Burriana / 2. Viaggio in Italia sulle tracce di Alberto Burri. A Perugia, fra il Grande Nero della Rocca Paolina e le memorie dell’incontro magico con Beuys

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Manifesti di Umbria Jazz 2015

Manifesti di Umbria Jazz 2015

 

Siamo in agosto, tempo di vacanze e di viaggi. E allora anche Artribune ha deciso di raccontarvi un viaggio: ma non uno qualsiasi, bensì – onorando la propria “ragione sociale” – uno ad alta caratura artistica. Con la nostra Antonella Crippa seguiamo dunque un tour d’Italia sulle tracce del grande Alberto Burri, nel centenario della nascita. Da Milano a Perugia, fino a Gibellina, una serie di news per raccontare luoghi, opere, musei, persone, sensazioni legate all’artista umbro, sempre con parole e immagini…

13 agosto, Perugia. Sono nello splendido capoluogo umbro; potrei camminare per ore nelle strade su cui si affacciano i candidi palazzi trecenteschi; potrei attardarmi in sale silenziose di fronte a Beato Angelico, Piero della Francesca e Perugino; potrei immergermi in pozzi etruschi e rimanere a guardare il tramonto al Tempio di Sant’Angelo, tutta la città ai miei piedi. Ma allora perché mi ostino nell’antro cupo e umido della Rocca Paolina, davanti al “totem” di Alberto Burri, il Grande Nero del 1980? Perché Burri aveva un legame stretto con Perugia. Aveva frequentato il Liceo Classico Annibale Mariotti, si era laureato in Medicina, e, soprattutto, era un tifoso della sua squadra di calcio! Il Grande Nero è nei sotterranei, nello spazio della “mobilità alternativa”, il sistema di scale che collegano la stazione ferroviaria e il terminale degli autobus al centro della città. Una scarsa illuminazione, una piccola targa in bronzo ai suoi piedi, il Grande Nero sfida i passanti. Secondo il mio ospite: “il 90% dei miei concittadini non sa cosa sia“. Esagera. Su TripAdvisor, 4 (!) recensioni lo definiscono misterioso, inquietante, nascosto, unico.

Alberto Burri, Grande Nero, 1980, Perugia

Alberto Burri, Grande Nero, 1980, Perugia

È un parallelepipedo in ferro alto più di cinque metri alla cui sommità c’è il tipico elemento a forma semi circolare che ruota su se stesso. Ha la maestosità e l’eleganza di certe installazioni di Richard Serra e possiede la forza arcaica di un moloch; se la Rocca non fosse usata come un sottopasso, il luogo esalterebbe il suo fascino pre-storico. Faceva parte del ciclo Orsanmichele del 1980, composto da nove pitture e questa scultura, creato per l’omonima Fabbrica di Firenze. Fu donata dall’artista in sostituzione del Grande Nero R.P. o Grande Ferro (ora a Palazzo Albizzini di Città di Castello) allestito in occasione del celeberrimo evento del 3 aprile 1980 organizzato da Italo Tomassoni, Beuys-Burri, un confronto tra due poetiche apparentemente antitetiche, in realtà intimamente connesse. Mi sembra di vederli, i due mostri sacri del secondo Novecento: lo sciamano tedesco davanti a sei lavagne che illustravano le sue idee sul rapporto tra uomo e natura come fonte inesauribile di ogni energia vitale; l’italiano tutto d’un pezzo, ieratico e muto, che comunicava attraverso l’opera. In rete si trovano molti appelli che ne chiedono la valorizzazione. Marina Bon di Valsassina, responsabile del servizio musei per il Comune di Perugia, mi dice: “Il progetto di restauro del Grande Nero è attualmente in via di completamento e sarà portato a termine entro la fine dell’anno in corso. Si tratta di un progetto di manutenzione ordinaria dell’opera, che non ha bisogno – per fortuna – di un vero e proprio restauro ma di una semplice ripulitura. Con l’occasione verrà risistemata anche l’area di contorno“.
Per ora l’opera è un gigante in letargo, sordo all’estenuante ronzio delle scale. Le lavagne di Beuys nel 2003 hanno trovato posto a Palazzo della Penna – in questi giorni è allestita anche una mostra sulla Collezione Panza di Biumo – dove trovo una milonga che fa vivere il museo di notte, con coppie che ballano concentratissime il tango, una piacevole sorpresa considerato l’abituale tasso di vitalità dei musei italiani. Questa città e la musica vanno a braccetto. Qualche settimana fa circolavano ancora i manifesti di Umbria Jazz 2015 realizzati utilizzando tre soggetti del ciclo Sestante del 1989, un’esplosione di colore. Del resto, come si fa a nascere vicino ad Assisi, dove Giotto ha riscoperto che il cielo era blu, e rimanere insensibile ai colori? Avrei voluto chiederlo a Mario Draghi che ho incontrato nella Basilica inferiore, ma ho preferito non distrarlo dalle spinose questioni europee…

– Antonella Crippa

 

 

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