Arte e moda. La nuova collezione di Maria Calderara è ispirata alle opere di Elisabetta Di Maggio
Si intitola “Xilema” la collezione P/E 2027 di Maria Calderara, che nasce dall’incontro con le opere di Elisabetta Di Maggio. Abiti che integrano motivi floreali, fragilità e delicatezza tipici della pratica dell’artista
Nel panorama dell’arte e della moda contemporanee assistiamo raramente a un incontro che non sia mera contiguità estetica, ammiccamento commerciale o superficiale “pastiche”. L’incontro tra la ricerca visiva di Elisabetta Di Maggio (Milano, 1964) e la sensibilità progettuale della fashion designer Maria Calderara, concretizzatosi nel progetto Xilema, collezione P/E 2027 si configura invece come una vera e propria operazione ermeneutica.Non un semplice “ispirarsi a”, ma un esercizio d’interpretazione critica, dove l’abito diventa lo spazio entro cui un’opera d’arte si specchia, si trasfigura e risuona.

La collaborazione tra Elisabetta Di Maggio e Maria Calderara
Alla base di questa sinergia c’è, innanzitutto, una profonda condivisione d’intenti attorno a un concetto fondamentale: la fragilità forte. L’opera di Elisabetta Di Maggio si muove da sempre su questo crinale paradossale. I suoi lavori, realizzati con una dedizione quasi monastica, intagliano la materia naturale e quotidiana per rivelarne la struttura intima. Ma è proprio lì, nel punto di massima delicatezza – quando la foglia disseccata viene incisa fino a ridursi al suo solo scheletro o la carta viene svuotata millimetro per millimetro – che la materia manifesta una resistenza insospettabile. La fragilità di Di Maggio non è mai sinonimo di debolezza, ma è piuttosto la forma stessa della persistenza della vita. Questa intuizione si lega a un secondo e decisivo fulcro teorico: la visione della vita come rete interconnessa. L’opera di Di Maggio mette in scena la straordinaria sovrapposizione formale tra i regni del visibile. Le reti vascolari e le nervature delle foglie intagliate non sono dissimili dalle ramificazioni dei nostri neuroni, le quali a loro volta riproducono il disegno topografico delle reti metropolitane che attraversano le nostre città. C’è un costante isomorfismo nella natura e nell’artificio: l’organico e l’urbano dialogano attraverso il linguaggio della maglia, del reticolo, del flusso. Di Maggio capta questa geometria sotterranea, dimostrando come l’individuo e il paesaggio siano parte di un’unica, complessa trama biologica, storica e concettuale.
Come Maria Calderara si è ispirata alle opere di Elisabetta Di Maggio
In questo quadro, il passaggio dal lavoro dell’artista all’elaborazione della designer segna un affascinante cortocircuito sulla materialità delle immagini e sulla loro smaterializzazione. Se nel lavoro di Elisabetta Di Maggio la presenza fisica della materia è imprescindibile – carta, elementi vegetali, sapone, la fisicità profonda dell’intaglio e della punzonatura – Maria Calderara opera una rielaborazione che trasforma l’opera nell’immagine di un’immagine. Calderara non copia l’oggetto, ma ne capta l’ombra, la traccia, la riproietta sul tessuto. Come afferma la stilista, “nel lavoro di Elisabetta ho riconosciuto una sensibilità comune — la lentezza, il rispetto per la materia e una dedizione quasi assoluta alla continua ricerca — ed è da questo incontro, più emotivo che razionale, che Xilema ha preso vita”. L’esempio più paradigmatico di questo passaggio si riscontra nella trasposizione del celebre Traiettorie di volo di farfalle #14 (2023). Nell’installazione originale di Di Maggio, la leggerezza effimera dell’insetto viene evocata attraverso la rigidità puntiforme degli spilli conficcati a parete: una contraddizione materica e visiva di straordinaria potenza. Nell’abito di Calderara, questo volo trafitto si smaterializza ulteriormente, trasformandosi in una stampa. Eppure, proprio attraverso la resa grafica e la fluidità della seta o del lino, la stampa conserva intatta la “delicata entropia” dell’originale. La fermezza dello spillo diventa il movimento del tessuto sul corpo; l’impronta si fa ritmo indossabile.

Maria Calderara e le arti visive
Ciò che rende questa collaborazione esemplare è che Maria Calderara non rinuncia mai al suo tocco personalissimo. Il suo vocabolario stilistico resta nitido e inconfondibile, i suoi storici abiti femminili, caratterizzati da volumi scultorei ma al contempo “spiegazzati”, vissuti, poetici, con elementi intercambiabili, indossabili a rovescio. La designer lavora la veste come una materia viva, integrando interpolazioni, incrostazioni e applicando elementi decorativi che funzionano come veri e propri gioielli, parti staccabili e autonome dell’abito. Non è la prima volta che Maria Calderara si misura con l’universo dell’arte visiva attraverso questa modalità dialogica. Si ricorda, su tutte, la sua poetica rivisitazione del mondo di Piero Manzoni, dove i temi dell’achrome, della superficie pura e della materia sintetica sono riletti con una grazia e un’ironia tipicamente sue. Calderara non “usa”l’arte: la abita, la decontestualizza per re-innestarla nella vita quotidiana dell’abito. “Le collezioni realizzate con gli artisti”, dichiara “sono per me un continuo stimolo per approfondire e costruire collezioni cariche di un valore narrativo”.

Il film di Alessandra Galletta su Elisabetta Di Maggio
Quasi a sigillare questa complessa operazione concettuale si aggiunge il bellissimo film Leaves of Me firmato da Alessandra Galletta (LaGalla23 con il contributo della Galleria Trisorio, Napoli). Attraverso lo sguardo a tratti ravvicinatissimo della camera, il lavoro di Elisabetta Di Maggio rivela le sue dimensioni temporali e tattili: il respiro del processo, il tempo sospeso dell’intaglio, la rifrazione della luce sulla materia, il gioco dell’ombra. Il video non si limita a documentare, ma agisce come un ulteriore strato interpretativo, chiudendo il triangolo tra arte, moda e visione cinematografica. In Xilema Calderara e Di Maggio dimostrano che l’abito può smettere di essere semplice indumento per farsi effetto di superficie. Come la spina e la foglia che, come ricorda l’artista, appartengono allo stesso organismo e svolgono funzioni opposte ma complementari – la difesa e la nutrizione, la protezione e la fotosintesi – così l’arte e la moda si incontrano qui in un punto di perfetto equilibrio, ricordandoci che ciò che è più fragile è spesso ciò che riesce a resistere.
Marco Senaldi
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