La crisi della moda Made in Italy spiegata bene (incluse le nuove consapevolezze per il 2026)
Dietro la trama invisibile che ha reso grande il “fatto in Italia”, si cela oggi un sistema sotto pressione. Tra filiere fragili, nuovi equilibri produttivi e sfide complesse che lo mettono alla prova
Di moda si parla da sempre e spesso male. Il discorso pubblico l’ha trasformata in un passatempo effimero, un gioco di superfici pensato per intrattenere più che per far riflettere. Una semplificazione comoda, che la riduce a frivolezza per addetti ai like e cultori dell’apparenza. Ma questa narrazione ignora tutto ciò che la moda italiana realmente è: una struttura economica potente, un motore identitario per il Paese e un intreccio di mestieri, competenze e filiere che ne costituisce il cuore pulsante. Oggi, però, la domanda su che cosa diventerà il “fatto in Italia” pesa come un macigno. E prima che sia troppo tardi servirebbero azioni concrete per preservarlo. Prendersene cura — anche affrontando le sue zone d’ombra — significa assumersi una responsabilità collettiva: quella di proteggere un patrimonio culturale, industriale e creativo che, oggi più che mai, rischia di essere eroso da trasformazioni globali che difficilmente fanno sconti.
La storia della moda Made in Italy
Il Made in Italy, che nei primi Anni Cinquanta iniziò a conquistare il mondo, nacque dall’intuizione di Giovanni Battista Giorgini. Imprenditore visionario, fu tra i primi a capire che la moda italiana poteva diventare un asset strategico. I suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti — inizialmente legati all’azienda di famiglia specializzata nel settore marmoreo — gli offrirono una prospettiva privilegiata: guardare all’Italia con occhi esterni, riconoscendovi un sapere artigiano straordinario, ma privo di una narrazione internazionale capace di valorizzarlo. In un Paese ferito dalla guerra, ma animato da una nuova energia, quel patrimonio di tecniche, mani e inventiva poteva trasformarsi in un volano economico e culturale. Così, il 12 febbraio 1951, nella residenza di famiglia di Villa Torrigiani a Firenze, Giorgini organizzò la prima sfilata collettiva italiana. Davanti ai buyer americani e alla stampa internazionale sfilarono le creazioni di Emilio Schuberth, Germana Marucelli, Emilio Pucci, le Sorelle Fontana e altri pionieri del nuovo corso. L’entusiasmo fu immediato. Qualità, creatività e prezzi più accessibili rispetto a Parigi conquistarono il pubblico all’istante, inaugurando un racconto affascinante — e finalmente competitivo — della moda italiana nel mondo.
L’evoluzione di un sistema prezioso
Dagli Anni Sessanta in avanti, il sistema immaginato da Giorgini si è consolidato: Firenze, Milano e Roma sono diventate poli complementari – non senza attriti – mentre la rete delle piccole e medie imprese tessili e manifatturiere del Nord si è strutturata fino a diventare un modello riconosciuto a livello internazionale. L’export è cresciuto a ritmi vertiginosi, alimentato da una desiderabilità che non era soltanto estetica ma culturale: dietro ogni abito, tessuto o accessorio c’era una cultura della precisione, fatta di materie prime selezionate con rigore quasi rituale e una cura del dettaglio invidiabile. Per decenni questo modello solido e articolato ha rappresentato la spina dorsale dell’industria della moda, un sistema che sembrava quasi inattaccabile. Ma dagli Anni Ottanta – e ancor più negli Anni Novanta – qualcosa ha iniziato a cambiare. La globalizzazione ha ampliato gli orizzonti, ma anche i concorrenti; l’esplosione dell’export ha aumentato la visibilità del Made in Italy, ma pure la pressione su una struttura produttiva chiamata a sostenere costi crescenti, volumi più alti e tempi sempre più compressi.
I risultati della globalizzazione nel settore moda italiano
È in questo contesto che molte aziende hanno iniziato a delocalizzare parte della produzione, spinte dalla necessità di competere con Paesi, soprattutto asiatici, capaci di offrire manodopera a basso costo e ritmi industriali difficilmente replicabili in un modello fondato sulla qualità e sulla perizia artigianale. Parallelamente, l’ascesa dei colossi del fast fashion e dei grandi poli produttivi orientali ha spostato il baricentro del mercato globale verso prezzo e quantità. Il risultato? Una frattura crescente tra identità e competitività, tra tradizione e nuove logiche mondiali. Una tensione che oggi torna a manifestarsi con forza, proprio nel momento in cui il Made in Italy avrebbe più che mai bisogno di essere compreso, protetto, rinnovato.
Alla moda non piacciono i numeri, ma sono la sua cartina di tornasole
Se dalle passerelle il sistema sembra solido, basta spostare lo sguardo sulla filiera per scorgere un quadro molto più fragile. La crisi che attraversa il settore da oltre un anno continua a mordere soprattutto dove il Made in Italy trova la sua vera essenza: nelle manifatture, nelle concerie, nelle piccole e medie imprese che per decenni hanno sorretto — spesso in silenzio — la crescita dei grandi marchi italiani. Paradossalmente, mentre le maison, fatta eccezione per realtà come Prada, Bottega Veneta o Armani, sono ormai controllate da conglomerati internazionali “too big to fail”, è il tessuto produttivo locale a mostrare le crepe più profonde. I dati di Infocamere parlano chiaro: nei primi tre quadrimestri del 2024 oltre duemila aziende tra abbigliamento, tessile e pelletteria hanno chiuso, segnando il peggior andamento tra tutti i comparti produttivi del Paese.
La situazione della moda nell’epoca post-pandemica
Dopo uno sprint post-Covid che aveva temporaneamente riacceso la domanda del lusso, la frenata è stata brusca. Anche le esportazioni, da sempre barometro dello stato di salute del settore, ne hanno risentito: secondo Istat e Confindustria Accessori Moda, nei primi nove mesi del 2024 è calato dell’8,1% rispetto all’anno precedente, pari a circa 836 milioni di euro in meno. Le aree più colpite sono quelle che custodiscono il valore materiale del lusso globale: pelletterie e concerie. Un patrimonio che i grandi gruppi conoscono bene. Non è un caso che LVMH Métiers d’Art abbia acquistato la Nuti Ivo, che Prada sia entrata nella maggioranza della Conceria Superior, o che la conceria Ausonia sia stata rilevata dal colosso cinese Henan Prosper & Colomer. Acquisizioni che, da un lato, appaiono come segnali di responsabilità verso una filiera fragile e spesso gestita in modo opaco; dall’altro, arrivano in un momento in cui scandali legati a sfruttamento e sicurezza stanno scuotendo l’immagine della fashion industry italiana. Per i piccoli e medi fornitori italiani competere in un mercato globalizzato è complesso; per brand che fatturano miliardi l’anno, molto meno. Ed è qui che si gioca la credibilità del sistema: perché la narrazione della bellezza “fatta a mano” non regge, se a sostenerla sono processi che inseguono soltanto il risparmio.
Antidoti e dintorni per tornare a crescere
Per derubricare almeno in parte la propria responsabilità nella protezione e nel rilancio del Made in Italy e, in particolare, di quella rete capillare di piccole e medie imprese che ne costituisce la spina dorsale, il Governo ha annunciato a febbraio 2025 uno stanziamento di 250 milioni di euro destinato alle aziende della moda. Un intervento accolto con favore ma senza trionfalismi: come ha sottolineato il presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, Carlo Capasa, si tratta di un supporto “utile, ma non risolutivo”. Perché la crisi che il comparto affronta da oltre un anno, e che rischia di prolungarsi, richiede un piano strutturale, non l’ennesima misura tampone. I fondi sono stati suddivisi tra contratti di sviluppo, mini-contratti, misure per la transizione ecologica e digitale e iniziative legate alla sostenibilità: un pacchetto articolato, certo, ma ancora insufficiente a sostenere davvero un tessuto produttivo unico al mondo, disseminato lungo tutto lo Stivale e fondato su una varietà di competenze impossibile da replicare altrove.
Le responsabilità del settore Made in Italy
E se gli sforzi devono arrivare dall’esterno, è altrettanto evidente che anche gli attori del sistema Made in Italy sono chiamati a una rinnovata responsabilità interna. La desiderabilità di borse e accessori non si misura più soltanto in estetica e storytelling, ma nella credibilità di chi li produce. Scandali, opacità nella filiera, scarso rispetto delle leggi, tagli alla qualità, margini di profitto in costante aumento e un marketing sempre più aggressivo e sempre meno sostanziato hanno progressivamente incarnato la fiducia dei consumatori. Oggi, sempre più spesso, ci si chiede se i beni di lusso valgano davvero i loro prezzi in continua crescita. Negli ultimi anni, alcune realtà della filiera italiana hanno iniziato a integrare pratiche più solide di sostenibilità sociale e ambientale: processi tracciabili, filiere corte, maggiore tutela delle condizioni di lavoro, riduzione dell’impatto produttivo. Un’evoluzione necessaria per rispondere alle sfide contemporanee.
Modelli virtuosi che fanno sognare…
Nonostante le criticità degli ultimi anni, il 2025 consegna all’Italia una timida ma concreta inversione di tendenza: dopo quasi due anni di contrazione, la filiera della moda torna a respirare. I comparti chiave riprendono a crescere, seppur lentamente, e gli investimenti dei grandi gruppi — dai nuovi poli produttivi di Prada alle integrazioni di filiera annunciate da diverse maison — suggeriscono che il sistema stia provando a rimettersi in moto. Le proiezioni per il 2026 confermano questo graduale assestamento: secondo il Monitor Cerved, i settori del made in Italy torneranno a crescere dell’1,7%, trainati dall’export e da una rinnovata attenzione alla sostenibilità e all’innovazione. Ma la ripresa non sarà automatica né garantita: richiederà continuità negli investimenti, misure strutturali come il potenziamento del credito d’imposta alla creazione estetica e, soprattutto, la capacità di diversificare i mercati oltre gli Stati Uniti.
…ma non senza problemi
Accanto ai segnali di rinascita, però, restano irrisolti i nodi strutturali: il sistema dei subappalti, spesso opaco, che rischia di minare la credibilità stessa del Made in Italy; un ricambio generazionale ancora insufficiente, con mestieri artigiani nelle mani di professionisti che invecchiano e giovani che faticano a vederne il valore; e un lusso che, talvolta, sembra investire più nello storytelling che nella qualità, alimentando una distanza crescente con i consumatori. Insomma, se perdiamo il Made in Italy è perché ne abbiamo dimenticato il significato. Ed è forse anche per questo che alcuni esempi virtuosi risuonano oggi con particolare forza.
Il film su Brunello Cucinelli: un esempio da seguire
Tra questi quello di Brunello Cucinelli, che il 9 dicembre 2025 è arrivato al cinema con Brunello – Il visionario garbato, il film diretto da Giuseppe Tornatore che racconta non solo la sua storia personale, ma la possibilità concreta di un capitalismo diverso, fondato sulla dignità del lavoro, sulla custodia dei saperi, sulla bellezza come responsabilità. Ci ricorda che una moda capace di sognare — e di far sognare — esiste ancora, purché non dimentichi il valore intangibile che l’ha resa grande: la relazione tra mani, territorio, conoscenza, tempo. E allora sì, possiamo dirlo sottovoce: il 2026 potrebbe davvero essere l’anno in cui la moda italiana ritrova il suo passo. A patto di non confondere la crescita con il rumore, e il futuro con la fretta. Perché la rinascita del Made in Italy non passerà da ciò che produciamo più velocemente, ma da ciò che sapremo proteggere, reinventare e custodire.
Marta Melini
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