Biennale di Lione: l’arte racconta il mondo

Più collettiva che mostra curatoriale, l’edizione di Gunnar B. Kvaran individua le strutture narrative che innervano l’arte contemporanea: spunti di cronaca, politici, storici e poetici declinati nelle opere di big e giovani proposte. È la 12. Biennale di Lione, allestita sino al 5 gennaio.

Biennale di Lione 2013 - Yang Zheng Zhong
Biennale di Lione 2013 - Yang Zheng Zhong

Il tema scelto dal curatore Gunnar B. Kvaran è di per sé rischioso: la narrazione è di norma nemica dell’arte visiva, che per sua struttura si affida alla sintesi anche nelle sue forme più composite. Ma le “strutture narrative” individuate da Kvaran partono da spunti di cronaca, storici, politici, poetici, riferimenti ampi che lasciano spazio all’autonomia del linguaggio e all’interpretazione dello spettatore. E il rischio della didascalicità è dunque sventato.
Va detto piuttosto che, anche a causa dell’alternanza degli spunti narrativi più disparati, il risultato somiglia più a un’ampia collettiva dal labile filo conduttore che a una mostra curatoriale, mentre nella biennale di due anni fa Victoria Noorthorn riuscì a delineare una visione precisa e innovativa dell’arte e del mondo.
Meglio allora concentrarsi sulle singole opere, alcune di rilievo e spettacolari, suddivise in cinque sedi. Predomina l’installazione. Ma si tratta di un concetto più ampio di installazione rispetto a quello antimonumentale e di recupero: qui si tratta per lo più di gigantesche “tecniche miste” che interagiscono con lo spazio (molti lavori sono prodotte ex novo, d’altronde). Ogni opera è contestualizzata da una frase dell’artista, che spiega qual è lo spunto “narrativo” dell’opera.

Biennale di Lione 2013 - Errï
Biennale di Lione 2013 – Errï

Alla Sucrière apre le danze Dan Colen con un macabro divertissement su Wile E. Coyote. L’installazione più imponente è quella di Fabrice Hyber, ma la parte del leone finisce per farla Errò, straordinario nel simulare il fumetto con una pittura raffinatissima che commenta i destini del mondo tra Bush, Saddam e Bin Laden. Potente per dimensioni e forza è la pittura di Thiago Matrins de Melo, acutamente ironica l’installazione dei Made in Company (sotto teca, sono raggruppate immagini dall’arte antica ai riti religiosi alla cultura popolare, accomunate dallo stesso gesto); mentre Yoko Ono distribuisce spillette raffiguranti seni e vagine, che inneggiano alle madri e forse ironizzano sul complesso di Edipo. Tre installazioni interessanti sono quelle di Karl Haendel, che parte dalla strage di Denver alla prima di Batman per descrivere il lato oscuro degli Stati Uniti; quella di Ed Fornieles, una diabolica cameretta di un’adolescente chiamata Britney; e quella di Margaret Lee & Michele Abeles, che giocano con minimalismo e design d’interni. Mentre delude l’opera inedita di Laure Prouvost, che pecca di pretenziosità e sfocia nella confusione.
Al MAC, l’altra sezione principale si apre con due film di Alain Robbe-Grillet e prosegue con gli spunti narrativi più diversi: la vittoria di Tommie Smith alle Olimpiadi del 1968 nell’opera di Glenn Kaino, fugaci incontri veneziani per le stanze di Lili Reynaud-Dewar, con un letto sporcato da eruzioni di schiuma, la storia dell’arte nell’archivio patafisico di Gustavo Speridiao, le pratiche sadomaso gay per Bjarne Melgaard. Qui sono esposti alcuni grandi nomi come Gober, Koons, Barney (l’alternanza di giovani proposte e di big è un segno distintivo della Biennale di Kvaran); ma le opere migliori sono forse la pittura che decostruisce la street art di Paulo Nimer Pjota (autore anche di un murale sulla facciata della Sucrière) e il ciclo pittorico su nazionalismo e colonialismo di Meleko Mokgosi.

Biennale di Lione 2013 - Tom Sachs
Biennale di Lione 2013 – Tom Sachs

Alla Fondazione Bullukian sono in mostra le fotografie di Roe Ethridge, autore anche della bella campagna di comunicazione della Biennale, e di nuovo Yoko Ono, che trasmette su un display frasi inviate dal pubblico tramite Twitter.
Infine, due sedi che sono una sorpresa in sé, sulle colline sopra la vecchia Lione: la chiesa di Saint-Just, invasa dalle opere di Tom Sachs, spettacolari ma forse ormai fuori tempo nel voler essere dissacranti, e la Chaufferie de l’Antiquaille, ex centrale termica che accoglie un video e un’enorme installazione di casse audio che emettono sinfonie e distorsioni, entrambi di Zhang Ding.

Stefano Castelli

Lione // fino al 5 gennaio 2014
12. Biennale de Lyon – Entretemps… brusquement, et ensuite
a cura di Gunnar B. Kvaran
LA SUCRIÈRE
MAC
FONDATION BULLUKIAN
CHIESA DI SAINT-JUST
CHAUFFERIE DE L’ANTIQUAILLE
[email protected]
www.biennaledelyon.com

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.