Alla ricerca del tempo venduto/il tempo violentato

Noto - 10/09/2011 : 02/10/2011

Munzone crea installazioni con oggetti del quotidiano che decontestualizza per dare loro un significato diverso. Protasi utilizza invece la pittura, graffiando e squarciando la tela.

Informazioni

Comunicato stampa

La mostra di Adriana Protasi e Alex Munzone, a cura di Fiorella Fiore, con il coordinamento di Vincenzo Medica, sarà inaugurata Sabato 10 Settembre alle ore 18.30 presso il Centro di NOTOrietà (ex Collegio dei Gesuiti) a Noto.

Lo scopo dell’arte contemporanea, prima di piacere, prima di essere mera bellezza o emozione, è quello di interpretare la realtà, diventare un mezzo per riflettere sul presente e a volte essere anche una finestra sul futuro

Utilizzando una frase d’effetto, in un’epoca in cui siamo gravati dal così detto “bombardamento mediatico”, e in cui la civiltà dell’immagine ha ormai preso il posto di quella del pensiero, il valore della memoria, pure così accessibile attraverso i più disparati supporti, scompare, giorno dopo giorno. Il ricordo diventa flebile, perché viene a mancare lo sforzo del voler ricordare, del voler interrogare il tempo, di abbandonarsi alla sospensione della riflessione. Alex Munzone ed Adriana Protasi interpretano questo aspetto della nostra contemporaneità, ciascuno secondo il proprio stile.

Alex Munzone nelle sue installazioni utilizza gli oggetti del nostro comune vivere quotidiano e, decontestualizzandoli, li pone in una dimensione altra, dando loro un significato completamente diverso. L’approccio metodologico ricorda il Ready-made di Duchamp privato, però, di quella componente sarcastica che intendeva far arte, irridendola. Lo scopo qui è differente: facendo interagire tra di loro oggetti quanto mai diversi, egli dà origine ad ossimori che, reinterpretando la realtà, creano una dimensione di riflessione morale. Lo spazio viene delimitato da una “corda chiusa” che vibra in differenti modi, tutti diversi rispetto a quanto siamo abituati a percepire dal singolo oggetto. L’opera, interagendo con lo sguardo di chi la osserva, permette la creazione di una molteplicità di livelli di lettura ogni volta diversi, perché diverso ogni volta lo sguardo che vi si posa, permettendo così un continuo rinnovamento del significato originario.

Adriana Protasi, invece, utilizza un linguaggio differente, che trasla la tradizionale espressione pittorica. Ella squarcia la tela, la graffia, la fa vivere di ferite reali e tangibili che si mescolano ad un colore materico in cui dominano i toni grigi e in cui spiccano i neri e i rossi, sanguigni, violenti. Adriana non cede terreno alla delicatezza di toni sussurrati, grida il disagio di un’epoca attraverso un colore e delle forme intense ed aspre, che ricordano George Grosz, l’art brut di Debuffet (abbandonando la sua innocenza infantile), i muri di Antoni Tapies. Facendo proprio il linguaggio del grande Informale, rende l’immanenza della materia come presenza del reale, in opere che non rifiutano la forma, come accadde allora, ma la deformano, la “abbrutiscono” quasi, per renderla uno specchio della nostra contemporaneità.

Questi due artisti, pur nella loro diversità, perseguono lo stesso scopo: invitare lo spettatore a soffermarsi su queste opere, andando al di là di uno sguardo superficiale che superi la difficoltà di una lettura non immediata. Esse sapranno mostrarsi in tutta la loro intensità solo a chi saprà guardarle con attenzione, dedicando loro quel tempo quotidianamente venduto e violentato, ora infine recuperato nella sua essenza.
(Fiorella Fiore)