Intervista allo stilista Giuseppe Di Morabito. Una ricerca tra storia dell’arte e tecnologia
Per Giuseppe Di Morabito mito e cultura convivono negli abiti, intesi come sculture viventi e che piacciono alle star. Lo stilista ci ha raccontato il suo lavoro tra ispirazioni, manualità e successi
Per capire la moda di Giuseppe Di Morabito (Molochio, 1992) bisogna partire dalla Calabria, malgrado lo stilista l’abbia lasciata a 17 anni. Una terra che per molto tempo ha pensato di essersi messo alle spalle e che invece, crescendo, ha riconosciuto come una parte fondamentale della propria identità. Nei paesaggi, nei colori, nel mare e nella luce, ma soprattutto nelle persone, sono rimaste tracce che oggi riaffiorano nelle sue collezioni. E che tutte le star più importanti, da Beyoncé a Cher, sfoggiano sui tappeti rossi, rendendolo il brand italiano che meglio di altri si sta facendo strada nel fashion system.

Giuseppe Di Morabito e le donne della sua famiglia
Se questo è possibile, lo si deve al ricordo delle donne della sua famiglia. “Penso a mia madre e a mia zia, che si preparavano per andare a messa la domenica. Durante la settimana magari vestivano in modo molto semplice, mentre la domenica diventava un vero evento: cambiavano completamente il modo di vestirsi, accentuavano le forme, indossavano corpetti, colori, abiti più stravaganti”, racconta Di Morabito. Un’immagine che ha contribuito a definire una precisa idea di femminilità, insieme alla tradizione sartoriale del paese in cui è cresciuto.
Tra sartoria maschile e iper-femminilità
La moda di Di Morabito nasce anche da un doppio immaginario. “Mia madre cuciva e in Calabria c’è una forte dedizione al cucito e al ricamo”. A Molochio, comune di circa duemila abitanti in provincia di Reggio Calabria, dove lui è nato, convivono il lavoro della sarta e quello del sarto uomo, la costruzione artigianale degli abiti da cerimonia e una femminilità fatta di ricami e silhouette più accentuate. Dice di essere “cresciuto dentro questo dualismo: da una parte donne molto importanti e presenti, dall’altra la sartoria maschile e il tailoring”. È proprio da questa contrapposizione che ha imparato a immaginare la struttura di una giacca intelata, così come un abito a tubino o un abito lungo da cerimonia. E se la Calabria rappresenta la tecnica e la tradizione, Milano introduce la contemporaneità: “Mi ha dato quella componente urban, quella dimensione della città che prima non avevo”. Eppure, il legame ormai palese tra la sua idea di moda e l’arte gliel’ha dato la regione che rappresenta la punta dello Stivale. “Sono sempre stato appassionato di storia dell’arte, soprattutto nel senso figurativo del termine”, dice.
La passione di Giuseppe Di Morabito per la storia dell’arte
A 18 anni realizza una delle sue prime collezioni stampando su tela, come fossero quadri, i soffitti delle chiese di Sant’Ignazio e del Gesù a Roma. Così il barocco, la decorazione e la tridimensionalità entrano nel suo immaginario insieme all’arte classica e ai Preraffaelliti. Tra i riferimenti più importanti c’è Antonio Canova, “sorprendente perché riesce a fare sembrare il marmo quasi carne”. Non a caso, lui enfatizza il corpo sia femminile che maschile, creando abiti che valorizzano le fattezze umane. “Mi piacciono le cose strette, ma anche quelle over. Mi piace vedere una donna vestita quasi da uomo, con una giacca gigantesca e un pantalone maschile”, ammette. Il suo interesse, però, è soprattutto rivolto alla possibilità di trasformare la silhouette in una forma quasi scultorea. “Quello che mi interessa di più è valorizzare il corpo fino a farlo sembrare quasi una statua, una scultura”.
La moda tra mito antico e intelligenza artificiale
Il mito è un altro elemento ricorrente nel lavoro dello stilista. La collezione primavera/estate 2027 ruota intorno ai concetti di attesa, resistenza e ritorno. Il riferimento è a Penelope, che diventa anche una riflessione sul tempo necessario per creare un abito. Lo stesso stilista lo definisce “un lavoro che si collega al mio concetto di ritorno all’origine, alla pazienza necessaria per fare le cose. Penso a Penelope, al tessere, ma anche alla pazienza degli artigiani”. Non è un invito a tornare semplicemente al passato, ma un pretesto per “recuperare la manualità e il vero valore che può avere oggi la moda, quello che rimane in mezzo a tutta questa velocità”. Da qui anche il confronto con l’intelligenza artificiale. Di Morabito la utilizza, ma ne considera fondamentale il ruolo di strumento e non di sostituto del lavoro umano. “Abbiamo usato l’AI nei primi show e anche per la fotografia, ad esempio per alcuni cataloghi. Poi mi sono fermato perché ho pensato: la fotografia deve essere una fotografia”.

L’essere umano è sempre al centro dei progetti
Il limite, per lui, è soprattutto nella costruzione materiale del capo. “A noi arriva un abito immaginato che passa attraverso dieci mani. Quando arriva il prototipo, magari non è quello che avevi in mente. Lo prendi, lo smonti completamente e lo ricostruisci”. È proprio l’intervento umano a permettere trasformazioni imprevedibili: “Da un abito dritto puoi decidere di creare un fiore semplicemente iniziando a tagliare e trasformando il materiale. Una macchina non può fare questo al posto tuo”. La tecnologia resta comunque una risorsa importante. “Oggi ci permette di realizzare ricami, lavorazioni tridimensionali e laser, ma deve essere sempre guidata da una mano umana”. E alcune tecniche continuano a dipendere interamente dall’artigianalità, come le maglie metalliche ispirate a quelle di Gianni Versace. “Anche nel ricamo c’è una differenza: la macchina può ricamare, ma non può sostituire completamente la mano e, soprattutto, l’errore umano”.
Dal disegno al prototipo
Il lavoro del brand si sviluppa tra Milano e le Marche. “A Milano siamo in quattro e ci occupiamo principalmente di stile e ricerca. Nelle Marche abbiamo invece la parte modellistica, il prodotto e lo sviluppo, oltre agli aspetti più legati alla produzione e alla logistica”. Il processo creativo parte dal tema e passa attraverso tessuti, colori e silhouette. “Preferisco partire da un tema e poi iniziare la ricerca sui tessuti e sulla progettazione dei materiali, perché molti vengono personalizzati o stampati”. Dopo la ricerca arriva il disegno: “Do l’input e iniziamo a cercare tessuti, a stamparli, a provarli, a immaginare cosa possa nascere da quel materiale, come mescolarlo e con cosa abbinarlo”. Infine, il progetto entra nella fase di prototipia, dove il disegno incontra concretamente il corpo e il materiale.
Il mito come autobiografia secondo Di Morabito
Anche quando sceglie un mito, Di Morabito parte dalla conoscenza e dalla ricerca. “Mi interessa prima di tutto conoscerlo molto bene, per non cadere in errori o superficialità”. L’obiettivo non è riprodurre una storia antica, ma reinterpretarla attraverso il proprio presente, e la scelta è spesso legata a un momento personale. “È importante anche ciò che quel mito significa per me in quel preciso momento. Non lo scelgo casualmente, spesso arriva quando, nella mia vita personale, sta succedendo qualcosa”. Nel suo percorso sono già comparsi alcuni dei grandi temi della mitologia: il desiderio, l’amore, la caduta, la perdita, il ritorno. Come afferma Di Morabito, “nel mio percorso ho affrontato la caduta, l’amore e il desiderio, poi la perdita e ora il ritorno”. Penelope rappresenta dunque un nuovo capitolo di una ricerca iniziata anche grazie alla passione per l’Odissea. Lui, come un Ulisse qualsiasi, è partito dalla Calabria per arrivare a Milano, capitale della moda italiana, e poi tornare – perlomeno con la mente e, talvolta, col cuore – al luogo da cui tutto è cominciato.
Giulio Solfrizzi
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