passare, del navigare per navigare o in cerca di nuove terre di speranza, dell’acqua che accoglie, cela e restituisce la materia dei nostri giorni, infine del silenzio in cui riposano povere scarpe di fortuna, sedimentate come orme in rilievo di infinite e incessanti migrazioni (“Topographies of the Dark/1”).

Virginia Ryan (www.virginiaryan.com) e' rappresentata dalla Galerie Cécile Fakhoury (Abidjan),e Galleria Montoro 12 (Roma)